ultimora
Public Policy

Politica e giustiza

Machiavelli e la giustizia

I benpensanti si scandalizzano: ma come si fa a separare il giusto dal legale, l’errato dal criminale? Si fa, eccome, perché il diritto è frutto della politica.

di Davide Giacalone - 26 agosto 2012

Surreale e noioso, al tempo stesso confuso e trasformista, il conflitto che dilania la sinistra dei sapientoni, circa il conflitto apertosi fra il Quirinale e la procura di Palermo. Leggere Luciano Violante che condanna l’uso politico delle inchieste giudiziarie induce al sorriso, ma anche al dispetto: diavolo di un raffinato trasfiguratore, riesce a pontificare predicando al contrario di quel che razzolò. Per non dire di Ezio Mauro, che s’avvede d’un colpo circa l’infiltrazione destrorsa, per via giustizialista, nelle verdi praterie del pensiero democratico: sono anni che definiamo fascisteggiante quel loro modo di ragionare, complimenti per la prontezza di riflessi. Né può tacersi il pulpito da cui parla un falsamente dotto Gustavo Zagrebelsky, che in una manifestazione giustizialista plaudì l’intervento d’un bambino, incarnazione di sua innocenza e di loro squadrismo moralista, ma che, più d’ogni altra cosa, è praticante attivo di quella continua e volgare violazione della Costituzione che fece lui, e tanti altri suoi consimili, presidente per qualche mese, con tante pernacchie al dettato della Carta.

Tutto surreale e noioso, per pensatori farlocchi. Salvo il fatto che quel cortocircuito riflette un difetto di fondo del nostro sistema elettro-politico. Niccolò Machiavelli fondò il pensiero politico moderno affermando l’autonomia della politica dalla religione. La cosa stupiva i benpensanti: ma come si può separare quel che è giusto da quel che è santo, quel che è sbagliato da quel che è demoniaco? Aveva ragione il fiorentino, sebbene non gliela diedero in vita. Ora abbiamo bisogno di separare il politico dal giudiziario, rifondando la convivenza civile.

I benpensanti (ipopensanti) si scandalizzano: ma come si fa a separare il giusto dal legale, l’errato dal criminale? Si fa, eccome, perché il diritto è frutto della politica, invece assistiamo al dipendere della politica dall’amministrazione della giustizia. Anzi, per essere precisi: dall’amministrazione dell’accusa. Ciò non comporta affatto impunità.

Pensate ad un caso del genere: vostro figlio viene accusato di spacciare droga, o il vostro coniuge di avere fatto un furto con scasso, chi è così matto da dire: “attendo fiducioso l’esito del procedimento?”. Delle due l’una: o li difende a spada tratta, perché ne conosce l’onestà, o provvedete a prenderli a schiaffi, in privato. La stessa cosa vale per la politica, ove il giudizio non deve dipendere dalla giustizia.

Detto ciò, è ovvio che i procedimenti penali sono autonomi e devono andare fino in fondo. Nel caso quirinalizio, ad esempio, quel che stona, fortemente, è che un potenziale indagato (Nicola Mancino) si sia rivolto al presidente della Repubblica per fermare il procedimento, o indurre i magistrati a non compiere determinati atti. Malissimo. La cosa è bene si conosca, ed è bene che il giudizio politico (a mio avviso negativo) non dipenda da quello penale.

Poi, però, ci sono le intercettazioni telefoniche in capo all’uomo del Colle, e non va affatto bene, talché credo abbia ragione nel ricorrere alla Corte costituzionale. Ma la politica deve ragionare sulla causa: le legge sulle intercettazioni va cambiata radicalmente, e il solo modo per non danneggiare le indagini e non esporre chiunque (anche normale cittadino) al gratuito ludibrio o indebita esecrazione, è quel che abbiamo proposto: libere per indagare, mai, o quasi, elementi di prova. Non si depositano, quindi non vanno sui giornali. Se ci finiscono, mancando scuse formali, pagano quanti le maneggiavano.

La cosa comica è che si crede possa tutto ridursi a un dibattito interno alla sinistra, senza riconoscere l’onestà e la lungimiranza di quanti, esterni a quel mondo, da anni avvertono quel che loro solo oggi vedono. Questa è arroganza insulsa. O si pensa che tutto andrebbe bene se altri, in politica e nel giornalismo, non avessero imparato a fare quel che loro insegnarono? Così procedendo la sinistra dimostra l’enorme debolezza culturale di cui è zuppa, impossibile da compensare solo indicando le rozzezze di certa destra. Ad ogni modo, grazie a Mancino, grazie alla reazione del Colle, e grazie ai tanti cocci moralisti che si ritrovano fra i piedi, finalmente ci sono arrivati. Affrontino la questione e non provino a cavarsela con i gargarismi. Quel che abbiamo prodotto mentre erano in sangunario letargo è a loro disposizione.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario