Trump tradisce l'Ucraina
L’INFAME TRADIMENTO DI TRUMP VERSO L’UCRAINA E A FAVORE DI PUTIN METTE A NUDO LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO
di Enrico Cisnetto - 17 ottobre 2026
Mi scuseranno i nostri fratelli ucraini, verso cui va fin da quel maledetto 24 febbraio 2022 tutta la mia solidarietà e la mia ammirazione, se di fronte al criminale tradimento di Donald Trump perpetrato nei confronti del loro paese, e in particolare del presidente Zelensky, entrambi abbandonati al loro destino – un’infamia per la quale non ci sono sufficienti parole di esecrazione – in prima battuta mi occupo dei risvolti italiani di questo incredibile ma non imprevedibile voltafaccia americano. Perché ora voglio proprio vedere cosa diranno e faranno sia i putiniani, quelli palesi e quelli più o meno occulti, sia i trumpiani nostrani. Voglio vedere se usciranno dal silenzio che in queste ore li ha contraddistinti, trovandosi al cospetto di un presidente degli Stati Uniti che per un po’ di gasolio russo, peraltro sufficiente solo per qualche giorno al fabbisogno americano e nel meschino quanto disperato tentativo di ridurne il prezzo alla pompa per riconquistare gli elettori in vista del voto di midterm, non soltanto ha ridotto le sanzioni al regime di Mosca e ha minacciato di sospendere sia la condivisione di informazioni di intelligence con l’Ucraina sia l’accesso alle armi di fabbricazione statunitense, ma, soprattutto, ha offerto a Putin la testa di Zelensky su un piatto d’argento, intimandogli non si sa bene in base a quale autorità di indire elezioni e togliersi dalle scatole. E voglio vedere se e come commenteranno tanto il malcelato godimento espresso dal Cremlino per questa sortita di Trump (“parole iconiche e storiche” le hanno baldanzosamente definite), quanto l’ignobile presa in giro dei russi di dichiararsi disponibili ad una tregua militare ma solo dal giorno stesso delle elezioni in Ucraina (mancava solo che dicessero “stiamo a vedere chi vince e poi decidiamo”). Insomma, Washington aumenta la pressione su Kiev, per contenere il costo per gli Usa della insensata guerra in Iran da cui non sa come uscire, mentre la alleggerisce su Mosca, rischiando di incrementarne gli esiti nefasti. E tutto questo proprio mentre gli attacchi russi si sono fatti più intensi e distruttivi che mai, soprattutto su obiettivi civili.
Di chi parlo? Prima di tutto mi riferisco a quella larga fetta del “campo largo” – 5Stelle, Avs e la segreteria del Pd (chissà se maggioritaria o minoritaria dentro il partito) – che per ragioni diverse ma convergenti, che vanno da oscuri rapporti con Mosca a ingenuità politica, si sono attestate su una posizione “pacifista” che finisce per essere oggettivamente putiniana. Essendo costoro in buona misura affetti da antico anti-amerikanismo (sì, quello che si scrive con la K) – e chi non lo era, come “Giuseppi” Conte, ora non si capisce bene che sentimenti nutra nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca – come faranno a giustificare il tradimento americano nei confronti del popolo ucraino? Perché deve essere chiaro che la forzatura di Trump non favorisce la pace, neppure quella sbilanciata a favore di Mosca, ma porta inesorabilmente verso un’accelerazione della guerra a danno dell’Ucraina (Trump rende meno costoso per Putin continuare l’aggressione e pretende che Kiev rinunci unilateralmente agli attacchi alle raffinerie russe, senza che Mosca interrompa i bombardamenti sulle infrastrutture energetiche ucraine). E così facendo induce l’architetto della riedificazione dell’Unione Sovietica ad incrementare la guerra ibrida contro l’Europa, lasciata sola dagli Stati Uniti, come indicano gli alert di tutte le intelligence continentali.
Dunque, non è forse venuto il momento di prendere atto che tra il dittatore russo e il suo ammiratore e imitatore americano esiste un patto scellerato, che viene da lontano (da quando oligarchi creature di Putin salvarono il palazzinaro Donald dal fallimento) e che oltre un anno fa è stato celebrato ad Anchorage per consentire a Putin di sottrarsi a qualsiasi negoziato? Ci si può esimere dal definire questo “accordo” al tempo stesso insensato, perché è troppo limitato per ridurre significativamente i prezzi del diesel, e malvagio, perché è disposto a sacrificare un Paese che lotta eroicamente per liberarsi dalla tirannia? Con Zelensky delegittimato e indebolito prima ancora di sedersi all’eventuale tavolo di trattativa – non serve essere uno psicanalista per vedere che Trump lo sta incolpando di un problema che lui stesso ha creato – è questa la “pace giusta” di cui cianciano coloro che si candidano a sostituire Giorgia Meloni alla guida dell’Italia? Non vi accorgete che occultata dentro un frasario di sinistra si propugna la legge del più forte, cioè la cosa quanto più di destra che sia? E che battersi per i palestinesi aggrediti mentre nello stesso tempo si fa l’occhiolino ai russi aggressori, oltre che essere una clamorosa contraddizione, rende un cattivo servizio alla causa che si sostiene? E non è forse il caso di persuadersi che laliaison dangereuseTrump-Putin non mette in pericolo solo l’Ucraina, ma anche le aree più prossime alla Russia, dai paesi baltici alla Finlandia, e l’intero continente europeo, sfidato a suon di attacchi cyber, incursioni di droni e infiltrazioni politiche? Capisco che l’antico riflesso condizionato secondo cui tutte le colpe sono della Nato sia duro a morire, ma non servono aquile per notare che con Trump alla Casa Bianca l’Alleanza Atlantica abbia subito trasformazioni che la rendono comunque diversa rispetto a quello stereotipo.
D’altra parte, non è l’unica cosa che i leader del “campo largo” (quelli della famosa fotografia, per intenderci) non hanno notato. Per esempio, tranne Calenda, che non a caso non fa parte della congrega, nessuno che abbia spiccicato parola sul fatto che, dopo un attacco ad un data center russo, il numero dei post pro Afd, Maga e affini è letteralmente crollato, a conferma che la guerra ibrida si fa anche manipolando i social. Così come nessuno di loro ha sentito il bisogno di fare un salto a Kiev per rendere omaggio ad un popolo martoriato, nonostante che formalmente tutti riconoscano che l’Ucraina sia stata aggredita. Se poi il retropensiero di Schlein, Conte e Bonelli-Fratoianni fosse “pazienza se si scrive pace e si legge sconfitta dell’Ucraina, ma se la pace arrivasse prima delle primarie sgombreremmo il tavolo della coalizione dal vero elemento divisivo” – e a guardare il “lodo Bettini”, che vorrebbe un programma di governo in cui si propone di dare a Kiev solo armi difensive (sic), c’è da credere che il sottinteso non sia frutto della mia malizia – beh allora, si sarebbe toccato il fondo.
Ma se nel centro-sinistra albergano putiniani più o meno occulti, celati dietro le bandiere della pace universale, nel centro-destra i loro omologhi non nascondono le loro simpatie per lo zar di tutte le Russie, cercano solo di occultare i legami pratici e finanziari con Mosca. Con l’aggravante che nello stesso tempo sono pure trumpiani, anche in questo caso senza troppi infingimenti. Mi riferisco a Salvini e Vannacci. Il segretario della Lega ha tenuto a ribadire lo slogan “basta miliardi all’Ucraina, non possiamo continuare all’infinito” – dimenticando che se si applica il metro del “pro capite” l’Italia è in fondo alla classifica europea, con lo 0,001% – giustificato dall’alto concetto socratico (sapere di non sapere) “mi preoccupa l’invasione islamica, non la guerra ibrida”. Mentre il generale in pensione anticipata non ricorre all’ipocrisia nel manifestare la sua soddisfazione per il patto scellerato Usa-Russia: “Trump compra gasolio da Mosca, e fa egregiamente gli interessi del suo paese, noi invece finanziamo ville, yacht di lusso e serate con allegre prostitute”, dice Vannacci riferendosi a come secondo lui (e il servizio di disinformazione del Cremlino) verrebbero spese le risorse inviate a Kiev.
Però, in questo lato del bipolarismo il pallino delle decisioni è in mano alla sola Giorgia Meloni, visto che la Lega conta relativamente poco, e sempre meno, mentre al di là dei sondaggi e di un eccesso di pompatura mediatica è ancora tutto da definire il futuro del partito di Vannacci. E qui vale ciò che con chiarezza Nathalie Tocci e Paolo Garimberti hanno detto nella War Room di mercoledì 14 ottobre (qui il link), lo stesso giorno in cui la presidente del Consiglio è intervenuta in Parlamento e con apprezzabile chiarezza – meglio tardi che mai – ha definito la mossa del presidente americano utile solo a legittimare Mosca e le sue mire imperiali su Kiev e sull’Europa, aggiungendo che “il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, ma è ciò che la rende possibile”. Tocci e Garimberti, e io con loro, hanno fatto notare che Meloni è stata ottima se paragonata ai silenzi e alle parole mal spese di qualche tempo fa, specie durante quella che considerava (sbagliando) la sua luna di miele con The Donald, molto meno se messa a confronto con la posizione netta che sarebbe necessario assumere. Meloni ha infatti definito “molto rischiosa” la scelta di Trump sul gasolio, mentre le sue conseguenze non sono solo un rischio, seppure forte, ma sono una certezza, purtroppo.
Inoltre, la presidente del Consiglio, in coerenza con il suo passato (nella sostanza, non nei toni che un tempo erano apocalittici) ha ribadito che “un’Europa forte ha bisogno di nazioni forti”, un concetto che è l’esatto contrario di ciò che serve per mettere l’Unione nella condizione di affrontare le sfide tremende che il Vecchio Continente ha di fronte. Perché ciò che manca è il passaggio dall’attuale dimensione confederale, dove la sovranità è in capo ai singoli Stati, a quella federale – gli Stati Uniti d’Europa – dove il potere sovrano è nelle mani di un governo centrale espressione di tutti i cittadini dei paesi aderenti. Quello di Meloni è dunque un europeismo a geometria variabile (la definizione è di Garimberti) che in parte discende dalla sua natura sovranista, temperata ma mai abbandonata (vedi l’incaponimento, ormai solitario, a difendere il diritto di veto), in parte è funzionale al gioco dello scaricabarile (la crisi è colpa dell’Europa burocratica e matrigna, una deresponsabilizzazione che rende poco credibili le critiche che pure si possono e si debbono fare alla Ue), e in parte è figlia dell’iniziale adesione all’ideologia Maga che considera l’Europa non più un alleato ma un nemico (ora la crisi del rapporto con Trump ha indotto Meloni ad una qualche revisione, che però è parziale e contraddittoria).
In conclusione, siamo di fronte a quattro tornanti della storia che rappresentano la politica estera, il posizionamento internazionale dell’Italia in un contesto geopolitico radicalmente cambiato e la sicurezza civile e militare del Paese, e cioè: la posizione da tenere nelle dinamiche della guerra russo-ucraina; come fronteggiare la guerra ibrida (che pur non essendo militare sempre guerra è) scatenata contro l’Europa (e quindi anche contro l’Italia) da chi vuole riesumare l’Unione Sovietica; che ruolo avere nel determinare il futuro dell’Europa; l’atteggiamento da assumere nei confronti degli Stati Uniti in vigenza della presidenza Trump. Roba da far tremare le vene e i polsi. E che richiederebbero, come precondizione, di avere la società e la politica pacificate. Invece abbiamo la collettività che oscilla tra il disincanto e la rabbia, e il sistema politico polarizzato e attraversato da faglie profondissime che tagliano trasversalmente partiti e coalizioni. Nel centrodestra Lega e Forza Italia sono agli antipodi, ma essendo due debolezze lasciano per intero a Giorgia Meloni la responsabilità di esprimere una linea, che la presidente del Consiglio fatica a delineare con nettezza. Ora, si può essere indotti a considerare di più le luci o le ombre, ma siccome è innegabile che esistano le une e le altre e che insieme producano molte contraddizioni, si può concludere che la sua non sia la figura più adatta – o se si vuole, sufficientemente adatta – ad accompagnare il Paese lungo tornanti così pericolosi. Nel centrosinistra la disomogeneità è massima, come dimostrano le cinque diverse mozioni presentate nelle scorse ore in Parlamento sui temi di cui abbiamo parlato, e i tentativi di mediazione sono tutti caratterizzati dalla rincorsa affannosa del Pd verso 5stelle e Avs, e dunque dal suo scivolamento verso le posizioni più radicali che si tenta di occultare sotto una montagna di ambiguità. Se a ciò si aggiunge il tira e molla sulla leadership e sui criteri per consacrarla (primarie sì-no, aperte-chiuse), cui corrisponde il vuoto pneumatico sui programmi, si capisce come neanche da questo lato del maledetto bipolarismo ci sono le risorse politiche, culturali e umane per fronteggiare le prove terribili che ci attendono.
Come uscirne è il mio rovello. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.
