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Public Policy

Inutile l’astensione di Berlusconi dal voto

La politica della non scelta

Il rinvio della decisione sul Tfr è l’ultima conferma della incapacità di governare

di Enrico Cisnetto - 06 ottobre 2005

Sembrava cosa fatta, invece siamo punto e a capo. La riforma del trattamento di fine rapporto doveva essere licenziata definitivamente e tornare alle Camere per l’approvazione finale. Invece, il governo, con Berlusconi assente causa conflitto d’interessi – come se bastasse stare fuori dalla porta – ha inaspettatamente deciso di rinviarla al Parlamento. Insomma, per l’ennesima volta, di fronte a una serie d’interessi in gioco che vogliono spartirsi una torta da 13 miliardi di euro (16 milioni di lavoratori), naturalmente in contrasto tra loro, la pavida politica italiana ha scelto di non scegliere.

La riforma del Tfr targata Maroni avrebbe introdotto i fondi pensione negoziali chiusi, per i lavoratori della stessa categoria professionale, e quelli aperti, rivolti a lavoratori autonomi e liberi professionisti, ma anche a quelli dipendenti. Chiaro è che questi nuovi prodotti di previdenza complementare si inserivano nel mercato dei piani pensionistici individuali, già appannaggio delle compagnie di assicurazione. A questo punto, si sarebbero dati battaglia sul mercato tre tipi di fondi pensione, diversificati sia per rischio che per rendimento.

In un anno di trattative, Maroni ha dovuto cambiare più e più volte la bozza, facendo il gioco dei quattro cantoni per accontentare i sindacati e la Confindustria, cercando di non scontentare troppo le banche. Alla fine, un punto d’intesa era stato trovato. Gli industriali portavano a casa, in cambio della dismissione del Tfr, che usavano come forma di finanziamento più o meno occulto, un bonus fiscale interessante e un accesso agevolato al credito. E nemmeno i sindacati si potevano lamentare, privilegiati com’erano dalla “blindatura” dei fondi negoziali in loro favore.

Unica scontenta, a questo punto, la rappresentanza delle assicurazioni, e con qualche ragione. L’Ania, infatti, contestava sostanzialmente due cose: il meccanismo del silenzio/assenso (la mancata scelta del lavoratore sposta automaticamente il tfr ai fondi chiusi), e la perdita del contributo del datore di lavoro, se il dipendente dovesse scegliere un fondo aperto. Messa in questi termini, è chiaro che la legge avrebbe favorito i fondi gestiti da sindacati e imprese – a basso rendimento ma anche a basso rischio –rispetto alle altre forme di previdenza complementare. Finendo per ledere i principi fondamentali di libertà di scelta del singolo lavoratore e di concorrenza tra offerte diverse. E, guarda caso, il governo si è spaccato proprio su questo, oltre che sulla moratoria di sei mesi per le piccole e medie imprese che non possono avere accesso al credito.

Maroni è uscito dal Consiglio dei ministri denunciando pressioni dagli ambienti economici e finanziari. Forte dell’appoggio del presidente della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), Luigi Scimia. Una solidarietà quantomeno pelosa, visto che non si capisce perché il presidente dell’Authority si senta in diritto di entrare in una discussione che riguarda la politica. Non solo, Maroni ha pure minacciato che, se la situazione non si sbloccherà, si avranno conseguenze sul piano politico. Interessi diversi in gioco, differenti punti di vista, legittime ambizioni di far prevalere il proprio tornaconto su quello altrui. Quello che non torna, piuttosto, è che alla fine non ci siano né vinti né vincitori, ma l’ennesimo rinvio nonostante il testo abbia solo trenta giorni per tornare nelle mani del governo. Ciò che emerge dai fatti di ieri, allora, è un’ulteriore dimostrazione della debolezza della politica, anche stavolta incapace di individuare l’interesse generale tra quelli particolari. In una democrazia compiuta, il conflitto tra le parti è normale. Anomalo è che di fronte a tutto questo la politica tenda sempre a rinviare, senza caricarsi delle proprie responsabilità. Mettere la testa sotto la sabbia, per non scontentare nessuno, sembra essere l’unica cosa che riesce bene alla nostra classe dirigente. Pessimo comportamento.

Pubblicato sul Messaggero del 6 ottobre 2005

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