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Tra verità e speranza

Renzi l'amerikano

La stella polare del neo Premier è oltre Atlantico. Sarà capace di sfruttare la sponda made in Usa contro il rigore tedesco?

di Enrico Cisnetto - 25 febbraio 2014

Avete notato? Renzi il comunicatore non ha ancora osato esprimersi sulla condizione dell’economia italiana. Sì, qualche volta, per giustificare l’estromissione di Letta, ha fatto riferimento alla sofferenza degli italiani e alla necessità di un “cambio di passo”. Non è difficile immaginare che faccia parte di coloro che, come me, pensano che la crisi non sia affatto finita, ma non si è ancora capito se dal punto di vista comunicativo vorrà picchiare su questo tasto, drammatizzando per giustificare interventi radicali, o se al contrario voglia sposare la tesi ottimistica – quella di Letta e Saccomanni, per capirci – della “luce in fondo al tunnel” e della ripresa già in atto”.

Se si è andato a vedere gli ultimissimi dati congiunturali, quelli relativi al fatturato e agli ordinativi dell’industria, non può non aver notato che dicembre 2013 ha fatto segnare un’inversione di tendenza rispetto ai miglioramenti di ottobre e novembre. Così come, sempre nell’ultimo mese dell’anno, era ristagnata la produzione industriale, dopo un bimestre positivo. Lo stesso dato trimestrale del pil, cresciuto sì ma solo di un decimo di punto – tanto da far portare il risultato complessivo del 2013 a -1,9% contro le previsioni di -1,8% – è lì a testimoniare che l’uscita dalla recessione è stentata e comunque non significa ancora ripresa. La stessa stima di Confindustria sulla produzione industriale a gennaio, che parla di un recupero dello 0,3% su dicembre, ci dice che il 2014 è partito senza alcun slancio.

Insomma, al massimo si può dire che le cose vanno “meno peggio” di prima. Ora, non voglio certo ergermi a suggeritore non richiesto della comunicazione del neo presidente del Consiglio, ma Renzi farebbe bene a calibrare le parole giuste perché gli italiani nello stesso tempo sappiano la verità e recuperino la speranza. Molto dipenderà anche da come vorrà rappresentare la linea di politica economica in chiave europea che il nuovo governo deve darsi. Sappiamo già che se Mario Monti veniva chiamato il “tedesco” per la sua ispirazione rigorista ed Enrico Letta appena nominato premier è volato di corsa a Bruxelles, la stella polare di Renzi è oltre Atlantico. Dove Obama non ha mancato di rendere visibile una linea di contrasto con la Germania della signora Merkel: in gioco c’è l’indirizzo della politica economica mondiale. Così devono leggersi le lamentele americane per l’eccessivo surplus commerciale tedesco, come anche la battaglia sui domini del web scoppiati dopo il Datagate. E non è un caso che mentre la Bundesbank attacca la Bce, gli americani sostengano Draghi e le sue politiche “non convenzionali”.

Non viviamo in uno splendido isolamento, ma – con buona pace dei complottisti all’amatriciana – con una moneta unica, nella Comunità Europea e, soprattutto, in un mondo in cui l’economia non ha confini. È quindi normale che ci sia uno sfondo internazionale dietro Palazzo Chigi.

Ora si tratta di decidere che linea tenere. Napolitano, con il suo discorso al parlamento europeo di qualche giorno fa, ha opzionato la linea del “rigore non fine a se stesso”. Tutto fa pensare che Renzi, che è il più “amerikano” fra gli attuali politici italiani, e ha goduto di importanti endorsement anglosassoni, dalle parole d’elogio di Tony Blair a quelle di speranza espresse dal Wall Street Journal, voglia usare l’ampia sponda made in Usa. Bene. Ma è materia incandescente, che va usata con molta cura. (twitter @ecisnetto)

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