Meno sussidi, più difesa
CHE ERRORE INSISTERE SUI SUSSIDI PER IL CARO ENERGIA, SUBORDINANDO A QUESTI LE SPESE PER LA DIFESA
di Enrico Cisnetto - 23 maggio 2026
Dal “riarmo preterintenzionale” (copyright Ferruccio De Bortoli) al “mendicio populista” (copyright mio). In questo momento il capo di un governo che voglia minimamente essere e venire percepito come uno statista, e non come un politicante qualunque ossessionato dal durare più a lungo possibile e dal conquistare la successiva rielezione, dovrebbe andare in televisione, parlare ai cittadini con franchezza di cosa sta succedendo nel mondo e soprattutto di ciò che potrebbe accadere, e coraggiosamente indicare loro cosa si può e si deve fare per contenerne gli effetti, badando a quelli strutturali e non (solo) a quelli di breve momento. Non è questo il caso di Giorgia Meloni, purtroppo. La quale non solo evita accuratamente di esporsi, quasi che il parlar chiaro al Paese sia sinonimo di allarmismo, ma razzola anche peggio. Perché l’errore concettuale che le impedisce di compiere il salto di qualità che ci vorrebbe – per l’Italia, oltre che per lei stessa – l’ha addirittura messo nero su bianco nella lettera che ha inviato a Ursula von der Leyen per chiedere che la deroga al Patto di stabilità già prevista per gli investimenti nella difesa venga estesa anche alle spese a favore di famiglie e imprese per contenere gli effetti dei rincari dell’energia in atto. “In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste”, recita la missiva che in un sol colpo rappresenta un penoso chiedere l’elemosina (non fateci conteggiare nel deficit lo sconto sulle accise che stiamo praticando e che vorremmo continuare a praticare) e un considerare in modo codardo che un atto di responsabilità (attivare il programma, Safe, che permette di finanziare le spese militari) rappresenti un evento (preterintenzionalmente) dannoso, più grave di quello effettivamente voluto.
Invece, occorre avere il coraggio di dire agli italiani la verità. E cioè: a) che il riarmo è necessario, visto che il paese a cui avevamo delegato il compito di difenderci, l’America, ha detto chiaro e tondo che non ha più intenzione di farlo; b) che è assai utile che ciò avvenga in sede comunitaria, perché un sistema di difesa basato sulla deterrenza non può che avere la dimensione continentale e perché è opportuno evitare riarmi nazionali che creino pericolose condizioni asimmetriche (vedi l’enorme programma di investimenti varato dalla Germania); c) che questo impegno non può essere subordinato al verificarsi di condizioni terze, come appunto l’equiparazione delle spese per calmierare i costi dell’energia a quelle per la difesa; d) che è assurdo considerare le spese per la difesa come risorse sottratte alle spese per il welfare, e chi lo dice pratica un populismo becero che mette in pericolo proprio coloro a nome dei quali parla.
Insomma, traguardare il 5% del pil come ammontare di spese per la difesa, nel contesto geopolitico planetario venutosi a creare, è doveroso non perché qualcuno (Meloni) l’ha promesso a qualcun altro (Trump) – e si può considerare evitabile se nel frattempo i rapporti tra i due soggetti sono cambiati – ma perché è l’unico modo per difendere la vita, la libertà e il benessere dei propri cittadini. Obiettivi non negoziabili e subordinabili ad alcunché.
Dunque, è bene che Palazzo Chigi, su vibrata sollecitazione del ministro Crosetto, abbia imposto la retromarcia alla retromarcia che qualcuno nel centrodestra (la Lega, ma non solo) voleva innescare facendo sparire dalla mozione sul caro energia in discussione al Senato il punto in cui chiedeva al governo di rivedere al ribasso gli obiettivi sulle spese militari alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali. Non fosse altro perché se quel testo che rinnega il 5% fosse passato, la presidente del Consiglio si sarebbe dovuta presentare al vertice Nato di Ankara, il prossimo 7 luglio, con addosso il marchio della infedeltà (che peraltro Trump le ha già contestato). Resta però il fatto che la maggioranza si è spaccata su un punto così decisivo, e poco consola, anzi, immaginare che anche nel campo largo alberghino le stesse contraddizioni. E resta altresì il fatto che Meloni, con quella missiva inviata a Bruxelles, abbia gettato alle ortiche sia la postura da grande statista capace di calcare autorevolmente la scena internazionale, sia la sbandierata quanto presunta sua evoluzione europeista, e sia anche la fermezza antiputiniana (che pure è stata un suo merito). Non solo. La lettera indirizzata alla presidente della Commissione Ue, oltre al drammatico errore di voler barattare difesa con energia, ne contiene un secondo non meno grave: quello di un approccio di politica economica reiteratamente sbagliato.
Come ha ben spiegato Veronica De Romanis, tagliare le accise e sussidiare le bollette è praticare una politica regressiva, perché favorisce i più abbienti che maggiormente si possono permettere di consumare benzina, e pure distorsiva, perché incentiva i consumi energetici proprio mentre andrebbero contenuti. Inoltre, è lecito domandarsi fino a quando si possa continuare con i sussidi, visto che la fine della guerra Usa-Iran non s’intravede e con essa la riapertura dello Stretto di Hormuz, e che per i soli primi venti giorni del provvedimento (taglio delle accise su benzina e diesel, più crediti e sostegni agli autotrasportatori) si sono spesi ben 527 milioni.
Senza contare altri cinque errori da matita blu che il governo ha commesso. Il primo è relativo all’utilità della manovra: costa tanto alle finanze pubbliche e rende pochissimo ai singoli, con ciò contraddicendo gli sforzi (benemeriti) fatti fin qui per contenere il deficit corrente in cambio di un ritorno elettorale che non ci sarà. Perché deve essere chiara una cosa di elementare comprensibilità: se si vuole comprare il consenso, bisogna esagerare come hanno fatto i 5stelle con il superbonus edilizio e con il reddito di cittadinanza; praticare la bonus economy con un occhio al bilancio, magari inventandosi vantaggi cui accede una platea molto più ristretta di quanto non si fosse immaginato, significa perpetuare cattiva spesa pubblica senza neanche poter lucrare un reale vantaggio elettorale.
Il secondo errore è consistito nell’alimentare l’inflazione, inducendo se non addirittura costringendo la Bce ad alzare i tassi d’interesse, cosa che di certo non favorisce lo sviluppo dell’economia, che resta la vera incompiuta italiana (non solo di questo governo, sono tre decenni che non cresciamo, con alcuni momenti recessivi, o cresciamo decisamente meno dei nostri partner europei e dei competitor mondiali). Il terzo è che così ci precludiamo interventi selettivamente mirati, volti ad aiutare chi è effettivamente in difficoltà, una condizione che non riusciamo neppure a censire perché applichiamo metodi statistici anziché praticare verifiche empiriche sul campo. Come dimostra il fallimento delle varie “card per i poveri” fin qui inventate. Il quarto errore insito in quella lettera, tale da provocare danni sui mercati e scoraggiare gli investitori, è essersi descritti come un paese in difficoltà, bisognoso di ottenere fondi per affrontare una crisi che altri, comprese Germania e Francia che pure vivono una congiuntura negativa, considerano al momento gestibile in modo ordinario.
Infine, il quinto errore deriva dalla mancata analisi delle vere ragioni per cui la crisi energetica in Italia pesa più che altrove, tutte legate ai nostri gap energetici (mancanza del nucleare, lentezze autorizzative quando non impedimenti per le rinnovabili, eccessiva dipendenza dai fossili per la produzione di energia elettrica, ecc.). Invece di affrontare una volta per tutte queste storture, pretendiamo che l’Europa ci consenta di applicare la cosiddetta “clausola di salvaguardia nazionale” per coprire gli effetti che sono sì derivanti da fattori esogeni di natura geopolitica che toccano tutti, ma la cui dimensione è figlia delle nostre storture strutturali. E la malediciamo come matrigna quando ci nega questa possibilità, anche perché esistono già spazi di manovra nell’ambito delle regole del nuovo Patto di stabilità. E perché ci sono risorse non spese alla voce fondi di coesione e Pnrr, che Bruxelles potrebbe consentirci di usare e che il governo farà bene ad accettare come compromesso, anche se non somiglia neppure lontanamente alla flessibilità per gli investimenti contro il caro carburanti e bollette che Meloni ha chiesto.
Ma invece di reiterare politiche sbagliate, il governo farebbe bene a riflettere su due questioni di cui non si parla. La prima l’ha descritta Martin Wolf sul Financial Times in un articolo dal titolo inquietante: “La crisi del Golfo potrebbe essere solo all’inizio”. Il più titolato dei giornalisti economici sostiene che per effetto della guerra e del blocco di Hormuz ora arrivano le carenze di beni essenziali (petrolio, gas naturale liquefatto, prodotti petroliferi raffinati, idrogeno, ma anche elio, metanolo, fosfati, urea, ammoniaca e zolfo), che si accentueranno con il progressivo esaurimento delle scorte. Dovranno essere gestite riducendo la domanda, cosa che richiederà un mix di razionamento e recessione, cioè prezzi più alti e una politica monetaria più restrittiva. Il nodo scorsoio non è solamente lo Stretto. Nick Butler, ex vicepresidente del gruppo BP e oggi professore al King’s College di Londra, spiega che almeno otto grandi raffinerie del Golfo sono completamente o parzialmente fuori uso, e che lo stesso vale per l’impianto di Ras Laffan in Qatar. Di queste infrastrutture non si conosce neppure il tempo che sarà necessario per ripararle. E non è questione solo di petrolio: la regione del Golfo prima della crisi esportava anche 3,3 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati e 1,5 milioni di barili di GPL. Cioè carburanti finiti (diesel, carburante per aerei, nafta, benzina) che alimentavano direttamente le catene di approvvigionamento dell’Asia e dell’Europa. Ed è difficile aumentare rapidamente la produzione fuori dal Golfo o deviare le rotte commerciali lontano dallo Stretto, persino nel medio periodo, così come sostituire la capacità di raffinazione perduta richiederebbe tempo e ingenti investimenti.
Nonostante stiamo parlando di materie prime essenziali con domanda poco elastica, per cui è lecito attendersi che il costo dei prodotti e del petrolio s’impenni, nonostante che Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, abbia avvertito che stiamo entrando nella più grande crisi energetica della storia, finora i mercati dei futures sono rimasti calmi e anzi suggeriscono che tutto andrà bene. Ma a parte che i futures non sono sfere di cristallo, tant’è vero che nel passato le loro aspettative sono spesso andate deluse, forse quegli operatori non hanno ancora dato un’occhiata a cosa succedendo ai titoli obbligazionari, americani e non.
E qui siamo alla seconda delle questioni – titolo: “dalle bombe ai bond”, autore il premio Nobel per l’economia Paul Krugman – su cui sarebbe opportuna un po’ di attenzione da parte di chi è responsabile delle sorti del nostro paese. Scrive ilNew York Timesche il rendimento dei Treasury Usa a 30 anni ha sfondato la soglia psicologica del 5%, tornando ai livelli del 2007, quando i timori di una grande recessione avevano fatto schizzare i tassi ai massimi e causato un’ondata di vendite sui titoli. Mentre ilWall Street Journal parla di “svendita globale delle obbligazioni”, perché la media dei rendimenti dei bond di Regno Unito, Giappone e Germania è aumentata di circa 50 punti base, toccando livelli che non si vedevano da decenni. Di conseguenza, tutti pensano che la Federal Reserve, nonostante l’arrivo del trumpiano Kevin Warsh favorevole a una politica monetaria più accomodante, non potrà tagliare il costo del denaro, quantomeno in tempi brevi. Ma non solo. Bank of America, che ha definito il tasso del 5% come la “linea Maginot”, non si fa scrupolo a dire che se il rendimento si consolidasse stabilmente sopra questa soglia si aprirebbe “la porta verso il disastro”. Finora i mercati azionari, con Wall Street in testa, hanno resistito, restando attestati intorno ai massimi. Ma alcuni grandi gestori di fondi intervistati dal Financial Times iniziano a dubitare che le azioni possano continuare a ignorare quanto accade al reddito fisso, e il dibattito non è più se ci sarà una forte correzione dei listini, ma quando questa accadrà.
Ora, di fronte a scenari così pessimistici – che soltanto un irresponsabile potrebbe sottovalutare o addirittura ignorare – è possibile che un paese con il debito pubblico maggiore d’Europa e con un’economia reale che viaggia ad un ritmo dello zero virgola, possa limitarsi a sussidiare a pioggia chi subisce gli effetti di tutto questo, dedicando tempo ed energie ad una campagna elettorale della durata monstre di 15 mesi? Domandare è lecito, rispondere è doveroso, oltre che cortesia. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.
