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La strategia del Senatùr

Con o senza grande riforma, Bossi vuole sfruttare la crisi del governo Berlusconi

di Enrico Cisnetto - 24 gennaio 2011

Come è stato fin dal primo giorno della legislatura, le sorti del Governo sono totalmente nelle mani della Lega. O meglio, di Umberto Bossi, che continua ad essere il decisore unico in un partito che ci metterebbe un minuto a dividersi nel momento in cui dovesse mancare la sua leadership. Inutile inseguire altre variabili, per sapere cosa succederà occorre intuire le intenzioni del Senatur.

Perché con il voto del 14 dicembre è andata definitivamente a farsi benedire la possibilità di creare una maggioranza alternativa in questo parlamento, mentre è del tutto escluso che Berlusconi pensi a fare un passo indietro a favore di un altro premier per mantenere in piedi l’attuale centro-destra. L’unica variabile terza è quella dei mercati finanziari, ma è talmente imponderabile Dunque, comunque vada avanti l’inchiesta aperta dalla Procura di Milano – ma c’è da scommettere che gli effetti che doveva avere gli abbia già avuti – la prosecuzione o meno della legislatura dipende esclusivamente dalla Lega: se stacca la spina si va alle elezioni, altrimenti il Governo dura (anche se non può far altro che trascinarsi avanti). E non ci vogliono particolare capacità divinatorie per capire che Bossi abbia interesse ad andare alle elezioni.

Il tema, semmai, è quando e in che modo. La tesi più diffusa è: non appena avrà portato a casa il federalismo fiscale (pardon, municipale: adesso vedo che lo si chiama così). E’ una valutazione che ha fondamento logico: la Lega ha detto che è per raggiungere questo obiettivo che sta al governo, deve assolutamente portarlo a casa a tutti i costi. Poi, non avrà più motivo di restare imbrigliata in un esecutivo che certo non gode del favore popolare – il che non significa che ad eventuali elezioni Berlusconi è destinato a perdere, perché sono note le sue capacità in campagna elettorale (le uniche che ha in politica, per la verità) e perché sono ancora più noti agli italiani i difetti e i demeriti dei suoi avversari – e più in generale avrà tutto l’interesse a riguadagnare la libertà di poter suonare la grancassa dell’antipolitica, vero motivo fondamentale del suo consenso, che la permanenza nei gangli di potere di “Roma ladrona” oggi non le consente più di tanto di fare.

Può essere, dunque, che questo sia lo schema che ha in testa Bossi. Ma c’è un’altra, direi opposta, ipotesi cui non darei meno probabilità. La Lega sa che la riforma federale tanto agognata, senza risorse, con un obiettivo giusto (il passaggio ai costi standard nei servizi pubblici locali, sanità in testa) ma i cui effetti sono destinati ad essere visibili nel medio periodo, e ora per di più sottoposta a molti compromessi per trovare il consenso dell’Anci e avere i numeri in parlamento, rischia di fare flop. E cosa ci sarebbe di peggio che aver insistito tanto su una riforma – peraltro non propriamente in cima ai desideri dei suoi elettori, che badano di più a temi come la sicurezza – che poi si rivelasse inutile, marginale o addirittura controproducente? Dunque, Bossi potrebbe essere attratto dall’idea di sfruttare il tira e molla intorno alla riforma – è di ieri il rinvio di una settimana dell’esame in consiglio dei ministri, mentre le opposizioni chiedono una moratoria di sei mesi – per far saltare il banco urlando “ci hanno affossato il federalismo e Berlusconi, preso dai suoi problemi, non ha fatto niente per impedirlo!”.

Tra l’altro, mentre nello scenario precedente non sarebbe facile aprire la crisi dopo aver ottenuto il federalismo senza apparire dei traditori – a meno di non concordare la cosa con Berlusconi, che finora ha però dimostrato nei fatti di non volere le elezioni anticipate – in questo caso l’occasione per rompere sarebbe servita su un piatto d’argento. Probabilmente, ad oggi neppure Bossi sa bene cosa farà, al di là del continuo richiamo, negli ultimi tempi, alla necessità di interrompere la legislatura non appena fosse chiaro che non ci sono più le condizioni per proseguire, accompagnato dalla previsione che sarà inevitabile. Troppe le variabili in ballo.

Molta l’attenzione a non sporcarsi le mani nel difendere il Cavaliere (si noti come in quest’ultima circostanza siano prevalsi i silenzi e le frasi ambigue, tipo quella di ieri contenente l’invito “vada a riposarsi che qui ci pensiamo noi”). Quasi certamente la vera decisione Bossi la prenderà sulla base della percezione di quanto sia logorato il rapporto tra gli italiani e la politica, cioè in che misura oggi si riviva il clima di fine stagione che c’era nel 1992 (e da cui la Lega ha tratto linfa vitale decisiva).

E se ha la mia stessa sensazione – e cioè che quella corda si stia nuovamente strappando – è probabile che scelga la strada che porta più velocemente possibile il Paese alle urne. Piaccia o non piaccia, questa è la situazione. Tutto il resto sono chiacchiere.

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