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Una scuola selettiva è nell’interesse dei giovani

Oltre la corruzione scolastica

Cancelliamo il tabù tribale del valore legale del titolo di studio e diamo spazio alla meritocrazia

di Davide Giacalone - 01 luglio 2010

La corruzione e l’umiliazione del merito sono discipline che insegniamo a scuola. Prima di abbandonarsi a tanti sproloqui senza senno, circa una classe politica mediocre e corrotta, che umilierebbe un Paese dotato e sano, sarà meglio porre mente all’esperienza delle prove Invalsi, che proprio in questi giorni si è consumata sui banchi degli esami per la scuola media. Riflettere su quel che succede è come fare un tassello nel cocomero, ricavandone dati d’importanza generale.

Mentre i ragazzi della terza media erano impegnati a far gli esami, il giorno in cui è stato possibile commentare il contenuto dei test Invalsi, ho letto delle cose ridicolissime e imbarazzanti, circa la loro presunta difficoltà. Adulti che si definiscono intellettuali sono riusciti ad argomentare in materia, con ogni probabilità, come spesso capita loro, non sapendo esattamente di che andavano discettando. Ci sono dei libretti, forniti agli stessi studenti, che, un po’ come accade per i quiz della patente, raccolgono molti di quei quesiti. Sfogliando il libro ci si rende conto che sono quasi tutti test di comprensione e ragionamento. Non si chiede allo studente di applicare la formuletta (pur necessaria), ma di capire il contesto e sapersi orizzontare. Vale per la lettura e comprensione come per la matematica.

Quindi, sgomberiamo il campo dalla prima sciocchezza: nessuno si è messo a chiedere loro di risolvere problemi impossibili (ai miei tempi andava di moda la vasca senza tappo e il rubinetto aperto, dovendosi stabilire in quanto tempo si sarebbe riempita).

Le prove Invalsi, però, hanno una caratteristica micidiale: servono solo marginalmente a valutare lo studente, mentre esaminano i docenti e le scuole. Il presupposto è dato dall’evidenza statistica: dato che i deficienti e i somari non si concentrano per istituti o aree geografiche, ne deriva che se quelle prove (uguali per tutti) mostrano dislivelli patologici la colpa è di chi dirige la scuola, non di chi la frequenta. Invalsi, difatti, è l’acronimo di “Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione” (poi mi dite chi è che inventa questi nomi).

Gli alunni ne sono ignari, ma i docenti lo hanno capito, i primi, quindi, non sanno di preciso perché sono stati lasciati da soli nello svolgere il tema o risolvere il problema, mentre hanno ricevuto tanti aiuti per le prove Invalsi, quando non (come è accaduto) sono state dettate le soluzioni. Non era generosità, ma ordine di scuderia, affinché non apparisse equina l’intera scuola.

Il ministro dell’istruzione ha manifestato l’intenzione di aumentare il peso e la funzione di questi test. Giusto, ma facciamoli eseguire al computer, in tempo reale, come i ragazzi sanno fare visto che sono espertissimi nei videogiochi: ogni quesito risolto apre la strada al successivo (così anche gli insegnanti “caritatevoli” devono fare a gara con il tempo). Immagino già l’obiezione: dove li prendiamo, i soldi per i computers, in tempi di ristrettezze? Sommiamo la spesa statale e quella privata per i libri di testo e non solo avremo dotato tutte le scuole di computers, ma ciascun studente di ebook, di libro elettronico. Poniamo fine alla pacchia degli editori scolastici e alla farsa dei libri di testo, aprendo ai ragazzi il meraviglioso mondo delle biblioteche (virtuali e materiali).

Non accontentiamoci, ma seguiamoli, poi, nei loro studi superiori, in quelli universitari (se decideranno di farli) e, successivamente, nella vita. Misuriamo il loro successo, i loro redditi e, nel tempo, avremo una banca dati che c’indicherà quali istituti sono migliori, quali propiziano una più probabile riuscita in economia anziché composizione musicale, informatica o ingegneria. Le famiglie pagano, hanno diritto di sapere. Mettendo le scuole a paragone le si mette anche in concorrenza, sicché un diploma o una laurea non saranno più uguali, ma avranno valore diverso a seconda di dove sono stati conseguiti.

Cancelleremo, così, il tabù tribale del valore legale del titolo di studio. Lo so, da noi la meritocrazia fa paura, si crede anche che sia ingiusta: che ne facciamo degli ultimi, con chi ha meno attitudini, li espelliamo dal sistema dell’istruzione? Ma quando mai! Intanto facciamo loro un piacere, evitandogli di perdere tempo. Poi facciamo un piacere a noi stessi, in modo che il bisturi non finisca in mano a uno promosso con gli aiutini, perché sul tavolaccio nessuno aiuterà noi.

Infine, proprio l’abolizione del valore legale del titolo di studio consente di far crescere anche scuole meno selettive, più accomodanti, buoniste per vocazione. Solo che non ci andrà nessuno con qualità men che mediocri. Tanto, guardate, se la meritocrazia non la facciamo valere a scuola i ragazzi la pagheranno comunque nella vita.

Una scuola selettiva è nell’interesse dei giovani. Una scuola che si rende miserabile, truccando i risultati Invalsi, è nell’interesse dei peggiori insegnanti e dirigenti. Il fatto stesso che se ne parli è la dimostrazione che stiamo andando nella direzione giusta, ma si deve accelerare il passo, superare anche il trotto e lanciarsi al gran galoppo, altrimenti il potere delle corporazioni e il fascino dell’ignoranza prenderanno il sopravvento, con il risultato che il futuro dei nostri presunti letterati sarà quello di lucidare le scarpe agli idraulici extracomunitari. E, beninteso, saranno questi ultimi ad avere ragione.

Pubblicato da Libero

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