Hormuz e la Nato senza Usa
MENTRE TRUMP MINA L’ALLEANZA ATLANTICA LO STALLO DELLA GUERRA IN IRAN CI STA PROCURANDO UNA DEVASTANTE CRISI ENERGETICO-ECONOMICA
di Enrico Cisnetto - 09 maggio 2026
Prendiamone atto prima che sia troppo tardi: la guerra tra Stati Uniti e Iran, viste le conseguenze che sta generando, si è di fatto estesa all’Europa. Ne facciamo parte, nostro malgrado, e far finta di niente o, peggio, continuare a subordinare ogni nostra possibile reazione al verificarsi di condizioni ottimali che non sono date – la pace (non solo la tregua) già acquisita, una risoluzione dell’Onu, ecc. – è un errore che rischiamo di pagare assai caro. Tanto più di fronte alle reiterate minacce di Trump di voler abbandonare al suo destino la Nato, cosa che, se avvenisse, ci costringerebbe ad uno sforzo inimmaginabile – si ipotizza che i 31 Paesi della Nato (tutti tranne gli Usa) dovrebbero spendere altri 1.000 miliardi di dollari, oltre ai 750 su cui si sono impegnati l’anno scorso nel vertice in Olanda – per assicurarci quella difesa che finora l’Alleanza Atlantica a trazione americana ci ha assicurato (vedi la War Room di mercoledì 6 maggio, qui il link).
Eppure, si tende a minimizzare: la guerra finirà, sia Washington che Teheran hanno interesse a voltare pagina velocemente; figuriamoci se la Casa Bianca farà quel che minaccia, uscire dalla Nato sarebbe un problema e un costo enorme per gli Stati Uniti. Per carità, tutto vero. Sempre, però, che prevalga la ragione. Ovviamente lo auspichiamo, ma siamo pronti a prenderci il rischio di trovarci impreparati se dovesse prevalere la follia? Davide Giacalone l’ha efficacemente definito “lo sgocciolio del tempo”, questo protarsi delle cose in modo pericolosamente incontrollato.
Prendiamo il conflitto mediorientale. È giunto al terzo mese – in barba alle tronfie dichiarazioni di Trump, secondo cui sarebbe durato al massimo qualche settimana – e vede le parti in posizione di stallo, bloccate in un cessate il fuoco improduttivo. I bombardamenti israeliani e statunitensi hanno inflitto danni enormi, ma le capacità militari iraniane restano forti (specie quelle offensive) e sul piano politico, anziché creare le condizioni per il rovesciamento del governo di Teheran, hanno favorito l’ascesa di una leadership più radicale al vertice del regime. L’Iran, da un lato ha rapidamente sfruttato la sua capacità di bloccare efficacemente il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, facendo ricadere il costo della guerra sui consumatori americani, oltre che mettendo sabbia negli ingranaggi della globalizzazione, e dall’altro, ha attaccato i paesi del Golfo, trasformando il conflitto in una guerra regionale. Due circostanze, queste, che a tutta evidenza gli Stati Uniti non avevano previsto. Dalla paralisi entrambe le parti hanno interesse ad uscire al più presto, ma le condizioni che pone Trump non sono accettabili per l’Iran, e viceversa. Forse si potrà trovare un compromesso sulla durata della moratoria per le attività iraniane di arricchimento dell’uranio (Teheran offre 5 anni, Washington ne chiede 20, potrebbero trovarsi a metà strada), anche se sarà complicato per Trump, pur al netto della sua faccia tosta, spiegare agli americani e al mondo che la capacità di quella teocrazia terrorista di dotarsi della bomba atomica non è cancellata, che era l’obiettivo sbandierato della guerra e più volte data per acquisita, ma solo sospesa. Peggio ancora sarà, se sul tavolo del negoziato la Casa Bianca porrà, come si dice e si teme, la disponibilità a togliere le sanzioni internazionali che da anni gravano sull’Iran, così finendo per finanziare un regime che nel frattempo si è fatto ancora più sanguinario di prima. In tutti i casi, come ha scritto il New York Times, accettare le proposte iraniane sulla pace “potrebbe negare a Trump la possibilità di vendere efficacemente la narrativa della vittoria”. E come scrive Edward Luce sul Financial Times, “l’operazione Epic Fury di Donald Trump contro l’Iran si è trasformata in un’epica ricerca di una via d’uscita”.
