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La parola agli under 25

Oggi mi dimetto da giovane

Per organizzare un’irruzione nei posti dove si decide il futuro

di Antonio Aloisi - 07 ottobre 2011

Proviamo a raccontare la storia del Paese con occhio pulito. Facciamo “una passeggiata tra le stanze di quel Museo della Storia che non abbiamo”. Ripercorrere i primi 150 anni d"Italia, preferendo la prospettiva di noi under 25 è una scelta coraggiosa. Inedita, direi, e per questo felice.

Ovvio che oggi l"argomento sia l"anniversario dell"Unità d"Italia e certo non posso sottrarmi dal commemorarlo. Son convinto, tuttavia, che il miglior modo per rendere viva una festa rimasta colpevolmente in ombra, sia fare una scommessa. Non so se la mia generazione, se il popolo degli under 25 meriti di partecipare a questo evento nazionale. Il mio augurio più sincero per il terzo Giubileo della storia patria suona dunque pressappoco così: riappropriamoci con forza e determinazione dei prossimi 150 anni. Costruiamoli con ardore e slancio. Proprio quando il vento forte smette di gonfiare le vele, allora è tempo di mettersi a soffiare fino allo sfinimento.

Colgo pure l"occasione, importante e solenne, per un gesto forte. Ho deciso di dimettermi. Sì, è ora. Prima che sia troppo tardi. Mi dimetto da under 25 e lo faccio seduta stante. Se essere giovani deve rappresentare un alibi per fuggire dalle proprie responsabilità, preferisco rinunciare alla retorica buonista della freschezza dei vent’anni. Se essere giovani deve significare rinchiudersi in una gabbia, lontani dagli impicci della vita vera: mi dimetto pure da giovane. E lo faccio con rammarico. L"anniversario è, per definizione, momento importante. L’attualità dell’evento sta proprio in questo. Serve a guardare verso due direzioni, in prospettiva diacronica. Avanti ed indietro. Per poter dire di non aver sprecato questa occasione, non possiamo sottrarci da un serio esame di coscienza. Vorrei farlo con tutti voi. Il contributo degli under 25 all"edificazione del castello istituzionale del Paese è stato, non dico vano - perché vano, in genere, è un tentativo ed allora potremmo almeno dire di averci provato - no: il contributo mio e dei miei coetanei credo sia stato nullo.

Il Paese attraversa un periodo complesso. Un momento di seria difficoltà, a voler chiamare le cose col loro nome. Due partiti si fronteggiano: da un lato il partito degli onesti, di noi persone perbene confinate ai margini del protagonismo. E, dall’altro, il PSQ: Partito dello Status Quo, frutto di un’alleanza tra nemici, tra personaggi che hanno sacrificato i propri interessi configgenti in nome di un unico proposito: l’autoconservazione. E noi? Quand"è l"ultima volta che abbiamo detto o fatto qualcosa di straordinario?

Quand"è l"ultima volta che abbiamo immaginato di impegnarci per la Nazione? Vedete: il fatto di essere parte di una platea giovane e sveglia mi inorgoglisce. Frequento un’accademia che ha da tempo deciso di puntare sui talenti. Coi fatti e con i risultati concreti. Ma non basta, il problema è ciò che noi abbiamo fatto per mettere a frutto i nostri talenti. Rinunciamo pure all"eroismo ed all’egoismo, non servono: basterebbe la responsabilità, banale e matura, di ogni giorno. Leggendo "Alfabeto Italiano" di Amato e Peluffo ho intuito che l"ultimo under 25 che abbia fatto qualcosa di memorabile per il nostro Stato (ed allora neppure eravamo uno Stato, eravamo «calpesti e derisi perché non siam popolo perché siam divisi») si chiamava Goffredo Mameli. Non era un eroe.

Era un appassionato. Uno dei tanti che hanno creduto in questa sfida pazza. Uno dei tanti che, al servizio dell"idea, hanno messo una sorta di “dilettantismo di qualità” come scrivono i curatori della voce sul testo citato. Scriveva canzoni, Goffredo, e faceva il redattore per dei giornaletti corsari dalle cui colonne tuonava contro lo straniero. Era un vagabondo, un idealista di quelli che si scordano di avere vent"anni e si lanciano in un"avventura mozzafiato senza pensarci due volte. Non era un eroe, insomma, era un sognatore. Non era un guerriero, sappiate che l"arma più potente che avesse mai imbracciato fu probabilmente una penna. Ed, infatti, morirà per una ferita banale procuratagli da un commilitone. Ci resta la memoria: Unità per lui era azione, e martirio. Morirà a ventidue anni, l"età che oggi ho io.

Ovvio che nessuno pretenda un sacrificio umano di noi giovanotti ventenni. Se vogliamo migliorare il Paese, tanto vale restare vivi. Ma vivi per davvero, intendo. Vitali e vivaci – direi – più che vivi. Mi fa tanto pensare però il fatto che uno dei più bei film sul Risorgimento abbia un titolo al passato. Si chiama: "Noi credevamo". Un tempo "Noi credevamo", ma oggi - il titolo pare suggerire - abbiamo felicemente smesso. Non voglio pensare sia così. Insomma, la mia vorrei fosse una battaglia generazionale, non giovanilista: per carità. Abbandoniamo l"idea scellerata che mettere le mani in pasta sia un errore, oltre che una scomodità. Ho sentito citare don Milani ed ho capito che è così: «A che serve avere le mani pulite, se le si tengono in tasca?».

C"è tutto in quest"interrogativo. C"è un"esortazione forte a mettersi in moto.

Un invito a fracassare l’armatura dell’indifferenza, ad ingaggiare una lotta disarmata con le nostre responsabilità, con le nostre occasioni perse, con la nostra pigrizia, con l’analfabetismo delle nostre emozioni.

Mi ha molto colpito, nel corso dell"estate appena conclusa, il discorso del premier norvegese all"indomani della strage dei giovani socialisti ad Utoya. Davanti alle novanta bare, davanti al deserto dei sorrisi, costui ha dichiarato: «Al male reagiremo con più democrazia ed umanità». Capite? Vorrei rileggerlo, il suo intervento, per non perdere nessun passaggio: "Voglio dire questo a tutti i giovani raccolti qui. Il massacro di Utøya è stato un attacco contro il sogno dei giovani di rendere il mondo un posto migliore. I vostri sogni possono essere esauditi. Voi potete fare la differenza. Fatela! Cercate di essere coinvolti. Di interessarvi. Unitevi a una associazione. Partecipate ai dibattiti. Partecipando, voi state pronunciando un sì pieno alla democrazia". A me vengono i brividi a rileggere certe parole, non so a voi.

Hai voglia a dire che l"avvenire è dei giovani. Il futuro è un posto in cui noi ventenni non siamo invitati. Ci fanno la festa, ma non siamo in lista. Toccherà allora imbucarci. Provare ad «essere coinvolti»: noi ventenni siamo una minaccia, una terribile risorsa per questo Paese oggi centocinquantenne. Non voglio annoiarvi con le citazioni, spesso chi vi fa ricorso non sa cosa dire ed appalta le idee all"autorevolezza del già detto.

Tuttavia mi rifaccio al presidente Napolitano, e voglio evocare lui anche per ricordare che essere giovani ormai non è affatto questione anagrafica, «Spetta a voi, giovani, operare e predisporvi a fare la vostra parte impegnandovi nell"attività politica. C"è bisogno di nuove leve e di nuovi apporti. Non fatevi condizionare da quel che si è sedimentato in meno di due decenni: chiusure, arroccamenti, faziosità, obbiettivi di potere, e anche personalismi dilaganti in seno ad ogni parte. Portate nell"impegno politico le vostre motivazioni spirituali, morali, sociali, il vostro senso del bene comune, il vostro attaccamento ai principi e valori della Costituzione e alle istituzioni repubblicane: apritevi così all"incontro con interlocutori rappresentativi di altre, diverse radici culturali».

Abbandoniamo in fretta l"idea che la politica sia occupazione da gerontocrati e burocrati. Facciamo in modo che si occupino di politica tutti, fuorché i politici. Servono forze nuove. La nostra generazione deve farsi carico di un impegno concreto: provare ad alzare lo sguardo, come pure da sempre fa, ma anche ad alzare la voce. È necessario. È importante. È indispensabile. Se oggi il Paese si lamenta di una classe dirigente immobile e - quel che è peggio - impotente (tanto amministrativamente quanto fisicamente), vorrà dire che tocca a noi. Questi primi 150 anni festeggiamoli così, davvero.

Vivendo ogni giorno, quasi fosse esigenza vitale, il dovere di organizzare un"irruzione, potente ma non violenta, ideale ma ragionata, nelle stanze in cui si prendono le decisioni. Viviamo noi giovani, ragazze e ragazzi, l"urgenza di essere protagonisti nobili, sereni e credibili di questo Paese. Che è nostro. E di chi avrà l’ardire di prendersene cura.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario