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Le carceri italiane

Forza Cedu

Le carceri italiane fanno schifo, ma l'unica soluzione è riformare la giustizia. Anzi, la malagiustizia, come dice la recente condanna inflittaci dalla Corte Europea Diritti dell’Uomo. Quella condanna non è solo umiliante, è il preludio a un diluvio di condanne.

di Davide Giacalone - 10 gennaio 2013

Le carceri italiane fanno schifo, ma non esiste soluzione al problema se non riformando la giustizia. Il nostro principale problema è la malagiustizia, come si legge anche nella più recente condanna inflittaci dalla Corte Europea Diritti dell’Uomo. Quella condanna non è solo umiliante, è il preludio a un diluvio di condanne. Né nessuno, dal Quirinale al governo, dalla cassazione all’ultima procura ha diritto di meravigliarsi e scandalizzarsi, perché l’Italia è già, da anni, il Paese più condannato per violazione dei diritti umani. E ricordo che la Cedu agisce non nell’ambito dell’Unione europea, ma del Consiglio d’Europa, assai più vasto.

Con l’eccezione di Marco Pannella e dei radicali (cui si unisce un ristrettissimo drappello di garantisti non basculanti), mettere l’accento sul problema delle carceri è ipocrita e non risolutivo. Vale anche per la Corte di Strasburgo, visto che siamo stracondannati per denegata giustizia, mentre solo di recente fioriscono le sentenze per l’inumanità della detenzione. E avverto: come prima avvenne per i tempi della giustizia, ora questo genere di sentenze assume il ruolo di modello. Se non rimediamo diventiamo condannati seriali. Oltre che Paese di disonorati.

Vediamo problemi e soluzioni. L’Italia dispone (arrotondo) di 47.000 posti in carcere, dove si trovano all’incirca 40.000 condannati. Posto che la vivibilità di quelle strutture deve essere assai migliorata, i numeri dicono che non c’è alcun sovraffollamento. Se non fosse che ai condannati si devono sommare altri 26.000 cittadini che dobbiamo considerare innocenti, che attendono un giudizio, di cui molti non hanno mai incontrato un giudice (che non sia la macchietta di quello che accompagna il collega procuratore nelle indagini preliminari). Il totale, come si vede, violenta ogni civiltà. Affrontare la questione con provvedimenti tampone, destinati a sfollare le celle, come si fece con l’indulto, è obbrobrioso e inutile. Come svuotare una cloaca otturata succhiando con la cannuccia.

Servono tre ordini di soluzioni. 1. Far funzionare la giustizia, imponendole tempi certi e ragionevoli, facendo rispettare la legge e pagare ogni abuso (e sono tantissimi) nella custodia cautelare. 2. Non pensare che il carcere sia l’unica pena, giacché in molti casi, privi di violenza o senza reti organizzative, possono essere più efficaci altre limitazioni della libertà. 3. Poco meno di 24.000 detenuti sono stranieri, molti dei quali converrebbe buttarli fuori piuttosto che punirli (l’esempio statunitense è illuminante).

Solo dopo che si è fatta la prima cosa, vale a dire una profonda riforma della giustizia, sarà non solo opportuno, ma assolutamente necessario adottare l’amnistia (non l’indulto, che è perdita di onore, tempo e soldi). Lo si farà per salvare la riforma, mettendo nel conto di star facendo un piacere ai disonesti e un’offesa agli onesti.

La Cedu ci ha dato un anno, dopo di che saremo frustati a dovere. Avendo a che fare con persone serie, discutendo fra forze politiche ragionevoli e studiando i problemi per quel che sono, un anno è sufficiente. Si riforma e si sfolla, intanto avviando programmi di riqualificazione edilizia. Ma il nostro è il Paese in cui una classe politica di smidollati sa solo dire “più carcere e aumento delle pene” non appena uno stupro o un rapimento colpisce l’opinione pubblica, salvo dimenticarsi che ci dovrebbero essere le sentenze, non solo lo spettacolo dell’accusa. Il Paese in cui i manettari che vorrebbero arrestare tutti e hanno le loro versioni personali della storia d’Italia possono passare, senza un solo giorno di discontinuità, dalla magistratura alla politica. In cui gli accordi parlamentari si fanno, sottobanco, per leccare le toghe delle corporazioni, a cominciare da quella degli avvocati, le cui rappresentanze sindacali (?!) hanno ottenuto una riforma vergognosa dell’ordinamento forense. In cui non s’osa dire l’ovvio, non s’osa osservare che in tutto il mondo civile, senza eccezione alcuna, le carriere di accusatori e giudici sono separate, perché altrimenti s’alza un procuratore e t’arresta. Quindi, immorale della favola, concludo al grido di: Forza Cedu! Detenuti d’Italia fate tutti ricorso. Processati d’Italia, che aspettate da anni uno straccio di sentenza, fate tutti ricorso. Sarà l’unico modo per radere al suolo questa fetenzia che non merita d’essere chiamata: giustizia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario