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Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Uno sciopero che fa male al Paese

LO “SCIOPERO DEL VENERDÌ” FAVORISCE LE MIRE POLITICHE DI LANDINI E SALVINI E AFFOSSA LE PARTI SOCIALI. CONFINDUSTRIA, SE CI SEI BATTI UN COLPO

di Enrico Cisnetto - 18 novembre 2023

“Scioperare, in democrazia, è legittimo. Anzi, rientra nella fisiologica dialettica sociale e politica come forma di confronto tra le parti sociali, e tra esse e le istituzioni. Ma proprio perché le mobilitazioni sindacali si innestano all’interno di una complessa dinamica di relazioni industriali, dove vengono messi in connessione (e competizione) i diversi interessi, con l’intento non solo di rappresentarli ma anche e soprattutto di contemperarli, quello che è determinante è il contenuto stesso degli scioperi, e la loro efficacia nel raggiungere gli obiettivi che si prefiggono. Sono i motivi per cui vengono indetti che li definiscono, li qualificano, li collocano nel contesto e gli danno un senso. Per questo, lo sciopero generale proclamato da Cgil e Uil – ma senza la Cisl, che ha deciso meritoriamente di distinguersi – difficilmente si può annoverare tra quelli politicamente “intelligenti”. Protestare contro la legge di Bilancio poco prima che venga approvata, quando tutto è praticamente definito ed è davvero improbabile che possa cambiare qualcosa, appare come un tentativo esplicito di alzare la tensione. Con un solo obiettivo perseguibile: rappresentare l’esistenza in vita di chi l’ha promosso”.

No, non ho scritto ora queste parole, ma l’11 dicembre 2021, poco prima dello sciopero generale del 16 dicembre di quell’anno, sempre per TerzaRepubblica. Le ho trascritte perché oggi non avrei potuto dire niente di diverso – a testimonianza che in queste benedetto Paese nulla cambia – visto che le uniche differenze sono il nome del capo del governo contro cui lo sciopero è rivolto (Draghi due anni fa, Meloni oggi), il giorno della settimana in cui si è svolto (quella volta era giovedì, mentre stavolta, come è ormai solito fare, venerdì) e il fatto che questa volta si è trattato di uno sciopero “semi generale”, considerato che non tutte le categorie sono state coinvolte. Identiche e ugualmente sbagliate sia la motivazione formale dello sciopero (la difesa delle fasce più deboli) che quella sostanziale (manifestare contro il governo ponendosi politicamente all’opposizione di esso). Oggi come allora la manovra si può criticare per la scarsità degli investimenti e per non avere scelto la crescita economica come linea guida, o per non avere il coraggio di mettere mano con decisione ai conti pubblici, ma non di essere anti-popolare. E oggi come allora è pessima l’idea del sindacato che si fa soggetto politico per sopperire ai giganteschi vuoti della sinistra – tanti anni fa lo scopo era fare da cinghia di trasmissione dei partiti, non il contrario – perché in questo modo si costringono le parti sociali ad abdicare, più di quanto già non sia, al loro ruolo primario.

Stavolta, però, i leader di Cgil e Uil, Landini e Bombardieri, hanno avuto un inaspettato alleato: il ministro Salvini. Due anni fa il settore dei trasporti era stato prudenzialmente esentato dallo sciopero, mentre ora si pretendeva di coinvolgerlo oltre i limiti delle fasce orarie previste dalla legge che tutela gli utenti dei pubblici servizi essenziali, con ciò reiterando l’errore commesso in questi ultimi anni di nuocere al prestigio sociale dell’astensione dal lavoro, abusandone. Così si è dato legittimamente modo a Salvini di precettare e imporre solo 4 ore di stop nei trasporti, decisione cui ha poi voluto aggiungere parole di commento poco consone ad un vicepresidente del Consiglio, ed erronee nella sostanza perché gli “scioperati” che il ministro ha voluto contrapporre a chi lavora non sono gli “scioperanti” bensì tutti coloro – e sono drammaticamente tanti – che campano sulle spalle di chi fatica. Ma tant’è, questo ha indotto gli organizzatori dello sciopero a definire “squadrismo istituzionale” le raccomandazioni dell’autorità di garanzia. E così, grazie al clamore che ne è nato, lo scontro Salvini-Landini è stato l’unico sale di questa minestra sciapa e riscaldata dello sciopero semi-generale. Ma attenzione, non fatevi ingannare dalle apparenze. Come ha scritto Pietro Ichino, nelle settimane passate il segretario della Lega si è battuto per modifiche della legge di bilancio sostanzialmente sovrapponibili a quelle chieste da Cgil e Uil: “superamento a marcia indietro” della riforma Fornero delle pensioni, aumento della spesa corrente anche a costo di far lievitare deficit e debito, conseguente scontro con Bruxelles. Dunque, i due sono compari che si sono assicurati l’un l’altro la scena: il ministro e vicepremier per rubare spazio mediatico nella speranza (illusione?) di rosicchiare voti alla Meloni, il sindacalista per dire a Schlein e a Conte che a sinistra le carte le smazza la Cgil. Anzi, visto che la presidente del Consiglio e la segretaria del Pd hanno provato a creare una sorta di meccanismo di reciproca legittimazione al femminile, nella logica della personalizzazione del bipopulismo, ecco che i due protagonisti della giornata di sciopero hanno fatto altrettanto, al maschile. Della serie: se Landini aiuta Salvini a fronteggiare la Meloni, allo stesso tempo Salvini aiuta Landini a definirsi non tanto (o solo) l’alternativa alla Schlein, ma il federatore del famoso “campo largo” Pd-5stelle-sinistre varie. Non c’è bisogno di sottoscrivere patti, l’intesa è di fatto. 

Difficile dire cosa c’entri tutto questo con le sacrosante esigenze di chi ha aderito allo sciopero e con i non meno sacrosanti diritti di chi ne ha subito le conseguenze, a cominciare da coloro che già normalmente sono alle prese con la precarietà e le lentezze dei trasporti pubblici. E non meno complicato è immaginare quale solidarietà possano avere gli scioperanti dal resto della società se poi si scopre che la lista delle rivendicazioni si allunga, come una sorta di letterina a Babbo Natale, di mille meravigliosi auspici, dalla difesa della democrazia alla pace nel mondo. 

Per fortuna, in tutto questo si è distinta la Cisl. Come già due anni fa, non si è fatta risucchiare in questo sciopero politico del venerdì. Una volta, quando la Uil era in altre mani, predicavo la necessità che le componenti riformiste del sindacato si unissero al di là delle sigle per far capire ai lavoratori che i loro interessi e quelli dei datori di lavoro sono gli stessi, nella misura in cui maggiore produttività si traduce in più soldi in busta paga. Oggi questa linea e questa responsabilità sono nelle mani solo del sindacato guidato da Luigi Sbarra. L’unico che cerca di guardare oltre, come quando ha lanciato un manifesto – che io mi sono onorato di sottoscrivere – a sostegno di una normativa che preveda una governance delle imprese partecipata dai lavoratori. Proposta che dovrebbe indurre il Pd, o almeno le menti più lucide dei vertici dem (scarseggiano, ma ce ne sono) a fare una riflessione su quale deve essere il sindaco di riferimento del riformismo politico. Ma, ammesso (e non concesso) che accada, non basterebbe.

Occorre che anche nel campo della rappresentanza dei datori di lavoro ci sia un risveglio delle coscienze. Da un lato, sono le energie imprenditoriali quelle cui spetta il compito di ridare una prospettiva all’Italia che intende uscire dal pluridecennale declino in cui è scivolata, perché hanno migliori strumenti e maggiori responsabilità sociali. Dall’altro, è specificatamente la Confindustria a dover chiamare a raccolta le componenti sociali che concorrono a tenere a galla il Paese, a cominciare dai lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano, e spingere le istituzioni a darsi traguardi di medio-lungo periodo che consentano di riqualificare il profilo strategico del Paese. Senza ambizioni surrogatorie, ma con la determinazione di chi sa che ha una responsabilità sociale ben più grande dei confini degli interessi che rappresenta. Dico questo anche perché la Confindustria si accinge a rinnovare i suoi vertici, e non vorrei che ancora una volta l’autoreferenzialità corporativa faccia premio sui requisiti di standing e di capacità di visione strategica di chi è chiamato a guidarla. Occorre che la rappresentanza, perché sia efficace e risulti convincente nella dialettica con le istituzioni e la politica, sia esercitata da imprenditori veri e solidi, di indiscussa reputazione e assoluto prestigio, possibilmente conosciuti a livello internazionale e privi di qualsivoglia riflesso condizionato verso tutti i poteri, visibili e invisibili. Inoltre, occorre evitare che si formi una “casta”, gente che considera la rappresentanza associativa un mestiere o un trampolino per poi gettarsi nella mischia politica con una visibilità già acquisita o per conquistare posizioni di potere altrove, in ciò che il mondo pubblico e para-pubblico offre. Dunque, è più che mai necessario, e non solo per Confindustria ma anche e soprattutto per l’intero sistema-paese, che questa volta la scelta segni una forte discontinuità e riconsegni a quella confederazione il perduto ruolo di protagonista numero uno dei corpi sociali intermedi. Un presidente autorevole e di prestigio darebbe agli industriali italiani prima di tutto la voglia di tornare a investire e a credere nel futuro, e assicurerebbe la forza necessaria per spingere le componenti più moderne ed avanzate del sindacato a condividere un piano di rilancio dell’economia. Sì, avete capito bene: parlo di un “patto sociale” per la crescita dell’economia e la modernizzazione del Paese.

Negli anni scorsi, di fronte alla deriva sovran-populista assunta dalla politica dopo le elezioni del 2018 e il formarsi del governo pentaleghista, si era andato formando un fronte comune delle parti sociali, unite dalla consapevolezza che occorreva una politica a sostegno della crescita che evitasse la saldatura tra il radicalismo sindacale e il populismo politico. Si era arrivati alla firma del “patto della fabbrica”, sottoscritto da sindacati e Confindustria, che mirava ad un riassetto del sistema contrattuale che potesse assicurare più spazio alla contrattazione decentrata in materia di regolazione dei salari e di maggiore partecipazione dei lavoratori nelle nuove forme di organizzazione del lavoro, riattivando a livello di settore e di azienda la dinamica del rapporto salari-produttività, il tutto sostenuto da formazione, ricerca ed innovazione. Quel “patto” è rimasto sulla carta. Così come è rimasto lettera morta il nuovo “patto sociale” proposto da Mario Draghi una volta insediato a palazzo Chigi. Ora bisogna avere la lungimiranza di rilanciarlo.

Prima di tutto, perché consentirebbe alle rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro di risolvere senza l’aiuto dello Stato molte questioni che sono nella loro piena disponibilità negoziale (si pensi al livello dei salari e all’ipotesi che per legge se ne istituisca uno “minimo”). E poi perché va sconfitta la deriva verso la disintermediazione delle parti sociali – che fa da battistrada, in politica, al fenomeno della democrazia plebiscitaria, la “capocrazia” come la chiama Michele Ainis – per colpa della quale le rappresentanze sociali hanno prima perso centralità e poi sono scomparsi dai radar del processo di formazione delle decisioni pubbliche. Già con Renzi era stato definitivamente cancellato il ruolo dei corpi intermedi, in crisi da anni. Ma almeno a quel tempo c’erano ancora dei capitani d’impresa (si pensi a Marchionne) e dei sindacalisti riformisti (Angeletti, Bentivogli, Carta) che esercitavano una qualche influenza. Oggi non c’è più nemmeno questo. E proprio per questo va subito invertita la tendenza.

So di chiedere tanto a forze che in questi anni si sono rattrappite e hanno perso il senso del loro ruolo nella società. Ma la posta in palio è troppo alta per non urlare alle coscienze di scuotersi. Magari aiuterebbe il loro risveglio andare a rileggersi quanto lo storico leader della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, disse all’Assemblea Costituente circa la solennità e la gravità dello strumento dello sciopero. Altro che gli “scioperi del venerdì”.

Per chi se la fosse persa, consiglio di vedere la puntata di War Room su questi temi di giovedì 16 novembre, con Dario Di Vico, Davide Giacalone e Giorgia Serughetti. Qui il link

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