Guerra ibrida russa e piazze violente
ALTRO CHE SOCIOLOGIA GIOVANILISTICA LA GUERRIGLIA URBANA IN EUROPA FA IL GIOCO DI PUTIN E TRUMP
di Enrico Cisnetto - 24 ottobre 2026
Ci sarebbero stati diversi criteri, corrispondenti ad altrettanti angoli visuali più che legittimi, con cui osservare e valutare le manifestazioni violente e gli atti di teppismo che hanno messo a ferro e fuoco Milano e altre città italiane, così come Parigi e altri centri europei. Da noi, però, la politica, i media e gli intellettuali, non ne hanno azzeccato uno giusto, salvo qualche rara eccezione (tra cui, scusate l’immodestia, la mia War Room di martedì 20 ottobre con Goffredo Buccini, Marc Lazar e Luigi Manconi, qui il link). In particolare, si è colpevolmente trascurata una domanda fondamentale – a chi giova? – e quando lo si è fatto, la pratica è stata subito archiviata per “mancanza di prove”. Come se si trattasse di un processo penale e non di analisi politica. Hanno dunque fatto bene il ministro Crosetto e Carlo Calenda – uniche lodevoli eccezioni dell’intera classe politica – ad evocare l’interesse di chi ha da tempo dichiarato guerra all’Europa, ibrida ma pur sempre guerra, a vedere i paesi più prossimi a decisivi appuntamenti elettorali (Spagna, Francia e Italia) vittime di guerriglia urbana. E ha fatto ancor meglio Maurizio Molinari, sulla Stampa, a spiegare che sulle piazze in rivolta del Vecchio Continente ci sono ben visibili le impronte della guerra ibrida russa (la Nato nei suoi report parla di “attori russi”). Prevengo l’obiezione: no, non c’è, almeno per ora, la prova provata. Ma per arrivare a meta basta unire i puntini, domandandosi chi ha scritto il messaggio che sui social invitava a saccheggiare un negozio nel centro di Milano indossando una sorta di divisa (tuta nera con cappuccio) o chi ha vergato il “Manifesto del 17 ottobre” che legittima a posteriori la violenza urbana, o ancora qual è la mente che ha immaginato la contemporaneità di atti di guerriglia in diverse città italiane tutte a ridosso di legittime manifestazioni studentesche. In tutti i casi non certo ragazzini quattordicenni.
Era il 2013 quando il capo di Stato Maggiore russo, Valery Gerasimov, ebbe modo di spiegare a Putin, già allora presidente, che per far rinascere l’Unione Sovietica oltre a riconquistare territori (nel febbraio 2014 Mosca sottrae la Crimea all’Ucraina, a cui Krusciov l’aveva destinata nel 1954), bisognava piegare le gambe dell’Europa. Come? Adoperando il web, generare un tale caos da farla implodere al proprio interno, ritorcendole contro uno dei massimi principi della democrazia, la libertà d’opinione. Il meccanismo è semplice: non c’è bisogno di inventare niente, basta gonfiare e far esplodere i (tanti) conflitti che già attraversano le società continentali. Che si tratti del movimento francese deigilets jaunes, nato per protestare contro il carovita e poi presto diventato l’arma più potente contro la classe dirigente macroniana, e dunque a tutto favore dei due fronti estremi della politica transalpina, quello di destra guidato da Marine Le Pen e quello di sinistra capitanato da Jean-Luc Mélenchon, non a caso egualmente putiniani di stretta osservanza. O che si tratti di sfruttare, magari finanziandoli e dando loro capacità organizzative, i movimenti insurrezionalisti, dai separatisti spagnoli ai no-Tav passando per i pro-Pal. In questi casi lo sbocco è inevitabilmente la violenza di piazza, che tanto più è spettacolare e viene giustificata dalla sinistra movimentista, e tanto più induce a reazioni securitarie – la mano dura della polizia, i decreti sicurezza, la militarizzazione delle piazze – che fanno breccia nell’opinione pubblica, anche quella moderata, nella convinzione che solo le maniere forti garantiscano l’ordine pubblico. A goderne vantaggi elettorali sono le forze di destra, e a maggior ragione quelle che stazionano al confine della deriva autoritaria o che quella linea di demarcazione l’hanno già superata. E che, guarda caso, fanno il gioco del Cremlino, o perché sono direttamente filo-Putin o perché simpatizzano per Trump, che come si vede ogni giorno di più rappresenta il principale alleato di Mosca (scandalosa l’ultima uscita di Witkoff, l’ineffabile inviato della Casa Bianca che a San Pietroburgo ha elogiato il presidente russo con una frase, “anche lei è un umanitario”, che riecheggiava la bavosa espressione di Fantozzi “com’è buono lei”). Chi, se non Salvini, ha replicato a brutto muso a Crosetto che ha evocato l’azione di “entità esterne” nei fatti di Milano?
C’è poi un altro modo, non cruento ma egualmente efficace, per portare acqua al mulino della destabilizzazione europea: delegittimare i governi, siano essi di centro-destra che di centro-sinistra, e le forze che li sostengono. Ne sono esempi il sostegno alla Brexit, che nel 2016 privò la Ue di uno dei due soli paesi dotati di deterrenza nucleare (l’altro è la Francia), la simpatia verso la nascita e l’affermazione di forze populiste capaci con il semplicismo delle loro parole d’ordine di mettere in difficoltà le forze di governo ed europeiste (si pensi ai 5stelle e al legame che furbescamente Conte ha stabilito con Mosca, ma anche al fenomeno no-vax). E poi il tentativo di far perdere le presidenziali a Macron e di favorire la rivolta indipendentista in Catalogna, la spinta data alla trasformazione di Afd da partito dei professori a forza neo-nazista che soffia sul fuoco del risentimento popolare verso l’immigrazione e per le conseguenze della crisi economica tedesca, la manovra in Albania per travolgere il governo di Edi Rama, considerato filo-Ue e pro-Nato. Paradossalmente, la meno riuscita è proprio l’ingerenza in Italia, visto che le vetrine sfasciate e i negozi saccheggiati non possono che favorire la destra – sulla carta quella di Vannacci, ma in pratica quella di Meloni, visto che il cittadino impaurito guarda a chi sta al governo e non a chi maramaldeggia all’opposizione – e quella meloniana è una destra che ha commesso l’errore di buttare le braccia al collo di Trump (per poi prendere atto che non è cosa) ma non quello di flirtare con Putin.
Naturalmente, il sale russo, come anche quello Maga americano, viene messo su ferite realmente aperte nelle nostre società, torto o ragione abbiano coloro che se ne lamentano. Certo che ci sono sacche di povertà, che c’è disoccupazione e sottoccupazione, che alligna il degrado nelle periferie delle città, che le diseguaglianze fanno percepire ingiustizie diffuse. Ed è vero che i giovani pagano i problemi e le contraddizioni sociali molto più dei grandi e degli anziani. Che il loro futuro appare incerto, che si è persa la prospettiva di progredire rispetto alle condizioni di vita dei loro genitori perché l’ascensore sociale è fermo da tempo. E che il loro peso nelle decisioni pubbliche è sempre più marginale, visto che in Italia gli under 24 oggi rappresentano solo il 21,7% della popolazione, mentre nel 1968 (do you remember?) erano il 41,5%, quasi il doppio. Un fenomeno che Alessandro Rosina definisce “degiovanimento”, cioè lo “svuotamento dal basso” della piramide dell’età a causa del tasso di denatalità, particolarmente accentuato in Italia.
Ma, attenzione a non fare confusione e a non praticare l’ipocrisia. La confusione la fanno non solo i giustificazionisti, quelli del “no alla violenza, però…” o peggio “la violenza economica è peggiore di qualche vetrina sfasciata” (vedi qualche rapper privo della quinta elementare), ma anche i sociologi da strapazzo che dopo aver condannato senza se e senza ma il teppismo di piazza, poi attaccano con la litania del “però bisogna dare risposte alle domande di questi ragazzi”. Peccato che gli sfascisti decerebrati non abbiano alcuna rivendicazione da fare. Questi sono interessati solo a praticare la violenza e a rubare capi di abbigliamento firmati o bottiglie di liquore. La loro rivolta nichilista e luddista non si abbevera ad alcuna ideologia, per quanto dogmatica, tanto che rancore e odio si mischiano a noia e bullismo di branco. Mentre dalle domande poste da coloro che manifestano pacificamente non solo emerge l’assenza di qualsivoglia analisi politica, ma anche un’ignoranza che segnala la precarietà dei loro studi. È giusto rivendicare una scuola migliore, ma se s’intende che li faccia studiare di più e sia meritocraticamente selettiva, non che gli regali senza sforzo un diploma che tanto poi si rivelerà un pezzo di carta inutile.
