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La misteriosa morte di Milosevic

Il rischio di una beatificazione

La sua scomparsa mina l’equilibrio balcanico e l’immagine del Tribunale Penale Internazionale

di Antonio Picasso - 14 marzo 2006

L’hanno suicidato. La malizia, di fronte a una morte dalla circostanze poco chiare, assume i tratti del sarcasmo e della sprezzatura. E quello del deposto presidente iugoslavo e guida ideologica dei serbi, Slobodan Milosevic – morto nel carcere olandese di Scheveningen, sabato 11 marzo – è apparso fin da subito un caso facilmente versatile a questi commenti. Un ex oligarca-tiranno, l’ultimo in Europa a sfoggiare un’etichetta davvero comunista, scompare in un carcere straniero, quando il suo lungo e snervante processo non aveva ancora visto una fine. Poco tempo dopo, inoltre, il suicidio di Milan Babic, ex leader dei serbi di Croazia, che si è tolto la vita nello stesso carcere di Milosevic il 6 marzo.
Perché tutta questa malizia? Perché questi ragionamenti, che rischiano di tradursi in pericolose congetture, che potrebbero minare il già precario equilibrio balcanico? L’ex Jugoslavia ha vissuto, da un punto dell’attenzione mediatica, momenti migliori, a prescindere dai terribili anni della guerra. Gli occhi della comunità internazionale, infatti, si sono oggi spostati altrove. E forse questo è un errore. Visto che si parla spesso di scontro tra civiltà e la penisola balcanica potrebbe esserne un ring a tutti gli effetti. Tuttavia, il processo a Slobo Milosevic e a Milan Babic stava vivendo una evidente empasse. Costruito com’era in forme mastodontiche da parte del Tribunale penale internazionale, in particolare a opera del pubblico ministero Carla Da Ponte. I due imputati erano in attesa di giudizio per i crimini commessi, nel corso degli anni Novanta, in Bosnia, Croazia e in Kosovo, durante le guerre che seguirono la disgregazione della Jugoslavia di Tito. E una delle critiche che si rivolgevano al Tpi era proprio quello di aver fatto letteralmente di tutta un’erba un fascio. Perché, non avendo voluto “spezzettare” i tre processi per mantenere una differenziazione etnica delle stragi e un’altrettanto distinzione dei conflitti, l’azione penale era risultata eccessivamente lunga, appesantita dalla corposità delle prove, dal numero dei testimoni chiamati a deporre e dall’atteggiamento cavilloso assunto dalla difesa.
Adesso, con queste morti, l’Aja resta a bocca asciutta, con un processo incompiuto e senza nessun condannato. Mentre le vittime non si sentiranno soddisfatte nella loro sete di giustizia, e di vendetta. Ma quel che è peggio è che Milosevic rischia di assurgere a martire moderno del suo Paese. I risultati dell’autopsia, resi pubblici quasi immediatamente dopo il decesso, parlano di infarto. Ma già in molti ne ipotizzano la falsità. Prima fra tutti Belgrado, che vorrebbe eseguire degli esami sulla salma. Poi la stampa occidentale, la quale, sempre alla ricerca di gossip, sta gonfiando il caso con fare incosciente. Intanto, è trapelata la notizia che un medico olandese sapesse di farmaci misteriosi che Milosevic assumeva di nascosto. Infine, i russi altro non fanno che gettare benzina sul fuoco, con il ministro degli Esteri, Segyei Lavrov, che ha detto di non credere al referto medico occidentale e che vuole inviare propri analisti in Olanda.
Nel frattempo, il governo serbo ha fatto sapere che l’ex dittatore non riceverà esequie ufficiali. Belgrado, così, ha messo le mani avanti. Se Slobodan Milosevic diventerà un eroe, non lo sarà per volontà delle istituzioni. Tuttavia, il rischio della “beatificazione” è evidente. E se accadesse, sarebbe un’ulteriore miccia accesa nella vecchia polveriera dei Balcani, oltre che uno smacco per l’immagine di giustiziere del tribunale dell’Aja. “Triste è il popolo che ha bisogno di eroi”, diceva Bertold Brecht. Ma forse è peggio averne e di sbagliati.

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