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Patrimonio culturale

Beni culturali, un patrimonio da sfruttare per far crescere il Pil

di Enrico Cisnetto - 14 gennaio 2018

Il dato è indubbiamente positivo. Nel 2017 i visitatori dei musei italiani hanno superato quota 50 milioni (+5 milioni sul 2016), con il conseguente record dei ricavi a 193,6 milioni di euro (+20 milioni sull’anno precedente, pari a +10,2%). Tale risultato, però, stona con il fatto che da ogni ingresso si ricavino, in media, solo quattro euro. D’altra parte, basterebbe il confronto con il Louvre – che, da solo, fattura più della somma di tutti i musei italiani – per capire che siamo ben lontani dall’obiettivo della giusta valorizzazione economica dei nostri beni culturali rispetto alle loro straordinarie potenzialità. Certo, da qualche anno il trend è positivo, con i visitatori cresciuti dai 38,4 milioni del 2013 ai 50 del 2017 (+30%) e i ricavi passati dai 126,4 milioni di euro del 2013 ai 193,6 del 2017 (+52,6%). Risultati che derivano da un mix di fattori quali la riforma che ha istituito l’autonomia per i musei statali, la già esistente possibilità di mettere a reddito certe strutture e alcune iniziative che incoraggiano le visite (3,5 milioni gli ingressi nelle “domeniche gratuite” del 2017), oltre al trend positivo del turismo. Ma se a livello complessivo il “comparto cultura” in Italia genera 17 miliardi di pil e 300mila occupati, a fronte dei 27 miliardi e 550mila lavoratori della Francia e i 35 miliardi e 670mila occupati della Germania (che non hanno certo il nostro patrimonio culturale), è palese che possiamo fare meglio. A patto, però, di sciogliere alcuni nodi.

Il primo, nemmeno a dirlo, è culturale. Perché se viaggiamo ad una media di quattro euro a visitatore contro gli oltre 20 del Louvre, tanto per fare un esempio, ciò è dovuto al prevalere dell’ideologia della gratuità, a sua volta figlia dell’idea pauperistica che con la cultura non si deve mangiare, che ad associarla al business si fa peccato mortale. Invece, occorre rovesciare il paradigma: si riconosca quanto la cultura sia un bene prezioso, raro e meritevole di investimenti. E che come tale non può e non deve essere né regalato né svenduto. Anche perché il giusto prezzo, cioè quello di mercato, assicura maggiori introiti, i quali potrebbero (dovrebbero) essere destinati a nuovi e quanto mai necessari investimenti per restauri e valorizzazioni. Che è il secondo nodo che va sciolto: abbinare conservazione dei beni e sviluppo del comparto come componente fondamentale del nostro pil. Il che significa riequilibrare il rapporto tra “tutela” e “valorizzazione”, che fu stravolto dalla nefasta riforma del Titolo V, che assegnò la prima allo Stato e la seconda, in via concorrente, alle Regioni.

Infine, occorre imprenditorializzare il settore dei beni culturali (con lo Stato garante della qualità), facilitando l’ingresso dei privati e la concorrenza, in particolare nelle attività collaterali, migliorando i servizi annessi (libreria, souvenir, ristorazione) e incentivandone l’uso. Oggi solo il 7% di chi entra in un museo italiano ne usufruisce, cifra sale al 16% al Louvre, al 31% al British e al 33% alla London National Gallery. Ciò aiuterebbe a promuovere un’offerta più strutturata, funzionale e coerente.

Insomma, se il trend è positivo la strada da fare è ancora molta. Anche con nuove, coraggiose riforme. Quella che istituisce l’autonomia dei musei ci ha messo una toppa, principalmente per i 20 più grandi, ma non basta. (twitter @ecisnetto)

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