Usa, Cina e l'Europa di Draghi
DI FRONTE AL "G2" USA-CINA DRAGHI INVOCA L’EUROPA DEI VOLENTEROSI. MA MELONI E SINISTRA PARLANO D’ALTRO…
di Enrico Cisnetto - 16 maggio 2026
Da Tucidide e SuperMario a Giorgia e Elly-Giuseppi. C’è una distanza siderale che separa la scoraggiante mediocrità del dibattito politico italiano, di cui si è avuta una fedele rappresentazione dal penoso svolgimento del cosiddetto “premier time” della presidente del Consiglio al Senato mercoledì, e la dimensione epocale dei problemi che la Terra si trova a dover affrontare, altrettanto ben rappresentati sia dal vertice di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump, che per evitare la “trappola di Tucidide” evocata dal leader cinese ha imposto al mondo la dura legge del “G2”, sia dall’ennesimo, ma questa volta ultimativo, appello di Mario Draghi all’Europa. Invece di sollevare lo sguardo e cercare di inquadrare presente e futuro dell’Italia nel contesto planetario – da cui derivano vincoli ineludibili e opportunità imprescindibili – Giorgia Meloni e i suoi avversari hanno preferito (ma probabilmente non sono in grado di fare altro) tuffarsi in una prematura campagna elettorale, ignorando che manca un anno abbondante alla fine della legislatura e che oggi più che mai, considerata la velocità con cui cambiano le cose, il tempo rappresenta una risorsa fondamentale e non una variabile indipendente, e sprecarlo è peccato mortale. Ma anche autolesionismo elettorale. Perché se i due fronti del bipolarismo italico pensano di conquistare il consenso degli italiani mettendo in scena il conflitto di slogan contrapposti, mostrando – come ha scritto Alessandro Barbano – “due fotografie opposte e incompatibili dello stesso Paese”, entrambe parzialmente vere e prevalentemente false ma coincidenti in quanto ad angustia di angolazione (l’analisi) e di prospettiva (la base programmatica), possono star certi che stavolta il giudizio dei cittadini sarà talmente severo da essere inappellabile.
Eppure, pur considerato che alla povertà di pensiero non c’è rimedio, una scappatoia per la politica nostrana che volesse salvarsi – e salvarci – dal disastro, ci sarebbe. Si chiama Draghi, altrimenti detto SuperMario. Vi spiego come e perché partendo dall’incontro tra Xi e Trump (sul quale potete vedere la War Room di giovedì 14 maggio,qui il link).
Il vertice di Pechino si è aperto all’insegna di Tucidide, lo storico e stratega militare greco del 400 a.C. che ha affidato alla monumentale opera “La Guerra del Peloponneso” (otto tomi) l’analisi della competizione tra Sparta ed Atene per il predominio dell’antica Grecia. Dalla quale nel 2012 il politologo Graham Tillett Allison Jr. nel suo libro “Destined for war: can America and China escape Thucydides’s Trap?” ha tratto l’espressione “la trappola di Tucidide” per descrivere la tendenza di una potenza dominante (gli Usa) a ricorrere alla forza per contenere una potenza emergente (la Cina). Laddove la trappola consiste nel cedere alla paura di perdere il primato e considerare ineluttabile lo scontro. Xi l’ha evocata – pur immaginando che Trump, nella sua infinita ignoranza, non avesse la più pallida idea di cosa stesse parlando – per presentare l’ascesa cinese non come una minaccia, e che per questo Washington dovrebbe accettare senza osteggiarla, altrimenti – ecco la “trappola” – il conflitto diventerebbe inevitabile. “Dobbiamo essere partner, non rivali”, ha detto Xi, e per farsi capire meglio, ha fatto un esplicito riferimento a Taiwan, considerata il metro per misurare i veri rapporti di forza tra le due superpotenze: se quel dossier sarà gestito con una riduzione, graduale ma progressiva, del sostegno militare americano all’isola, allora si produce equilibrio e si può mantenere la stabilità; altrimenti – ha minacciato Xi – Cina e Usa potrebbero arrivare persino allo scontro diretto. Ora confrontate l’approccio di Xi con quello di Trump – “sei un grande leader, è un onore essere tuo amico. Avremo un futuro fantastico insieme e questo sarà il più grande summit di tutti i tempi” – e avrete la chiara percezione non solo della qualità delle due leadership, giudizio scontato in partenza, ma anche dell’esito del vertice.
Tuttavia, ciò che conta di più non è la dinamica dei rapporti Usa-Cina – anche se 11 anni fa Xi aveva già evocato Tucidide per negare la possibilità che potesse scattare la “trappola”: evidentemente allora non si sentiva ancora in grado di sfidare la primazia americana, oggi sì – quanto il desiderio di entrambe le potenze di affermare l’esistenza di un G2 capace di dominare il mondo, salvo mettersi d’accordo su come spartirsi le aeree di influenza. Alla faccia del G7, di cui non è formalmente decretata la morte ma si agisce come se, delle altre potenze asiatiche, dall’India al Giappone, dei paesi del Sud del mondo, che Pechino pensa di poter dominare, e della stessa Russia, che tanto Xi per un verso quanto Trump per un altro, declassano a potenza minore e ritengono di poterla tenere al guinzaglio. Ma, soprattutto, alla faccia dell’Europa, considerata troppo divisa, fragile, debole e indifesa – ora che gli States le stanno chiudendo lo storico ombrello protettivo sopra la testa (oltre il già annunciato ritiro di 5mila militari Usa dalla Germania, ora è cancellato il dispiegamento di 4mila unità in Polonia) – per poter contare in un mondo dove le autocrazie pesano più delle democrazie e del diritto internazionale si è fatto strame.
Ha dunque ragione Draghi: l’Europa è sola, deve prenderne atto senza ulteriori esitazioni e correre ai ripari. “Soli, insieme”, è l’ossimoro cui è ricorso mentre al cospetto del cancelliere Merz riceveva il premio Carlo Magno ad Aquisgrana. “Soli” perché gli Stati Uniti non sono più la sicura stampella cui appoggiarsi, la Russia ci minaccia e la Cina non può essere un’alternativa strategica. Ma “insieme” perché i singoli paesi continentali sono rimasti tutto sommato uniti, nonostante lo sfacciato tentativo di dividerli operato dalla “internazionale sovranista”. Certo, mentre ieri la sconfitta di Orban in Ungheria ci ha dato sollievo, oggi preoccupano le difficoltà di Starmer – io vi confesso che non ci dormo la notte a pensare il Regno Unito e la sua capacità di deterrenza nucleare nelle mani di quel populista filo-putiniano di Farage, proprio ora che la Brexit appare archiviabile – al pari di quelle di Macron, che rischia di lasciare la Francia a dover scegliere tra gli opposti disastri di Bardella e Mélenchon. Ma i valori che la rendono il miglior posto al mondo dove vivere, cementano l’unione dell’Europa – come dimostra la straordinaria capacità di sorreggere da sola e con successo la resistenza ucraina – e addirittura inducono una grande realtà come il Canada, geograficamente lontana ma vicina nel condividere la necessità di far fronte al divorzio americano, a ragionare su una qualche forma di aggregazione.
Tuttavia, l’esistente non basta. Draghi aveva già cercato di dare la scossa, con il suo tanto applaudito quanto inapplicato Rapporto. Ma ora ha – finalmente – compiuto un salto di qualità tutto politico, indicando che la sopravvivenza dell’Europa passa essenzialmente dalla tutela della propria sovranità, la quale discende dalla capacità di garantirsi la sicurezza, che è precondizione per difendere la sovranità economica, commerciale, finanziaria, tecnologica, energetica. Come fare? Due vie: innovare il quadro istituzionale dell’Unione, adottare un “federalismo pragmatico” tra i paesi che per sensibilità e maggiore esposizione al rischio intendono più speditamente degli altri procedere a forme di integrazione. Non sono strade alternative, anzi, come da tempo vado sostenendo in questo spazio di riflessione. Hanno solo tempi diversi e richiedono modalità difformi. Con una si ottiene “più Unione”, con l’altra una “nuova unione” (si veda la War Room guidata da Alessandro Barbano di venerdì 15 maggio, titolata “Una coscienza chiamata Draghi”,qui il link).
Ma Draghi va oltre, laddove sostiene che la cooperazione rafforzata con direzione ultima il federalismo deve essere legittimata a livello nazionale attraverso precisi impegni che i governi dovranno assumere di fronte ai loro cittadini. Il suo è un potenziale nuovo “Trattato costituzionale” europeo – la efficace definizione è del professor Michele Marchi – ma servono un popolo per legittimarlo e alcuni leader che favoriscano e indirizzino tale legittimazione. E qui casca l’asino. Perché le leadership nazionali maggiormente europeiste sono deboli, e altre sono condizionate da componenti nazionaliste. Non è un caso che Draghi citi alcuni paesi, quelli già in grado di dare una risposta militare (Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia) e non ne citi altri, come l’Italia, giudicata – a ragione – troppo poco “volonterosa”.
