Gli amici di Putin
LA GUERRA IBRIDA RUSSA FATTA CON SPIE E DRONI E LA NATO 3.0 RICHIEDONO CHE LA POLITICA ITALIANA EMARGINI GLI AMICI DI PUTIN
di Enrico Cisnetto - 11 luglio 2026
“Non abbiamo gli anticorpi per contrastare la penetrazione russa”. Le parole – tanto crude quanto attendibili – del ministro Crosetto pesano come macigni, proprio ora che ad Ankara è stata messa in gestazione la Nato 3.0, l’Alleanza post-americana e neo-europea che dovrà vedersela con le ambizioni “sovietiche” di Putin, che ha dichiarato guerra, con ogni mezzo, alle democrazie liberali. Il ministro della Difesa sostiene, e non da ora, che l’Italia è impreparata di fronte alla guerra ibrida di Mosca, che ormai non è più sull’uscio di casa nostra, ma si è spinta dentro. Ed è non all’altezza del rischio che corre perché inconsapevole, vittima di una sorta di rimozione collettiva che mixa la codardia della classe dirigente, che tace e sottovaluta per non doversi assumere le proprie responsabilità, e l’efficacia dell’azione di influenza sull’opinione pubblica esercitata dai professionisti della manipolazione. Dunque, non fatevi ingannare dai contorni “all’amatriciana” della vicenda degli ex appartenenti ai nostri servizi segreti arrestati perché fornivano, a pagamento, informazioni riservate non ad un singolo funzionario dell’ambasciata russa a Roma, peraltro coperto da immunità diplomatica, ma alla catena di comando dell’intelligence militare di Mosca operante in Italia. Intanto perché ne sta discendendo una tensione diplomatica e politica grave. Poi perché esaminando le richieste che gli spioni russi rivolgevano agli italiani “venduti”, tutte concentrate su informazioni secretate relative ad armi destinate all’Ucraina prodotte da aziende italiane in partnership con altre europee (per esempio, il consorzio Eurosam in cui Leonardo è assieme a francesi e inglesi), se ne deduce che il Cremlino ritiene Roma un crocevia fondamentale di segreti militari e industriali. E infine perché questa vicenda, come a suo tempo quella che coinvolse l’ufficiale di Marina Walter Biot (condannato a 29 anni di reclusione per spionaggio a favore dei russi) o quella che portò all’espulsione come persona non grata dell’addetto militare russo Kurmashov, senza dubbio rappresenta solo la punta di un iceberg di vaste e ramificate proporzioni. Gli angoli delle strade di Roma sono pieni di spie russe e di altre cittadinanze ma sempre al servizio di Mosca: sarebbe ora di rendersene conto e fare un bel repulisti.
D’altra parte, è impossibile che tutto ciò non accada in un Paese in cui ci sono direttamente nel sistema politico-mediatico, a destra come a sinistra, cointeressenze più o meno esplicite – ma tutte visibili senza bisogno di indagini penali – con il Cremlino. Non c’è giorno, infatti, che Lega e 5stelle non mostrino il loro volto apertamente filorusso e antieuropeo. A dar loro una mano ci sono poi il pacifismo a senso unico della sinistra radicale, i silenzi imbarazzanti del vertice del Pd a cominciare dalla segretaria Schlein (compensato, ma troppo poco, da voci autorevoli come quelle di Gentiloni, Guerini e Fassino, o da esponenti della minoranza come Gori, Quartapelle e Sensi), e da ultimo l’ineffabile generale Vannacci, la nuova carta che i russi si giocano sul fertile terreno della politica italiana, in attesa di giocarsi anche quella di Di Battista sul fronte opposto. La conseguenza è un sistema politico bipolare che si regge su due coalizioni che si contendono il governo del Paese in egual misura condizionate dal putinismo.
Nell’attuale maggioranza, Meloni ha abbandonato (per fortuna) la vecchia postura filo-russa, ma con evidenti contraddizioni: è per Kiev ma non partecipa al programma Purl, non usa i fondi Safe per il riarmo, ai vertici dei Volenterosi se va bene partecipa svogliatamente, altrimenti non partecipa proprio. E questo dimostra che la presidente del Consiglio è ancora vittima del vecchio riflesso condizionato sovranista, cui si aggiunge la paura fottuta di dire agli italiani che il riarmo è indispensabile. Cosa che la induce a fronteggiare solo in parte le spinte filo-moscovite di Salvini. Ora poi si aggiunge Vannacci, il quale sia che resti fuori dal centro-destra sia che vi entri non può che spostare l’ago della bilancia a favore di Mosca. Il risultato è che l’Italia non fa parte in modo organico dell’asse UK-Francia-Germania-Canada, su cui si fonda la Nato 3.0 e che rappresenta l’unico scudo che possa difendere il Vecchio Continente (e dunque noi) dal pericolo Putin. Sull’altro fronte, basta vedere come anche in queste ore Conte riesca ad imporre il suo mantra – “la Russia non è un problema, la possibilità che attacchi l’Europa è un’invenzione costruita a tavolino per giustificare il riarmo” – al resto del campo largo, per esplicita adesione del duo Bonelli-Fratoianni e per il colpevole silenzio di Schlein mentre in piazza (quella semivuota e contestata di Napoli) si urla che gli accordi Nato presi ad Ankara – che, ricordiamo, per merito degli europei confermano gli aiuti all’Ucraina, ribadendo quanto stabilito al G7 di Evian – saranno spazzati via una volta conquistato palazzo Chigi.
Ecco perché è apprezzabile ma inutile l’appello che Crosetto ha lanciato a tutte le forze politiche: la sottoscrizione di un patto contro le interferenze straniere, “un accordo per difendere la democrazia”. Semmai, la proposta va girata così: siccome il sostegno all’Ucraina (politico, economico e militare), il giudizio sulla Russia di Putin quale nemica dell’Italia e il favore alla politica europea di riarmo rappresentano punti fondamentali e non negoziabili del posizionamento internazionale del Paese, si lancia un appello a tutte le forze, parlamentari e non, e a tutte le personalità che condividono questi assunti di convergere in un’alleanza di governo, prescindendo dalle vecchie aggregazioni politiche. Sarebbe il modo più sano ed efficace di rompere il bipolarismo (bipopulismo) ormai fallito e di scomporre e ricomporre su altre basi il sistema politico. Capisco che non possa essere un ministro in carica a porre la questione in questi termini, ma sono sicuro che Crosetto sarebbe il primo ad apprezzare un simile schema di gioco. Non fosse altro perché il ministro della Difesa era presente al vertice Nato in Turchia, ed ha capito più e meglio di chiunque altro che si è voltato pagina e, pur tra mille incertezze e contraddizioni, si è aperta una nuova fase storica dell’Alleanza Atlantica, la terza dopo la stagione dell’argine all’imperialismo dell’Unione Sovietica e quella dell’egemonia americana dopo la fine del comunismo e della guerra fredda.
Una cosa deve essere chiara: ad Ankara la vecchia Alleanza Atlantica, quella nata il 4 aprile del 1949 a Washington cui l’Italia aderì insieme ad altri 11 paesi fondatori per merito di Alcide De Gasperi (a firmare furono il Ministro degli Esteri Carlo Sforza e l’ambasciatore italiano negli Usa, Alberto Tarchiani), è morta. Se ne occulta il decesso per convenienza e pudore, favoriti dal fatto che resta in piedi l’intelaiatura militare, ma politicamente non è e non sarà più ciò che fu. L’America resta il garante strategico per la deterrenza nucleare, ma la difesa convenzionale diventa una responsabilità sempre più, e in prospettiva esclusivamente, europea (compresi UK e Canada). Come fa notare l’ambasciatore Sequi, “è il passaggio dal ‘burden sharing’ al ‘burden shifting’: Washington non chiede più di condividere il peso della sicurezza europea, ne trasferisce progressivamente la responsabilità agli europei”. E questo avviene nel momento in cui il riarmo occidentale non risponde più solo all’emergenza ucraina, ma diventa funzionale ad una competizione ad Est destinata a durare a lungo perché la Russia è diventata una minaccia strutturale e permanente. Come confermano le parole di due uomini che conoscono le intenzioni del Cremlino: uno è Mikhail Kasyanov, ex primo ministro russo (2000-2004) proprio con Putin presidente ma fuggito dal suo Paese dopo l’invasione dell’Ucraina, il quale afferma senza mezzi termini che “durante le elezioni americane di midterm, il presidente potrebbe testare la Nato con un’offensiva contro i paesi baltici, Estonia, Lituania o Lettonia”; l’altro è Sergey Karaganov, politologo all’orecchio di Putin e presidente onorario del think tank Consiglio per la Politica Estera e di Difesa, il quale sostiene che sia “solo una questione di tempo” prima che Mosca ricorra a “misure drastiche”, prima convenzionali e poi nucleari, contro l’Europa, e lì si vedrà se l’articolo 5 dello statuto Nato è o meno lettera morta.
A questo si aggiunga che il riarmo richiede tre pre-condizioni. La prima: occorre il consenso dei cittadini, il quale dipende dal flusso di informazioni e opinioni che concorrono a formare la mentalità collettiva e dal coraggio con cui la classe dirigente si assume le proprie responsabilità. La seconda: occorre acquisire la spesa per la difesa come un vero e proprio strumento di welfare (c’è qualcosa che procura un benessere maggiore che salvaguardare la libertà e la pelle?), sgombrando il campo dal populismo di chi si rivolge all’opinione pubblica accusando chi sollecita il riarmo di voler sottrarre risorse a sanità, scuola e quant’altro, e per di più per ingrassare il “capitalismo bellico”. La terza: occorre superare ogni pulsione sovranista, perché la Nato 3.0 reggerà solo ed esclusivamente nella misura in cui le industrie nazionali della difesa si trasformeranno in campioni continentali, cosa tanto più importante perché il conflitto russo-ucraino dimostra come d’ora in avanti la guerra dipenderà sempre meno dagli eserciti, e sempre più dalla capacità di produrre droni, missili, satelliti, software. E di questa integrazione dovrà far parte anche l’industria militare di Kiev, visto che l’Ucraina si è guadagnata l’ingresso nell’ecosistema strategico occidentale, come dimostra l’annuncio che Trump concederebbe la licenza per produrre i Patriot, forse la decisione più inattesa che è arrivata da Ankara (il condizionale è d’obbligo perché, come segnala il generale Camporini, al di là dei frequenti cambiamenti di idea dell’inquilino della Casa Bianca, cedere quel tipo di tecnologie è complicato e comunque i tempi per avviare la produzione sarebbero lunghi).
Insomma, al cospetto di un Putin cui prudono le mani non fosse altro per le difficoltà che incontra sul terreno di guerra di fronte alla capacità ucraina che da resiliente è diventata reattiva, e di fronte alla contraddizione di un Trump che da un lato rafforza la Nato perché costringe l’Europa ad assumersi le responsabilità che storicamente ha sempre evitato (salvo lamentarsi delle ingerenze americane) e dall’altro la indebolisce perché brucia la fiducia nella garanzia americana, il suo capitale più prezioso, è evidente che i paesi europei sono chiamati a prendere decisioni storiche. Cosa che diventa drammaticamente difficile quanto più pesano le forze politiche e gli strumenti mediatici anti-europei e filo-russi. E purtroppo, non è solo l’Italia ad essere pesantemente infiltrata da Mosca. In Francia, Marine Le Pen ha dovuto ammettere di aver avuto un prestito di 11 milioni di euro da parte di banche russe e ha sempre osteggiato la politica filo ucraina di Macron. In Germania e Gran Bretagna i partiti indicati come vincenti dai sondaggi sono putiniani: i neo-nazisti dell’Afd intrattengono rapporti politici ed economico-finanziari con Mosca, mentre la formazione di Nigel Farage è nata all’ombra di Putin e se ha portato UK fuori dall’Ue è grazie alle infiltrazioni russe nella campagna per la Brexit.
E in questo caso proprio non vale, anzi, il vecchio detto del mal comune mezzo gaudio. Il tempo stringe, perché come suggerisce ancora Sequi, la domanda non è più se noi europei diventeremo una potenza strategica, ma se riusciremo ad esserlo prima che la Russia ci metta alla prova.(e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
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