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La coerenza italiana

Rispettabili e affidabili

Dimostrare la propria affidabilità ai mercati per evitare l'ulteriore rialzo dei tassi d'interesse

di Davide Giacalone - 05 gennaio 2012

Il cambio di governo s’è sviluppato attorno al concetto di “rispettabilità e affidabilità”, sia dell’Italia nei confronti del resto del mondo che della persona posta alla guida del potere esecutivo. E’ un tema assai rilevante, non tanto perché fasullo, quanto perché nocivo. Nasconde non solo un insulto alla democrazia, ma un colossale errore. Descrive il gesto atletico non del salto in avanti, ma la disperazione di quello nel vuoto. L’Italia vista dall’estero non ha nulla a che vedere con l’ipotesi che qualcuno si metta le dita nel naso o adotti condotte sconvenienti. Chi lo dice è stupido, prima che bugiardo.

Intanto perché l’Italia è un Paese affidabilissimo. A dispetto di quel che diciamo di noi stessi, siamo persone d’invidiabile serietà e coerenza. Cominciando dal fatto che avendo un imponente debito pubblico, che ci scarrozziamo dietro da troppi anni, non abbiamo mai mancato di pagare il dovuto a chi ci presta soldi. Sia quando i tassi d’interesse sono stati bassi, sia quando, in passato come oggi, sono assai elevati. La nostra parola è sempre stata rispettabilissima, così come i titoli del nostro debito affidabilissimi (e convenienti). Ma non solo: la nostra credibilità e serietà si sono incarnate anche su un terreno sanguinoso, come le guerre cui siamo stati chiamati, nell’ambito della Nato. Sia con un mandato dell’Onu, sia quando quel mandato era a dir poco meno chiaro. Abbiamo combattuto e combattiamo in modo eccellente, pagando il prezzo economico e l’ancor più scomodo prezzo umano. Non ci siamo ritirati (come gli spagnoli) né tirati indietro (come i tedeschi), mostrando capacità di primo livello e coraggio, accompagnati da lucidità diplomatica.

Allora: questa Italia, questo mio e nostro Paese, a chi deve dimostrare d’essere rispettabile e affidabile? La risposta è: ai mercati, perché la loro sfiducia ci costa troppo, traducendosi in un rialzo eccessivo dei tassi d’interesse. E questo è un problema serio, non accantonabile. Ma dipende da noi? Non credo proprio: siamo finiti sotto il tiro della speculazione perché ha fallito l’euro, non noi. Ed è questo il punto: abbiamo fatto di tutto per essere accettati quali rispettabili e affidabili agli occhi di chi ci stava tradendo e esponendo al rischio, tedeschi in testa. Il capo del nostro governo ci tiene a ribadire d’essere il più tedesco fra noi, e sarebbe anche una bella cosa, giacché quello è un Paese solido e con una buona classe dirigente, se non fosse che è oggi colpevole d’inaffidabilità: quando doveva pagare sospese le regole europee, ora che gli altri affogano ne chiede il rispetto ferreo. Ciò non è per niente rispettabile.

Evitiamo fraintendimenti: il governo Berlusconi era comunque finito, assai prima di cadere, la condotta personale di chi lo guidava non era compatibile con la funzione. Noi lo scrivevamo da molto, non siamo fra i folgorati dell’ultimo istante. Ma cambiar cavallo in nome della rispettabilità internazionale è una corbelleria così grossa da essere un intollerabile imbroglio. Certo, agli gnometti delle burocrazie d’agenzia, ai ragazzotti che smanettano dietro al terminale e pensano di capire il mondo, ma non saprebbero sfamarsi, piace tanto che a governare siano i loro simili e, possibilmente, i loro professori, ma posto che l’istruzione è cosa importante e che i docenti sono utili, il mondo vero, quello che ci fa mangiare, è fatto da carni e afrori. Le democrazie sono grandiose perché discutono e fanno anche vincere il vizio, senza che sia sopruso. A governare è assai più appropriato un cafonazzo che esprime il volere collettivo, piuttosto che un fessacchiotto ben vestito, incarnante la prosopopea dell’accademia, vale a dire l’empireo inarrivabile dell’ignoranza.

Berlusconi era già caduto quando s’è dimesso, ciò non toglie che la sua sostituzione è un deragliamento dalle regole di quella democrazia che ci rende affidabili e rispettabili. Su quel terreno abbiamo perso punti, non li abbiamo guadagnati, proprio perché il rispetto che si ha di sé, e dei propri elettori, è parte stessa del rispetto che si reclama dagli altri. Questo mi sembrava giusto dire, sul muso a quei quattro cretinetti con il complesso d’inferiorità che, ora e sempre, trasformano nella spocchia di chi vuol dirti come devi essere “agli occhi del mondo”. Sono loro che al mondo non sanno starci altro che come sudditi ed esecutori.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario