ultimora
Public Policy

L’istruzione non è solo un diritto, ma anche un dovere

Le spie della pochezza politica

L’ennesimo epilogo di una commedia all’Italia chiamata Scuola, con la maiscola

di Davide Giacalone - 06 maggio 2009

Prima i medici, ora i presidi. A far da spia di una politica parolaia, tutta intenta alla propaganda, che alloggia fuori dalla realtà. C’è chi vuol fare il duro, chi s’è scelto la parte del buono, sparando a tre palle un soldo. Alla fine il governo fa ancora una volta marcia indietro, stabilendo che per iscrivere un bambino a scuola non è necessario che i genitori abbiano il permesso di soggiorno. Mettiamo che lo stiano iscrivendo alla prima elementare, si suppone che per almeno otto anni quel bambino frequenti la scuola vivendo in un nucleo familiare che viola la legge italiana. Voi dite che è bontà? Io penso sia stupidità.

Abbiamo scritto parole inequivocabili contro ogni forma di razzismo, o anche solo di discriminazione. Abbiamo scritto che gli zingarelli devono andare a scuola, e semmai in galera i familiari che glielo impediscono, dirigendoli verso il furto e l’accattonaggio. Il punto non è questo, bensì l’ipotesi che s’istituzionalizzi la violazione della legge. Ottenendo un tale risultato, per giunta, al solo scopo di alimentare il desiderio di distinzione all’interno della maggioranza di governo.

Può darsi che la norma fosse scritta male, può darsi che lasciasse intendere quel che sarebbe inaccettabile, ovvero il rifiuto della scuola per determinati bambini, ma quel che sta venendo fuori è un pateracchio orribile. Magari capiterà, com’è capitato per la legge sull’immigrazione, che gli stessi artefici (Fini, per intenderci) se ne pentano e ne chiedano la modifica. Noi lo diciamo prima: fermatevi.

Da cittadino italiano, che paga le tasse, se vado al pronto soccorso con una ferita da taglio non solo mi chiedono le generalità, ma anche come me la sono procurata. Se racconto balle, se sono in stato confusionale, se me ne resto zitto, arriva la polizia. C’è di più, perché se mi presento, ad un qualsiasi medico, affetto da specifiche patologie infettive, quello deve segnalarmi all’autorità, perché così prevede la legge. Non è che facciano le spie, è il loro dovere a salvaguardia della collettività. Nessuno s’è mai lamentato o sentito privato dei propri diritti.

Se si presenta un immigrato, magari clandestino, ha maggiori diritti di un cittadino italiano? Se, da cittadino italiano, che paga le tasse, iscrivo un figlio a scuola devo identificarmi e devo dire dove abito esattamente, perché l’istituto pubblico valuta se ho titolo ad accedere in quel posto o me ne indicano un altro. Non basta: mi chiedono anche quanto guadagno, perché, come nel caso di nidi e materne, c’è una precedenza in base al reddito (il che, purtroppo, favorisce gli evasori fiscali). Un immigrato, magari clandestino, ha maggiori diritti di me?

L’istruzione non è solo un diritto, ma anche un dovere. Chi ha figli minori non solo può, ma deve mandarli a scuola. Vale per tutti. Ma se affermo che ai figli dei clandestini devo garantire la scuola è come dire che mi tengo anche i genitori, che cessano d’essere clandestini. In questo modo incentiverò i barconi con i bambini, che è un risultato da “buoni”, ma da buoni a nulla.

Poi arriva l’accademia, per bocca di Chieppa, presidente emerito (sono scandalosamente troppi) della Consulta: “salute e istruzione sono servizi essenziali che vanno garantiti a tutti”. A tutti chi? A tutti i cittadini italiani ed a tutti quelli che si trovano legittimamente nel nostro Paese, immigrati compresi.

Ma se dico “tutti” per intendere “chiunque” vuol dire che ho deciso di tassare gli italiani per curare i cinesi ed istruire i sauditi. E’ una castroneria al cubo, detta da chi pensa che l’intera umanità possa campare alle spalle di chi paga le tasse.

Pubblicato da Libero di mercoledì 6 maggio 2009

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario