Parigi, Madrid e noi
SPAGNA E FRANCIA IN PIAZZA, L’ITALIA BIPOPULISTA: C’È IL RISCHIO CHE ELEZIONI ALL’INSEGNA DI SOVRANISMO E MASSIMALISMO SFASCINO L’EUROPA
di Enrico Cisnetto - 10 ottobre 2026
Da un lato l’ansia e le paure, dall’altro le illusioni. In Francia e in Spagna questi sentimenti scendono in piazza, in attesa di infilarsi nelle urne come è successo in Germania (per fortuna solo in alcune elezioni regionali) e come per un soffio non è accaduto in Svezia, mentre in Italia, nonostante qualche tentativo di rendersi movimento organizzato, restano confinati nei media (ad alto tasso ansiogeno) e in quella miseria di dibattito che offre la politica. Le ragioni sono diverse – a Parigi le rivendicazioni studentesche, a Madrid quelle per gli affitti delle abitazioni, a Berlino l’incrocio tra crisi economica e immigrazione, a Roma qualunque cosa sia funzionale al nazional-populismo di destra e al massimalismo di sinistra – ma tutte riconducibili al nesso tra spesa pubblica (soprattutto il costo del welfare) e sviluppo economico, laddove quest’ultimo, quantitativamente modesto e qualitativamente poco strategico, non è in grado di sopportare il peso crescente della prima. Un cortocircuito che non sanno disinnescare né le destre in crescita, perché dedite solo a fomentare le inquietudini e prive di una risposta che non sia semplicista, né le sinistre in decrescita, perché indotte a rispondere al loro declino risfoderando tutto il loro radicalismo ideologico. Mentre i pragmatici e i riformisti, incapaci di esprimere leadership all’altezza delle sfide, sono intenti a cucirsi addosso la colpa storica di essersi ridotti a fare niente di più che le ruote di scorta delle due modalità di manifestarsi del populismo.
Lo stato sociale europeo, che per decenni ha reso il Vecchio Continente il posto al mondo dove vivere meglio, è nato dopo la Seconda guerra mondiale sulle ali del boom economico. Rallentato prima ed esaurito poi il “miracolo” della crescita, si è cominciato a finanziare previdenza, sanità, scuola, trasporti e via dicendo, ricorrendo al debito. La prima a pagare le conseguenze di questo meccanismo è stata l’Italia, cioè il paese dove il progressivo invecchiamento della popolazione e il calo demografico, da un lato, e l’appiattimento della produttività, dall’altro, sono stati gli altri fattori strutturali che hanno messo in crisi il modello di sviluppo fino all’implosione che nel 2011 l’ha portato a tanto così dal default. Ora tocca alla Germania, che ha una finanza pubblica più sana ma paga il venir meno dei tre pilastri su cui poggiava la sua economia, il decentramento a est delle produzioni meno pregiate, l’energia a basso costo proveniente dalla Russia e l’export verso la Cina. E soprattutto tocca alla Francia, dove l’esplosione di deficit e debito ha messo in forse la possibilità di poter continuare a garantire il benessere diffuso, terreno fertile per contestazioni sociali – prima i gilet gialli, ora gli studenti – cui si aggregano i casseur delle banlieue e gli estremisti organizzati, infiammando (in senso letterale) le piazze.
L’impoverimento – relativo – c’è stato, specie delle classi medie, ma quel che più conta è che se per metterci rimedio ricorri a più spesa pubblica e a debito finisci per generare un meccanismo perverso che l’impoverimento lo accentua, invece di diminuirlo. Così i governi che con realismo e senso di responsabilità si fanno carico di contenere il deficit e ridurre il debito, facendo ricorso a misure (apparentemente) impopolari come l’aumento dell’età pensionabile, l’inasprimento fiscale o il taglio della spesa corrente improduttiva, finiscono nel mirino delle rispettive opinioni pubbliche. Le quali reagiscono come minimo con l’astensionismo elettorale o premiando le forze più capaci di cavalcare le recriminazioni e proporre misure populiste (dai bonus a gogò al reddito di cittadinanza), e nel peggiore dei casi praticando l’antagonismo sociale. Il paradosso spagnolo descrive bene questa situazione: a Madrid cade, portando il paese iberico alle elezioni anticipate, un governo a guida socialista che pure negli ultimi anni ha assicurato un tasso di crescita del pil come nessun altro in Europa e una forte riduzione della disoccupazione. E la pietra d’inciampo del governo Sanchez sono dei provvedimenti sulla casa e gli affitti, cioè che riguardano i motivi delle proteste popolari che si sono scatenate nelle piazze. E se, come sembra, a lucrare di più del malcontento saranno le destre, e in particolare quelle più estreme (Vox), ecco che il paradosso si compie fino in fondo: piazze di sinistra che portano acqua al mulino delle destre.
Come ha ben spiegato Andrea Bonanni nella War Room di martedì 6 ottobre (qui il link), questa antinomia interpella lo stato confusionale in cui è caduta la sinistra europea. Perché, se è giusto manifestare per esigenze che derivano da problemi reali – per esempio la povertà dei salari – nello stesso tempo non ci si può esimere dal ragionare sulla praticabilità delle rivendicazioni, a cominciare dalla loro compatibilità con gli equilibri della finanza pubblica, specie quando è in condizioni precarie. Avendo a mente, lo ripeto, che più debito alla lunga significa più povertà, non più ricchezza (e non c’è bisogno di essere liberisti per tener conto di questo principio, io per esempio ne sono convinto e pure sono e resto keynesiano). Ma sapendo anche che soffiare sul fuoco della protesta fa il gioco delle destre nazional-populiste: come succede, oltre che a Madrid, a Parigi, dove il massimalista Mélenchon sta spianando la strada che potrebbe portare Marine Le Pen all’Eliseo, il che fa dubitare dell’intelligenza strategica della sinistra in questo frangente storico. Dubbio (uso un eufemismo) che possiamo estendere anche all’Italia, dove l’inconsistenza politica dell’attuale segreteria del Pd, unita all’ottusità della sinistra più radicale e al manierismo ideologico della Cgil, sta consegnando le chiavi del centro-sinistra, o campo largo che dir si voglia, nelle mani di un uomo senza idee e senza scrupoli come l’avvocato Conte, cui interessa solo e soltanto avere la possibilità di tornare a palazzo Chigi, qualunque sia il contesto politico che glielo assicuri. Cosa che, senza un cambio di passo del Pd che solo una seppur tardiva ribellione dei riformisti potrebbe determinare, o farà rivincere Giorgia Meloni e la sua squinternata maggioranza o porterà al governo un’armata massimalista, fintopacifista e filo-putiniana. E francamente, non so dirvi cosa sia peggio.
Se poi tutto questo lo si inquadra in un contesto geopolitico dove l’Europa è oggetto di una guerra non (ancora) militare ma che per quanto la si definisca ibrida tale è e tale rimane, non casualmente favorita dal venir meno della vecchia solidarietà atlantica, si capisce come quel cortocircuito tra le rivendicazioni (giuste o fesse, fa poca differenza) e l’illusione che la spesa senza limiti (ergo, deficit e debito) le possa soddisfare, sia altamente pericoloso. Prima di tutto perché funzionale agli interessi di chi la guerra ce la sta facendo pur senza averla formalmente dichiarata. E proprio per questo nessuno mi toglie dalla testa che la violenza delle piazze, non solo fisica ma anche delle parole d’ordine, non solo sia oggettivamente utile al nostro nemico (la Russia di Putin) e al nostro ex alleato (l’America di Trump), ma veda le mani di costoro muoverne i fili dietro le quinte.
