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Il greggio tra economia e politica estera

Petrolio giù: bene o male?

Per l’Europa si abbassano i costi energetici, ma con un ulteriore calo dei prezzi si rischia la deflazione

di Enrico Cisnetto - 26 dicembre 2015

L’anno si avvia a chiudersi con il petrolio che ha raggiunto, dopo 18 mesi di calo ininterrotto, quota 33 dollari, il minimo storico degli ultimi 11 anni. Sembrerebbe una buona notizia, e se si guarda alla bolletta energetica dell’Italia indubbiamente lo è (fino a 10 miliardi). Ma siamo in Europa, e senza una vera unione (energetica) l’Europa rischia di soccombere, nella guerra mondiale sul petrolio, feroce competizione multipolare con attori potenti e interessi intrecciati. Da cui l’Europa è esclusa.

 

Da una parte, l’Opec guidato dall’Arabia Saudita, ha deciso di mantenere costante il livello della produzione (e quindi i prezzi bassi) sia per ostacolare le estrazioni dello shale-gas statunitense (più costose di questi prezzi), sia per evitare che dopo la fine della sanzioni l’Iran, paese sciita direttamente concorrente dei sunniti per il dominio del quadrante mediorientale, possa prevalere nelle forniture a India e Cina. Dall’altra parte, complice il deprezzamento del rublo, la Russia tiene alti i livelli di produzione (a 10 milioni di barili al giorno, ritmi che non si raggiungevano dai tempi sovietici) per non perdere le forniture all’Europa, mantenere il surplus con l’estero, limitare l’effetto negativo delle sanzioni economiche e rafforzare il legame con il Cina. E poi ci sono gli Stati Uniti, che con la rimozione del divieto di esportazione di petrolio in vigore dallo shock petrolifero del 1973, ambiscono a recitare un nuovo ruolo. Nel 2014, con 719 miliardi di metri cubi di gas e 13,9 milioni di barili di greggio al giorno, sono risultati i leader della produzione mondiale, superando tutti i competitor e riducendo il deficit petrolifero dai 386 miliardi di dollari del 2008 ai 71 del 2015. Un modo per bilanciare il calo del dollaro sul mercato dei cambi e il peggioramento della bilancia commerciale (-5,3% negli ultimi 12 mesi), e per ridurre di due terzi la bolletta energetica, spingendo consumi e ripresa. Un’autosufficienza economica che s’intreccia, oltretutto, con la geopolitica dei petrodollari in Siria, dove guarda caso proprio americani, russi, sauditi e iraniani si fanno una guerra per procura. 

 

Complice il contrasto ai combustibili fossili deciso al vertice sul clima di Parigi, una competizione al ribasso sulle quote di mercato, la decisione del Congresso Usa di vendere il 40% delle scorte in 10 anni, nonostante una lieve ripresa della domanda, il prezzo del petrolio potrebbe rimanere basso ancora a lungo. Ora, se per l’Europa c’è il vantaggio di minori costi energetici, dall’altra con un ulteriore calo dei prezzi si alimenta il rischio deflazione. Ma soprattutto, come dimostra l’impotenza nella guerra civile siriana, ogni paese europeo, singolarmente, non può che subire le decisioni prese altrove.

 

Eppure, dalla fusione di rinnovabili italiane, nucleare francese, idroelettrico austriaco, carbone tedesco, potrebbe nascere un nuovo soggetto europeo. Perché separati, i vari sistemi energetici sono tutti squilibrati al proprio interno, ma messi insieme diventano un formidabile sistema integrato ed equilibrato. Senza contare la forza politica e negoziale che quel soggetto avrebbe, sia con i fornitori di materie prime, sia nello scacchiere geopolitico internazionale. Ma, soprattutto, la cessione di sovranità energetica sarebbe un passo decisivo verso gli Stati Uniti d’Europa. Speriamo che nel 2016… (twitter @ecisnetto)

 

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario