La tempesta perfetta delle guerre
IL COSTO DELLE GUERRE DI TRUMP E PUTIN RISCHIA DI TRAVOLGERE LE DEMOCRAZIE EUROPEE. ECCO COME FARE A EVITARLO
di Enrico Cisnetto - 02 ottobre 2026
La terza guerra del Golfo, che è appena entrata nel suo ottavo mese dal raid congiunto Stati Uniti-Israele in Iran del 28 febbraio denominato “Ruggito del Leone” (sic), è costata ai belligeranti e a tutto il mondo circa mille miliardi. Di questi il 10% l’abbiamo pagati noi europei per il solo rincaro di gas e petrolio a parità di quantità acquistate. Se si considera che la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, a parità di confronto, è costata fin qui tre volte tanto, ma sulla base di un tempo otto volte maggiore, e che il conflitto in Afghanistan condotto dall’alleanza guidata dagli americani ha contabilizzato circa 3mila miliardi ma in poco meno di 20 anni, si capisce come la folle idea di Trump e Netanyahu di rovesciare il regime di Teheran in pochi giorni si stia candidando a diventare uno dei, se non il, conflitto dal prezzo più alto della storia. Soprattutto in termini di conseguenze economiche e finanziarie globali, perché è evidente che dei tre livelli di costi che ogni scontro militare comporta – quelli dei paesi direttamente coinvolti (vite umane, armi, distruzioni, crisi dell’economia), quelli dei paesi alleati che sostengono i belligeranti e quelli di carattere globale che ricadono sul mondo intero – nel caso dell’Iran il terzo fa la parte del leone. Specie se si considera che a questi costi si rischia di aggiungerne uno indiretto, le conseguenze politiche. Che potrebbero avere effetti terribili. E infatti, per l’eterogenesi dei fini, chi sta pagando il conto più salato sono l’Europa e le democrazie occidentali. Cerchiamo di capire perché e cosa si può fare per scongiurare uno scenario drammatico che molti osservatori stanno già chiamando “tempesta perfetta” (si veda la War Room di martedì 29 settembre,qui il link).
Per prima cosa sgombriamo il campo da una fake news, che è tanto più grave perché a metterla in circolo è stato il presidente degli Stati Uniti. Trump, in palese difficoltà nel dare uno sbocco al suo intervento in Iran, ha addebitato il caro carburanti e i rincari dell’energia esclusivamente al conflitto tra Russia e Ucraina. Affermazione surreale, visto che a Kiev si combatte da quattro anni e mezzo e che, dopo lo shock iniziale, mercati e nazioni europee hanno trovato le contromisure per stabilizzare i prezzi. Un equilibrio che, per quanto fragile, è stato spazzato via da quando la Casa Bianca si è assunta la responsabilità di muovere guerra a Teheran, vendendo l’operazione militare come una questione di poco conto e di breve momento, mentre invece da oltre 7 mesi tiene sotto scacco l’intero commercio mondiale, appeso alle rotte di navigazione degli stretti di Hormuz e Bab el Mandeb – da cui, prima del conflitto, passava il 20% dell’offerta globale di petrolio e di gas liquefatto – e privato di vie terrestri alternative, oggetto di bombardamenti come l’oleodotto East-West dell’Arabia Saudita. Risultato: una decurtazione dei flussi pari a 4,3 milioni di barili al giorno, che si è riflesso sui prezzi, sulle scorte e sulla raffinazione. Il petrolio è costantemente sopra i 100 dollari al barile, certo ancora lontano dal massimo storico di 147 dollari del luglio 2008 ma ancora più distante dai minimi intorno ai 28 dollari di inizio 2016 (per non parlare del crollo sotto i 20 dollari nei mesi di scoppio del Covid). Il gas è balzato dai 40 euro per megawattora di luglio agli 80 euro e oltre, per scendere a 70. Il diesel ha subito un rincaro di circa il 40% portando la media europea al record storico di 2,24 euro al litro (l’Italia è terza in classifica al pari della Germania, dopo Danimarca, Paesi Bassi e Finlandia). Alle riserve strategiche europee si è attinto in media fino a 3,5 milioni di barili al giorno (per fortuna l’Italia è tra i paesi messi meglio, Snam indica le scorte di gas al 90%), e uno studio di Allianz dimostra che il prolungamento della guerra mediorientale e un inverno freddo creerebbero problemi di approvvigionamento non pienamente compensabili con le scorte. Infine, il settore della raffinazione è praticamente al collasso. Inoltre, in prospettiva, il rischio è che si inneschi un effetto imitativo e i transiti marittimi, da cui passano i due terzi del commercio energetico planetario, si trasformino in altrettanti colli di bottiglia dall’altissima vulnerabilità strategica.
Quanto a noi, secondo la Cna, gli italiani hanno dovuto far fronte a 14 miliardi di costi indiretti derivanti dall’escalation della guerra in Iran. Una batosta, anche se imparagonabile a quella patita dagli americani, che secondo Moody’s stanno spendendo in media 200 dollari in più ogni mese a famiglia, dovuti soprattutto a 90 miliardi di dollari di rincari energetici e ad un’inflazione schizzata al 3,4%. L’Italia, però, con lo scatto di quasi un punto tra agosto e settembre, ha l’inflazione più alta (4,2%) di quella Usa, quattro decimi di punto maggiore della media Ue (3,8%), che vede otto paesi messi peggio di noi ma i due maggiori, Germania (3,3%) e Francia (3,4%), in condizioni migliori.
L’inflazione, quasi tutta dovuta ai rincari energetici diretti e indiretti, sta a sua volta spingendo all’insù i tassi d’interesse. Non solo quelli ufficiali (a settembre la Fed americana, deludendo i desiderata di Trump, ha alzato il tasso dei federal-funds di un quarto di punto, tra il 3,75% e il 4,0%) ma soprattutto quelli di mercato: oggi i treasury bond Usa pagano il 5,2% sui decennali e il 5,6% sui trentennali (erano oltre vent’anni, dal 2004, che non toccava queste percentuali). In Italia il Btp a 10 anni ha superato il 4,7% per la prima volta dal 2023, mentre lo spread (toh, guarda chi si rivede) è schizzato a 131 punti, livello che non toccava da un anno e mezzo. A preoccupare è la curva del debito pubblico americano (ha superato la soglia simbolica dei Forty Trillion, pari al 124% del pil, che comporta oltre 1.400 miliardi di interessi passivi annui) e in generale di quello mondiale, che ha superato i 110 mila miliardi di dollari e a cui l’Italia contribuisce con oltre 3.200 miliardi di euro (è previsto arrivi al 138,6% del pil), mentre il debito globale complessivo (che include anche imprese e famiglie) ha raggiunto la quota record di 365 mila miliardi di dollari (310% del pil a fine anno).
Ma soprattutto, a inquietare è lo scenario geopolitico planetario, con la situazione in Medio Oriente che non sembra avviarsi verso una soluzione a breve, e le tensioni tra Russia ed Europa che si fanno ogni giorno più forti. In particolare, mentre si da per scontato che Trump non abbia interesse e non sia in condizione di sferrare un attacco in Iran per chiudere il conflitto (in Israele si vota il 27 ottobre, in America il 3 novembre) – il che spinge a prevedere tempi lunghi ma non una escalation, e questo potrebbe creare le condizioni per trovare uno sbocco alle crisi di Hormuz e del Mar Rosso, specie se si adoperasse la Cina – i timori che Putin faccia sul serio stanno crescendo. L’ultima minaccia, con tanto di evocazione esplicita e reiterata dell’uso delle armi atomiche, riguarda una presunta intenzione della Nato di intervenire nella regione di Kaliningrad, exclave russa tra Polonia e Lituania con accesso al Mar Baltico, e di minacciare l’intera area baltica per isolare i porti nord-occidentali russi. Accusa che Mosca somma a quella rivolta ai paesi che sostengono militarmente l’Ucraina, sostenendo con la consueta faccia tosta che sia Kiev ad attaccare per arrivare a dire che i paesi alleati degli ucraini stiano aggredendo la Russia (si veda la War Room di venerdì 2 ottobre condotta da Davide Giacalone dedicata al libro di Federico Fubini “Imperi allo specchio. Dovevamo cambiare la Russia. La Russia ha cambiato noi” edito da Mondadori,qui il link).
Ora, se questo è lo scenario da cui appare evidente che è la geopolitica del bullismo muscolare della Casa Bianca e delle ambizioni imperiali neo-sovietiche del Cremlino che ci sta spingendo sull’orlo di una “tempesta perfetta” – dove la crisi energetica innesca spaventose fiammate dei prezzi che a loro volta spingono al rialzo i tassi d’interesse rischiando così di minare l’equilibrio economico mondiale, finanziariamente gravato da livelli di debito pubblico e privato come mai prima d’ora – deve essere chiaro che ne discendono due conseguenze destinate a fare da spartiacque nei destini prossimi venturi dei paesi e dei loro sistemi politici, e dunque di tutti noi. La prima delle conseguenze di cui parlo è di natura economica: nel quadro che ho cercato di descrivere, l’ultima cosa da fare è prendere provvedimenti che aumentino i deficit e i debiti. Intanto perché è come tentare di svuotare il mare con il cucchiaino: i palliativi anti-rincari, come il taglio delle accise sui carburanti praticato in Italia, costano moltissimo alle finanze pubbliche e aiutano molto relativamente i singoli beneficiari (diverso è il caso delle autolimitazioni di prezzo volontarie degli operatori energetici, di gran lunga preferibili a interventi impositivi come quelli paventati sui cosiddetti extraprofitti). E che non siano misure strutturali e dunque strategiche, lo dimostra il fatto che abbiano durate brevi e siano continuamente reiterati. Infine, perché in questa fase, ragionando in termini di sistema paese e non di caccia al consenso elettorale, la via più appropriata da seguire è quella della riduzione dei consumi energetici, possibilmente con misure di lungo periodo che coniughino anche le esigenze di natura ambientale (a questo proposito si veda la War Room di giovedì 1° ottobre su come fronteggiare l’aumento delle temperature,qui il link).
L’altra conseguenza che ho evocato è invece tutta politica e deriva dal combinato disposto tra la scarsa cognizione circa le vere ragioni delle dinamiche geopolitiche in corso, la sottovalutazione dei rischi a cui esse ci espongono e la crescente inquietudine verso gli effetti delle ricadute economiche da esse generate, la cui altra faccia della medaglia è il panico obnubilante che pervade le classi dirigenti prive di capacità di analisi e diagnosi e dunque di individuazione delle terapie. Il risultato è che nonostante dosi massicce e crescenti di populismo messe in circolo – che, intossicando il dibattito pubblico e generando pessimi provvedimenti, aggravano la situazione – le élite di governo, tanto di sinistra (vedi la crisi del governo Sanchez, che porterà la Spagna alle elezioni anticipate) quanto di centro-destra (vedi le difficoltà del governo Merz di fronte all’esplosione di Afd in diverse aree della Germania), perdono credibilità e popolarità a favore di forze estreme e radicali. Peraltro, quasi tutte sostenute in ogni modo sia dal Cremlino (con operazioni che rientrano a pieno titolo nell’ambito della guerra ibrida scatenata da Putin contro l’Europa), sia dalla Casa Bianca (si pensi a Musk e all’internazionale nera voluta dal movimento Maga).
Alimentare il populismo e l’ambiguità o, peggio, inseguire gli estremisti di destra e di sinistra sul loro stesso terreno nell’illusione di svuotarne i consensi, è il modo migliore per consegnarsi ai nemici dell’Europa e della democrazia. L’unica via d’uscita è che tanto le forze a capo degli attuali esecutivi quanto quelle serie che competono per sostituirle trovino il coraggio del linguaggio della verità. Come ho cercato di fare qui. Le cose accadono per precise ragioni, cui corrispondono altrettante responsabilità. Che in questa difficile (per non dire drammatica) fase storica, fondamentalmente recano le firme del presidente americano e dell’autocrate russo. Occorre denunciarlo senza alcun infingimento, spiegando ai cittadini che tra un taglietto momentaneo al prezzo della benzina e delle bollette, e creare le condizioni per sconfiggere, politicamente e se ne necessario militarmente, coloro che con le loro follie hanno fatto aumentare i prezzi dei carburanti e dell’energia elettrica, mettendo fine ai loro azzardi, è bene scegliere questa seconda strada.
E occorre avere chiaro il corollario politico di questa scelta virtuosa: d’ora in avanti le alleanze non possono essere più fatte sulla base delle vecchie e superate (oltre che fallimentari) aggregazioni, ma sulla base della imprescindibile distinzione tra chi denuncia e chi vellica le responsabilità internazionali di questa “tempesta perfetta”. Si chiama politica estera in una situazione di guerra, e non ammette alcun compromesso. Per declinarla in italiano, c’è troppo trumpismo e troppo putinismo nel centro-destra e nel campo largo per non disfare entrambi gli schieramenti, buttarli senza rimpianti al macero e ripensare la politica su altre basi. Altrimenti sarà la tempesta a spazzar via tutto, e il prezzo sarà altissimo. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.