Non vi nascondo che tutto questo mi tormenta, e chi mi conosce non ne sarà di certo meravigliato. Prima di tutto mi angoscia per le conseguenze che può avere per l’Europa, che si appresta a vivere una serie di elezioni nazionali (Spagna, Francia, Italia, Polonia, Finlandia, Grecia, Estonia, Slovacchia) da qui all’anno prossimo, mentre è tornata a fare capolino nell’Eurozona la “trimurti” inflazione-tassi-spread, tutti indicatori maledettamente in rialzo. Si paventa così un rischio politico che non è (ancora) paragonabile a quello del 2008 e 2011 ma che certo restringe più di quanto già non lo sia lo spazio di manovra delle politiche economiche dei governi continentali. A questo si aggiungano i limiti cronici della Ue (per esempio il diritto di veto) e i suoi paradossi strutturali (mercato unico, interessi nazionali; moneta comune, debiti degli Stati; dimensione continentale, politiche locali; ecc.), che impedendole di essere un unico stato federale le ha fatto perdere posizioni nella scala delle grandezze mondiali. Ora, se dopo i confortanti risultati di alcune consultazioni elettorali (Paesi Bassi, Ungheria, Svezia), si dovesse andare incontro ad un vero e proprio filotto di vittorie delle destre sovraniste, il rischio di una crisi sistemica dell’Unione Europea diventerebbe molto alto. Tanto più vista la pressione esercitata da Russia e Stati Uniti perché questo accada. Basti pensare alle conseguenze di una vittoria lepenista in Francia: l’asse franco-tedesco, fin qui architrave della Ue, verrebbe spazzato via e ci ritroveremmo con l’unico paese detentore di deterrenza atomica (l’altro è la Gran Bretagna, ma è fuori dal perimetro europeo anche se è alla testa dei Volenterosi e sta finalmente ripensando la Brexit, primo di una lunga serie di danni provocati dal nazionalismo autolesionista) a guida filo-russa (peraltro sarebbe la stessa cosa se vincesse Mélenchon). È vero che se le cose stanno così la responsabilità è di quei governi che oggi vanno in crisi, e quindi delle forze moderate, liberali e riformiste che li compongono e sostengono. Prendersela con Macron, Merz o Sanchez è facile, ma prima di far prevalere le viscere sul cervello e finire col buttare il bambino insieme con l’acqua sporca, sarà bene pensare alle conseguenze.
Così dovremmo fare anche noi italiani, perché se lo scenario che vi ho delineato lo si declina in chiave nostrana, ci toccherà affrontare le prossime elezioni, anticipate o a scadenza naturale che siano, sulla base di due orribili presupposti. Il primo è rappresentato dal fatto che disporremo di una pessima legge elettorale a forte rischio di incostituzionalità (modificata per la quinta volta dal 1993 ad oggi, mentre i più importanti paesi occidentali la conservano intatta da decenni se non da secoli) voluta (non senza tormenti, c’è voluta la fiducia) in nome della stabilità da una maggioranza che festeggia il record di longevità del governo che esprime, diventato tale grazie al sistema di voto che si è cancellato. A conferma che alla stabilità formale si può tranquillamente coniugare l’instabilità sostanziale e il Paese non ha nulla da guadagnarci (di questa legge ne riparleremo, ma voglio anticipare una cosa: per favore, non raccontateci che si tratta dell’anticamera della Terza Repubblica, almeno questo evitatecelo).
Il secondo presupposto è che ci troveremo di fronte ad un’offerta politica così mediocre che metterà gli elettori nella condizione di poter scegliere solo sulla base dell’assurda contrapposizione tra “meglio lei degli altri” e “tutti meno lei”. Laddove, ovviamente, per “lei” s’intende Giorgia Meloni, che come già Berlusconi, propone lo schema del “o con me o contro di me” e induce l’elettorato a dividersi. Un corpo elettorale sempre più esiguo – il dato di affluenza del 22% fatto registrare l’altro giorno in Calabria è drammatico, anche tenendo conto che si trattava di un’elezione supplettiva – perché di fronte al perpetuarsi del bipolarismo (bipopulismo) e ad un terzismo ridotto a semplice atto di testimonianza, per molti non resta che manifestare il proprio dissenso restando a casa. Una scelta che ho fatto anch’io in talune circostanze, e che ho rivendicato come possibile presupposto per la nascita del “partito che non c’è”. Ma nel frattempo quel partito non è mai nato, e ora la posta in gioco è troppo alta – la salvezza dell’Europa, unico baluardo per evitare il crollo dell’intero Occidente – per permettersi il lusso di praticare un astensionismo che per quanto alto non induce gli attori del bipolarismo a praticare l’autocritica.
Detto questo, resta la domanda: con quali forze è possibile evitare che (anche) l’Italia contribuisca a disfare l’Europa? La risposta è a dir poco difficile, ma cercherò di darla a me stesso e a voi, cari lettori, nelle prossime settimane. Giuro. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.