Quanto all’ipocrisia, è quella che traspira da tutti i pori della politica (e dei media che ne esaltano le gesta). La prima delle ipocrisie è quella della “bulimia decretativa” in materia di repressione: siamo all’ottavo decreto sicurezza, ed è evidente che ciascuno dei sette precedenti non abbiano funzionato se è stato necessario produrre quelli successivi. La verità è che si continua a legiferare sotto la spinta emotiva della cronaca, e i provvedimenti sono buoni solo per la “narrazione”, senza alcun riscontro applicativo. Per esempio, uno di questi era stato fatto, nel 2025, per reprimere i blocchi stradali (che erano già reato ma poi furono depenalizzati). Era nato per l’indignazione suscitata nell’opinione pubblica da quei quattro pirla che bloccavano arterie stradali affollate come i raccordi e le vie d’accesso agli aeroporti, invocando una non meglio definita giustizia climatica e sociale, ma ovviamente riguarda chiunque impedisca la circolazione stradale. Ora, però, di fronte ai Tir che hanno bloccato mezzo meridione, non solo non lo si è utilizzato, ma addirittura il governo che aveva varato quel decreto ha deciso di mettere mano al portafoglio (cioè soldi di tutti noi) per sovvenzionare quegli autotrasportatori (con tanto di udienza nelle sedi istituzionali), senza neppure avere la decenza di distinguere quelli in regola da quelli (tanti) che lavorano in nero. E quale credibilità può avere uno Stato che con la mano destra annuncia la repressione dei “maranza” e con quella sinistra accetta che la prepotenza paghi? Ora si vuole alzare l’età di accesso ai social – tema delicato, che andrebbe affrontato senza l’emotività prodotta dalla cronaca – ma con quale attendibilità si agisce se nello stesso tempo non si perseguono come istigazione a delinquere le convocazioni via chat espressamente finalizzate ad andare in piazza a produrre violenza e delinquenza, e se non si denuncia con chiarezza – per evitare di accusare la Russia e l’America Maga – l’uso degli strumenti digitali come arma per la guerra ibrida finalizzata a far saltare la democrazia nei paesi occidentali?
Un’altra ipocrisia molto gettonata, specie a sinistra, è quella “sociologica”. Faccio due esempi. Il primo: se si vuole essere comprensivi nei confronti dei ragazzi, allora non si può fare altrettanto verso le famiglie, perché è evidente che il problema educativo è grande come una casa. Basterebbe leggere o ascoltare Paolo Crepet, che denuncia il diffondersi di una “pandemia di fragilità mentale”, per capire che gli adulti hanno dato ai ragazzi “libertà inaudite” e quindi deresponsabilizzandoli, ma hanno fallito nel credere realmente in loro e nell’affrontare la loro fatica emotiva, lasciando che si trasformasse in rabbia. Applicare il populismo da quattro soldi a tutto questo è veramente delittuoso. Il secondo esempio di ipocrisia: si afferma di essere “dalla parte dei giovani” e poi si fanno o si richiedono a gran voce provvedimenti a tutto danno dei giovani medesimi. Come, tanto per citarne uno, l’abbassamento dell’età pensionabile, che al contrario di quel che si blatera non fa crescere l’occupazione giovanile, mentre si tace che altera gli equilibri previdenziale e contribuisce a scassare le finanze pubbliche, il cui conto sarà pagato dalle nuove generazioni.
Bernard-Henri Lévy, che con il movimento dei “nouveaux philosophes” fu l’artefice di una radicale revisione critica dell’eredità culturale e politica del Sessantotto, mettendo una pietra tombale sul marxismo-leninismo e sulle grandi narrazioni rivoluzionarie derivate dal clima sessantottino, ha ricordato, a proposito della Parigi che brucia di questi giorni, le parole che Alexis de Tocqueville spese nel gennaio 1848 poco prima della Terza Rivoluzione Francese (quella che pose fine alla monarchia di Luigi Filippo d’Orléans e diede vita alla Seconda Repubblica) poi soffocata nel sangue: “credo che stiamo per addormentarci sopra un vulcano”. Oggi c’è solo da sperare che non erutti. Ma ignorare le impronte della guerra ibrida in queste strane insurrezioni è come pensare di spegnere il magma con gli idranti dei pompieri. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
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