ultimora
Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Prima l'economia, poi il referendum

È UNA PAZZIA: L’ECONOMIA FRENA ED È GIA' PARTITA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL REFERENDUM COSTITUZIONALE

 

28 maggio 2016

C’è qualcuno, già orientato per il Sì o per il No o a maggior ragione ancora incerto, che sente la necessità di far vivere al Paese sei mesi di campagna elettorale – infuocata e totalizzante, come si è profilata fin d’ora – in vista del referendum sulle riforme costituzionali che si terrà in autunno? È da immaginare che nessuno sia così matto e masochista da rispondere affermativamente. Tanto più se ci si ferma a riflettere sul fatto che questo è un momento decisivo per la nostra economia, al bivio tra stagnazione e ripresa, che richiede una concentrazione così straordinaria da non lasciar spazio a null’altro. Eppure da settimane assistiamo ad una sorta di impazzimento collettivo, per cui non si parla d’altro, si armano le milizie e i due eserciti si fronteggiano – poco nel merito e molto nella reciproca demonizzazione – come se si dovesse votare domattina. Insomma, anche a volersi impegnare con la fantasia, non crediamo ci possa essere modo peggiore di affrontare la questione. Renzi, che ha bisogno di sovrastare nell’immaginario collettivo le amministrative (che non promettono niente di buono) con un argomento forte, ci ha messo un carico di novanta, personalizzando l’appuntamento referendario (“se perdo vado a casa” lo avrà detto ormai un centinaio di volte), mettendolo in cima all’agenda politica e mobilitando un’organizzazione di “comitati per il sì” che mal si concilia con una scelta che avrebbe bisogno più di meditazione che di propaganda. Ma anche i suoi avversari – peraltro facendo stupidamente il suo gioco – ci stanno mettendo del loro, alimentando la tenzone con quella irrefrenabile voglia di ribattere colpo su colpo: dai professori alla Zagrebelsky, che negando l’opportunità (se non addirittura il diritto) di toccare la Costituzione giustificano l’accusa renziana di immobilismo, agli oppositori interni al Pd, che farebbero meglio a ricordare a Renzi, cosa che non fanno, che se come presidente del Consiglio ha tutto il diritto (noi diciamo anche il dovere) di sentirsi estraneo alle elezioni amministrative, non altrettanto è legittimato a farlo come segretario del partito (ed è lui che ha voluto i due incarichi).

Neppure gli ultimi dati allarmanti sulla congiuntura economica e una ferale profezia del Fondo Monetario hanno fermato la più che precoce guerra referendaria. Intanto l’arretramento dell’industria. A marzo, venuta a mancare la spinta del settore auto – che vede il primo calo dei ricavi dalla fine del 2013 – il fatturato delle fabbriche italiane è sceso del 3,6% rispetto all’anno precedente, maggiore flessione tendenziale da oltre due anni. Inoltre altri segnali di difficoltà arrivano anche dagli ordinativi (dato importante per capire le tendenze) e dal commercio estero, su cui pesa la frenata di Brasile, Russia, Cina e paesi Opec. Inoltre, i prezzi in deflazione non bastano a ridare slancio ai consumi – tanto che gli ultimi dati Istat sanciscono la crescita zero delle vendite al dettaglio nel primo trimestre rispetto al trimestre precedente – ma fanno sentire i loro effetti sulle buste paga, visto che l’aumento delle retribuzioni è il più basso mai registrato dal 1982. Ergo: la ripresa in Italia è molto più lenta e incerta del previsto, ma soprattutto è decisamente inferiore alla pur non brillante performance dei paesi a noi paragonabili. Ciliegina sulla torta: l’Fmi profetizza che continuando così (stima che il pil farà +1,1 quest’anno e +1,25% nei prossimi due) recupereremo solo “a metà degli anni 20”, cioè tra un decennio, i livelli di reddito pre-crisi mondiale. Ci saremmo aspettati una qualche reazione, e invece il mondo politico parla d’altro, gli italiani paiono rassegnati e persino gli imprenditori sbagliano clamorosamente approccio. Dal neo presidente Vincenzo Boccia, che al suo esordio in assemblea di Confindustria ha detto che la nostra economia, pur essendo ripartita, “non è in ripresa” e che siamo di fronte ad “una risalita modesta e deludente”, e che ha autocriticamente ammesso che “un capitalismo moderno, fatto di mercato, di apertura ai capitali e di investimenti nell’industria del futuro” è di là da venire perché “per risalire la china dobbiamo attrezzarci al nuovo paradigma economico”, ci si sarebbe aspettati che chiedesse un radicale cambio di passo nella politica economica. E invece sapete cosa ha detto? Meno male che ci sono le riforme istituzionali, la Confindustria si accinge ad organizzarsi per aiutare la vittoria del Sì. Ora, non essendo nati ieri e sapendo che la Confindustria, in quanto sindacato degli imprenditori, deve poter negoziare al meglio con il Governo, capiamo la necessità di non essere ruvidi. Ma tra questo e  accettare l’idea, del tutto fuori luogo, che da quelle riforme passa la ripresa dell’economia, beh, ce ne passa. Non sarebbe così neppure se fosse il più perfetto dei ridisegni dell’intera architettura istituzionale, tanto meno lo è visto che la riforma è parziale e sbagliata in alcuni passaggi essenziali. Anche perché l’aver imboccato la strada della distribuzione di un po’ di denaro a pioggia (gli 80 euro e seguenti) sperando che si traducesse in un aumento dei consumi e quindi in un incremento di pil, o al contrario non aver imboccato la strada di un’operazione straordinaria sul debito pubblico per avere in cambio maggiore flessibilità sul deficit e poter quindi fare investimenti pubblici e favorire fiscalmente quelli privati, non sono scelte figlie di storture istituzionali – che pure esistono e che vanno corrette, guai a considerare inviolabile la Costituzione – ma di valutazioni politiche sbagliate e di una cultura economica approssimativa. Ed è a correggere questo tiro che dovrebbero essere dedicati i prossimi mesi. Nell’interesse del Paese, ma anche di Renzi, perché gli italiani – giustamente – votano (amministrative, politiche o referendum che siano) guardando prima di tutto cosa è successo alle loro tasche. Dimenticarselo è letale.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario