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Dopo Volkswagen tocca alla Reanult

Auto: la fine di un'epoca

L'industria automobilistica deve innovare per vincere. Il modello fordista è destinato a sparire

di Enrico Cisnetto - 17 gennaio 2016

I segnali sono sempre più frequenti e il conto alla rovescia è cominciato: la fine delle attuali case automobilistiche si avvicina. Dopo il dieselgate targato Volkswagen, è bastato che la polizia perquisisse gli stabilimenti della Renault per possibili frodi sulle emissioni perché sulla casa francese si addensassero nubi minacciose, con il titolo che ha perso in poche il 20% in Borsa. Poi è stata la volta di Fca: l’accusa di aver gonfiato le vendite negli Usa ha provocato un calo del 9% del titolo. Segno che i mercati non si fidano più. Per carità, è possibile che abbia ragione il governo di Parigi (primo azionista di Renault-Nissan con il 19,7%) nel dire che non sono stati rilevati software illegali come fu per i tedeschi, anche se il sospetto verte su motori turbodiesel che, guarda caso, montano la stessa centralina Bosch utilizzata dalla casa di Wolsburg. Ma anche nell’augurabile caso in cui i francesi non siano colpevoli di frode, il danno è comunque enorme perché è il sintomo che siamo di fronte ad una malattia terminale e incurabile, che riguarda l’intero mondo della produzione di massa delle automobili.

Nonostante in dicembre la Renault avesse annunciato 50 milioni di investimenti per sanare la differenza tra le emissioni delle automobili rilevate nei test in fabbrica e quanto avviene su strada, il risultato non è stato raggiunto. Ma la realtà è che è difficile adattare agli standard del nuovo millennio il prodotto di un’industria concepita e strutturata per rispondere alle esigenze di un secolo fa. I produttori di automobili, infatti, utilizzano lo stesso schema produttivo da decenni, avendo puntato negli anni principalmente ad aumentare le quantità, ma raramente la qualità. La crisi del 2008, però, ha svelato un problema di eccessiva offerta rispetto alla domanda, acuito poi dal rallentamento dei paesi emergenti (in Brasile -30% di vendite, in Russia -46%). Inoltre, le norme ambientali hanno imposto standard più stringenti, che diventeranno ancor più severi dopo gli ultimi avvenimenti. Senza dimenticare che, mentre le automobili sono sostanzialmente rimaste le stesse, con il solo miglioramento dell’estetica e degli accessori, in 25 anni la nostra vita è stata rivoluzionata dalla tecnologia digitale, scandita dal passaggio dalla cabina telefonica all’Applewatch. Purtroppo, però, ristrutturare i processi produttivi nati nel solco dell’industria fordista, i progetti, gli stabilimenti, le catene di montaggio, le competenze, diventa impossibile perché economicamente troppo costoso e culturalmente alienante. Tant’è vero che mentre in Oriente si puntava sull’ibrido, in Europa si spingeva sul diesel, arrivato a coprire il 49% del mercato, a fronte del 6% negli Usa. Insomma, le grandi case automobilistiche, più che “too big to fail” sono “too big to change”.

Ma c’è già chi ha cominciato a pensare fuori dai vecchi schemi. Google, ha in mente un’auto elettrica che si guida da se e si affitta in abbonamento. La Apple, invece, lavora su un minivan con pilota automatico che si attiva su richiesta. Il fondo americano LCV è pronto a creare in Italia un’auto figlia di rivoluzionari materiali, studiati nella Silicon Valley, con cui costruire la scocca. Progetti che non tarderanno a vedere la luce. La vecchia industria automobilistica è destinata a perire. Ma quella che nascerà sarà la nostra solo se saremo svelti a capire ciò che sta per accadere. (twitter @ecisnetto)

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