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Riforma delle pensioni

La pericolosa "Quota 100"

Rischioso abolire la Fornero, meglio le politiche di atcive ageing

di Enrico Cisnetto - 14 ottobre 2018

L’eventuale introduzione della “quota 100” sulle pensioni non darebbe solo problemi di (in)sostenibilità finanziaria, ma soprattutto rischierebbe di cozzare con i cambiamenti in atto nella struttura demografica della società. Fortunatamente, infatti, si vive mediamente sempre più a lungo, ma alla maggiore “quantità” di vita per ora non corrisponde nella stessa misura una maggiore “qualità” dell’invecchiamento. Per questo ci si dovrebbe porre la domanda se l’abbassamento dell’età di pensionamento non faccia a cazzotti sia con una realtà che vede lo slittamento in avanti dell’età lavorativa e un tempo di vita sempre più lungo, sia con il tema del ruolo attivo degli anziani per contrastare il cattivo invecchiamento.

Come descritto da un bel report di Swiss Re, leader mondiale della riassicurazione, gli over 65 raddoppieranno entro il 2050, passando dall’8,3% al 15,8% della popolazione planetaria. E se oggi ci sono 4,2 lavoratori per ogni over 65, nel 2035 si arriverà a 2,4. L’Italia, in questo, sta messa peggio di altri, perché è il secondo paese più vecchio dopo il Giappone, e se nel 1980 gli under 20 erano 17 milioni e gli over 60 solo 10, oggi la proporzione si è perfettamente rovesciata. Soprattutto, se nel 2018 ad ogni pensionato corrispondono tre lavoratori (non a caso l’aliquota contributiva è intorno al 33%), nel 2050 ce ne saranno solo 1,5. Inoltre, attualmente più di una pensione su quattro viene erogata da oltre 25 anni, che è il limite massimo della sostenibilità previdenziale. E una volta l’età di lavoro andava dai 15 ai 60 anni, oggi dai 18 ai 74.

Per questo da più parti, a cominciare dalla Commissione Ue, si chiedono politiche di “active ageing”, cioè formule come il part time in cui chi vuole ed è ancora in grado può continuare a lavorare. L’Ape sociale era una misura che andava in questo senso, privilegiando la “flessibilità” in uscita e l’autonomia decisionale dell’individuo, ma scade nel 2018. Invece, la cosiddetta “quota 100”, almeno per come finora ci è stata presentata, sposa solo l’idea, non suffragata dai dati né dalle aspettative – le aziende stimano di assumere solo quattro “giovani” ogni dieci “over 62” che si ritirano – per cui ad ogni lavoratore uscente ce ne sia automaticamente uno, o addirittura più di uno, entrante. E non è un tema solo occupazionale, ma anche di sostenibilità delle future pensioni. Perché chi va in quiescenza oggi ha un’anzianità contributiva mediamente così alta che servono almeno due giovani che comincino a pagare i contributi.

Tornando agli effetti sui conti pubblici, il governo per consentire a chi ha 38 anni di anzianità contributiva di andare in pensione a 62 anni anziché a 67, pensa di spendere “solo” 8 miliardi. Una stima assai ottimistica nel caso che, come ipotizzato, escano dal lavoro 160.000 lavoratori pubblici (una media di 28-29 mila euro di pensione annuale) e 240.000 privati (22-23 mila euro). Forse non si arriverà ai 100 miliardi ipotizzati dal presidente dell’Inps, Boeri, ma se le passate riforme comportano 18 miliardi di minore spesa pensionistica all’anno di qui al 2060, ci andiamo molto vicini. E se già oggi quella per la previdenza rappresenta il 16% della spesa complessiva, un domani che saremo tutti più vecchi, come pensiamo di fare? Non sarà il caso di valorizzare gli over-65 mantenendo loro un ruolo attivo nella società? (twitter @ecisnetto)

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.