Sia come sia, il vero nodo da sciogliere è la riapertura dello Stretto di Hormuz, dove passava circa il 15% del petrolio mondiale (oltre che gas naturale, elio, fertilizzanti). Su questo punto Trump ha detto e fatto di tutto, arrivando a lanciare e ritirare nel giro di poche ore il tronfio piano “Project Freedom” che avrebbe dovuto ripristinare la navigazione. Ora, è vero che il blocco navale statunitense blocca le esportazioni dell’oil iraniano, con grave danno per l’economia di Teheran, che è dunque interessata a sbloccare lo stallo. Ma qui è la diversa percezione del tempo a dividere i due contendenti. Trump ha fretta, anzi di più, che gli americani possano tornare a pagare come prima di questa sua sciagurata guerra il prezzo del gallone di benzina (ora lo pagano oltre il 30% in più rispetto all’inizio della guerra, un aumento di prezzo decisamente superiore a quello subito dai consumatori europei). Il regime iraniano, che controlla con il terrore il popolo iraniano, ha invece molti meno problemi di opinione pubblica, e può aspettare. Tant’è che infligge all’Iran un’inflazione intorno al 70% senza colpo ferire. E poi, come sostiene il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman, “affamare l’economia iraniana richiederebbe tempo e pressioni su Russia e Cina affinché smettano di aiutare l’Iran a eludere il blocco. Sarebbe doloroso per il popolo iraniano, ma gli Stati Uniti tendono a sottovalutare la capacità di altre società di sopportare il dolore”. Inoltre, la disponibilità dell’Iran ad attendere più a lungo di Trump deriva dal fatto che può contare sulle entrate provenienti da Pechino per continuare a sostenere lo sforzo bellico. E se il blocco imposto da Trump ha finora escluso le navi dirette verso la Cina, ciò significa che il presidente americano non ha nessuna intenzione di dichiarare guerra a Pechino, tanto più alla vigilia del suo incontro con Xi Jinping (“sarà fantastico, è un mio amico”, si è lasciato andare a dichiarare).
D’altra parte, se non fosse così, lo Stretto sarebbe già stato riaperto. Tanto per dire, a Wall Street l’acronimo TACO (“Trump si tira sempre indietro”), inventato per la guerra dei dazi, è già stato sostituito da NACHO (“Not a Chance Hormuz Opens”, “Nessuna possibilità che Hormuz si riapra”). Ma Hormuz chiuso significa che i prezzi del petrolio continuano a salire, tant’è vero che i prezzi spot si stanno allineando a quelli precedenti al cessate il fuoco, e i futures (vero indicatore delle attese dei mercati mondiali) li superano. Certo, sono in corso progetti per la costruzione di nuovi oleodotti che aggirino lo Stretto, ma ci vorranno anni. E comunque, ci vorranno molti mesi prima che il mercato mondiale dell’energia torni agli equilibri precedenti il conflitto, una volta che Hormuz fosse riaperto. Anche perché pesano i danni prodotti dall’Iran agli impianti di alcuni paesi del Golfo: si stima che almeno il 5% del consumo mondiale di gas liquefatto (Gnl) sia inutilizzabile, di cui il 3% di origine Qatar. E ci vorrà molto tempo per riparare i danni. Oggi per l’Europa, dopo aver bloccato la maggior parte dei flussi di gas dalla Russia, il Gnl rappresenta quasi la metà delle importazioni di gas dell’Ue, e sono solo tre le provenienze: oltre al Qatar, Stati Uniti e Norvegia. Quindi noi dovremo fare i conti con l’impatto delle interruzioni del Gnl per anni, con diversi effetti a catena. Per esempio, se per compensare aumenteremo le importazioni dagli Usa, in questo contesto geopolitico quella dipendenza può diventare un problema serio. Senza contare che le richieste di revocare le sanzioni sugli idrocarburi russi e tornare a comprare da Putin, potrebbero farsi più insistenti. Insomma, a prescindere da Hormuz, Washington e Mosca disporranno di nuove leve sull’Europa.
Situazione che diventa ancor più pesante se Hormuz dovesse continuare a rimanere intransitabile. Per quanto tempo? Secondo l’opinione di alcuni analisti raccolta da Luca Salvemini per Foreign Affairs “se lo Stretto rimarrà chiuso per altri due mesi (maggio e giugno), l’impatto sarà gestibile anche se ci vorranno almeno quattro mesi per ripristinare i flussi normali”, ma se si andrà oltre “le conseguenze saranno devastanti”. Finora a fronte dell’aumento del prezzo del barile, i consumi sono diminuiti solo leggermente. E questo significa che si stanno usando le scorte. Ma più passa il tempo, e più i prezzi dovranno salire maggiormente: si stima che il petrolio dovrà costare abbastanza da causare danni economici sufficienti a indurre la riduzione del consumo globale di circa 11 milioni di barili al giorno rispetto agli attuali 100. E se il prezzo sale finché la domanda non si allinea all’offerta, a soffrire di più sarà la già debole economia continentale. Non è un caso che il Fondo Monetario e l’Agenzia Internazionale dell’Energia abbiano definito quella innescata dall’operazione militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran “potenzialmente la più grave crisi energetica della storia recente”.
Ecco perché, noi europei abbiamo il dovere di considerare le ipotesi peggiori – sia in relazione all’andamento della guerra e delle sue conseguenze, sia per quanto riguarda il futuro dell’Alleanza Atlantica – e di attrezzarci di conseguenza. Come? Facendo due cose. La prima l’ha suggerita Paolo Gentiloni, e interroga la nostra sinistra a trazione pacifista: “prendiamoci la Nato”. L’ex presidente del Consiglio ha scritto che “se Trump con linguaggio maoista ridicolizza la Nato, «tigre di carta», gli europei sono obbligati a rispondere. Non certo per contribuire a disintegrare l’alleanza, sulla cui deterrenza, specie quella nucleare, dobbiamo contare, ma per prendere in mano la nostra difesa. Il tempo in cui erano gli americani a farsene carico non tornerà: la nostalgia non è una strategia”. Dunque, se vogliamo difenderci e difendere il nostro modello di democrazia, occorre prendere in mano la causa dell’Occidente, sia avviando il processo di costruzione della difesa continentale, sia costruendo il pilastro europeo della Nato (Gentiloni suggerisce di cominciare assumendo il controllo del comando operativo Nato in Europa, Shape, che ha sede in Belgio e dove già la maggioranza degli incarichi e dei costi sono degli europei). Bene. Ma non credo che nell’Unione ci siano le condizioni per una decisione che dovrebbe essere immediata. Occorre che l’iniziativa la prendano alcuni paesi andando oltre il perimetro comunitario. Tre sono indispensabili (Francia e UK per la deterrenza nucleare che possiedono, la Germania per la quantità di risorse che ha già deciso di mettere sulla difesa), altri molto importanti (Polonia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia). Lo sarebbe anche l’Italia, molto importante, se solo uscisse dall’ipocrisia ideologica che, con rare eccezioni, riguarda tanto la destra quanto la sinistra.
La seconda cosa, che s’intreccia inevitabilmente con la prima, è decidere di andare a sminare e sbloccare Hormuz. Non sarebbe un atto di guerra, ma di legittima difesa dalle conseguenze che la guerra altrui ci sta causando prima che diventino devastanti. Ma sarebbe – è inutile girarci intorno – una vera e propria azione militare, con tutti i rischi che comporta. Siamo perfettamente attrezzati per farlo, anzi lo siamo più e meglio degli americani. Vedo che c’è titubanza, anche in chi, come Macron, finora si è distinto per mancanza di subalternità a Trump. Capisco la prudenza, e ci mancherebbe altro, ma il confine con l’impotenza è sottile e non va superato. Anche per sfruttare due circostanze. La prima è negativa: la debolezza politica di Starmer a casa sua, come dimostrano i risultati delle amministrative di questi giorni. Bisogna accelerare i tempi del coinvolgimento “europeo” del Regno Unito, se non addirittura di un esplicito smarcamento dalla Brexit, prima che la politica inglese finisca nelle mani di quel populista filo-putiniano di Nigel Farage. La seconda è positiva: la calda disponibilità mostrata dal primo ministro canadese Mark Carney – al vertice della Comunità politica europea (Epc) che si è svolto nei giorni scorsi in Armenia, un contesto destinato a prendere piede – a collaborare con l’Europa su più fronti (Ucraina, Caucaso, Paesi Baltici) tanto da far parlare di un ingresso del Canada nella Ue.
Sembra che una richiesta, seppure informale, sia partita dai vertici militari di Parigi e Londra ad alcuni comandi militari alleati, per organizzare una spedizione navale di “volenterosi” finalizzata a mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Un paio di cacciamine sono stati richiesti anche all’Italia. Ne sapremo qualcosa di più quando il governo riferirà in Parlamento. E il mio stato d’animo è fin d’ora diviso tra la speranza che prevalga il coraggio e il senso di responsabilità, e la curiosità di vedere come se la caveranno i due fronti del nostro bipolarismo a contenere le spinte populiste e pacifiste che ugualmente li attraversano. Che noi si liberi lo Stretto è strettamente indispensabile, speriamo che non ci si limiti allo “stretto indispensabile”. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
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