Ed eccoci tornati al punto da cui ero partito: la drammatica povertà politica e intellettuale della politica italiana. Non è qualunquismo, il mio, ma l’amara constatazione della realtà, fatta di una avvilente e umiliante inadeguatezza che prevale a destra come a sinistra, e con le poche eccezioni ormai ridotte a sperare che le prossime elezioni si risolvano in un pareggio così da poter tentare di archiviare un sistema che tutti sanno essere fallito ma a cui nessuno vuole rinunciare. Eppure, per riconquistare un minimo di credibilità, basterebbe comporre il numero di Draghi e chiedergli: “Presidente, dopo il suo bellissimo discorso di Aquisgrana, è disposto a mettersi concretamente a disposizione? Se ci risponde di sì, la proponiamo come la figura a cui dare la responsabilità di predisporre il federalismo pragmatico tra chi ci sta, facendola diventare il padre fondatore della Unione dei Volenterosi”. È una telefonata che avrebbe tutto l’interesse a fare la Meloni, vista la crisi d’immagine che le sta procurando la frettolosa “de-trumpizzazione” cui è stata costretta quando la sua presunta “special relationship” con la Casa Bianca si è frantumata sul colonnato di San Pietro, a causa della doverosa distanza presa da Palazzo Chigi rispetto ai volgari attacchi di Trump a Papa Leone XIV, cui si è sommata l’umiliazione degli insulti che a più riprese le ha rivolto il suo amico Donald e la presa d’atto che la grandissima parte degli italiani disistima Trump e dunque prendere le distanze dalle sue follie è elettoralmente salutare (vedi la War Room di mercoledì 13 maggio,qui il link). Ma questa stessa telefonata a Draghi dovrebbe essere fatta se non dalla Schlein, almeno da qualcuno politicamente normodotato del Pd che gli dica “caro Mario, se andremo noi al governo faremo così e così”. Oppure potrebbe trasformarsi in una bella lettera aperta dei riformisti, che potrebbero finalmente mettere la testa fuori dalla palude in cui si sono auto reclusi.
Certo, in entrambi i casi si deve presupporre che si è disposti a portare l’Italia in quel nucleo fondante di nuova Europa da cui lo stesso ex governatore della Bce ci ha esclusi (salvo prova contraria di volontà). Lo è Meloni e il suo destra-centro? Verrebbe da escluderlo, a pensare su quale piattaforma anti-europeista la presidente del Consiglio ha basato la sua vittoria elettorale di quattro anni fa. Ma non sarebbe da escludere, se si pensa a quante svolte ci ha riservato da quando ha messo piede a palazzo Chigi. Però l’opacità con cui ha più volte cambiato linea – senza mai uno struggimento interiore, senza mai ammettere di avere sbagliato – fa pensare che il suo sia puro tatticismo. Perché cambiare idea è segno di intelligenza, e di capacità politica, ma occorre motivare il cambiamento e assumersene la responsabilità. Dubito che questo possa accadere se si ha l’ossessione della longevità, sia in relazione alla durata di questo governo sia per la conquista della prossima legislatura, anche ricorrendo ad una legge elettorale che dia artificialmente il consenso che gli elettori non danno. Ma sarebbe disposto, domani, un eventuale governo espressione del campo largo a portare l’Italia nella pattuglia di testa della nuova Europa? Temo che Conte per un verso e AVS per un altro tirerebbero fuori talmente tanti distinguo da rendere improbabile, per non dire impossibile, questa scelta. Tuttavia, difficile appurarlo se la logica della segreteria Democrat è di evitare di affrontare ogni argomento potenzialmente divisivo – e questo lo sarebbe anche all’interno dello stesso Pd – per evitare ogni possibile inciampo all’alleanza.
Insomma, se si vuole che la proposta Draghi non cada nel vuoto, non restano che due opzioni: che il suo nome per la costituenda “Unione dei Volenterosi” venga fatto da qualche altro paese, o che lui si renda disponibile a sporcarsi le mani ricominciando da dove aveva smesso, il governo dell’Italia. Altrimenti le sue diventeranno, einaudianamente, “prediche inutili”. E sarà peggio per tutti. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
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