ultimora
Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Rottura Italia-Usa

MENTRE TRUMP INCIAMPA IN UNA DOPPIA WATERLOOIL SUO BATTIBECCO CON MELONI RISCHIA DI PORTARE USA E ITALIA AD UNA DRAMMATICA ROTTURA

di Enrico Cisnetto - 20 giugno 2026

Fermateli! Il presidente degli Stati Uniti d’America che apostrofa la presidente del Consiglio italiana come poveretta che gli fa pena per avergli scodinzolato intorno in cerca di una photo opportunity che dicesse al mondo che sono (di nuovo) amici – cosa vera – e quest’ultima che replica dandogli del bugiardo e dell’accondiscendente con i nemici dell’Occidente – cosa altrettanto vera – stanno portando Usa e Italia sull’orlo di una rottura dei rapporti politico-diplomatici. Un fatto senza precedenti – nemmeno ai tempi di Sigonella, Reagan e Craxi si insultarono – che rischia di avere conseguenze drammaticamente pericolose, specialmente per noi. È esattamente quello che paventavo potesse accadere quando, negli ultimi mesi, ho reiteratamente avvertito, scrivendone qui e parlandone nelle mie War Room, che gli accadimenti epocali in corso nella geopolitica planetaria avrebbero scatenato sul nostro sistema politico uno tsunami non dissimile, quanto ad effetti, a quello che all’inizio degli anni Novanta portò alla fine della Prima Repubblica. E cosa ci può essere di più devastante che una crisi violenta delle relazioni con gli Stati Uniti, da 80 anni nostro decisivo partner sotto ogni profilo, a cominciare da quello della difesa e sicurezza? Considerato che di mezzo ci sono ego (espansi) che si antepongono ai doveri istituzionali e alle opportune posture relazionali, per cui sarà difficile per non dire impossibile tornare indietro, non è un azzardo pronosticare che questo inqualificabile scambio di schiaffi innescherà una sequenza di reazioni a catena, dalle conseguenze tanto imprevedibili quanto perniciose.

Il presidente Mattarella ha doverosamente espresso solidarietà a Meloni, ma va pur detto che la presidente del Consiglio arriva colpevolmente ultima nel decrittare scelte e posture di Trump, perfettamente leggibili. Se lo avesse fatto prima, avrebbe risparmiato a sé stessa (e a noi) il penoso spettacolo di un tanto affannoso quanto inutile tentativo di rendez-vous verso chi ha dato ampia prova di non conoscere, oltre che il galateo e il buon gusto, il significato del concetto di “alleanza strategica”, e che scambia la lealtà per servilismo. Perché è un errore imperdonabile confondere la doverosa tutela della solidarietà euro-atlantica, in nome della quale ci si impone di praticare la gentilezza anche quando non viene ricambiata, con la diplomazia della compiacenza. E Meloni questo errore l’ha ricommesso anche ad Evian, quando ha cercato a tutti i costi, tra battute e sorrisini, di riconquistare la perduta compiacenza (ammesso che fosse mai esistita) dell’amico Donald. Certo non è stata la sola, ma Merz si è limitato a regalare a Trump una maglietta della nazionale di calcio tedesca con il suo nome (scena comunque penosa) mentre l’atteggiamento ossequioso di Macron era comunque giustificato dal suo ruolo di padrone di casa.

Così, ora, si aggiunge un terzo motivo – il disastro dei rapporti Usa-Italia – per cui sarebbe stato più azzeccato organizzare il G7 a Waterloo, nella belga Vallonia, anziché tra le tranquille acque di Evian e la dorata reggia di Versailles. E non perché riecheggiare la celebre sconfitta napoleonica fosse il giusto contrappasso del padrone di casa del vertice. Al contrario, Macron ne è uscito vincitore, confermando che sarebbe uno spreco di leadership autorevole (merce assai rara di questi tempi) se uscito dall’Eliseo non trovasse un primario ruolo europeo e/o occidentale. No, al G7 i panni di Bonaparte li ha vestiti Trump. E per ben due volte. Una con esito disastroso, la presunta pace in Iran, che altro non è che una penosa resa americana al regime più sanguinario e pericoloso dell’intero globo. E l’altra relativa alla guerra russo-ucraina che, al contrario, ha riacceso nei più ottimisti speranze che sembravano disperatamente perdute. Vediamo nel dettaglio, cercando di capire in che direzione va il tentativo di dare un nuovo ordine e una nuova governance al mondo, rianimando il multilateralismo che l’imperatore della Casa Bianca ha soffocato.

Stati Uniti e Iran hanno fatto un accordo per trovare nei prossimi 60 giorni il vero accordo. Un’intesa provvisoria talmente fragile che è già inciampata prima di decollare: i negoziati previsti in Svizzera sono stati rinviati a tempo indeterminato, tanto che il vicepresidente statunitense JD Vance ha cancellato il viaggio che lo doveva portare a Ginevra. Trump ha cercato di vendere agli americani e al mondo intero che i 14 punti del memorandum siglato digitalmente dalle parti – in pompa magna a Versailles, da parte di Trump; non senza traccia di polemiche interne (in particolare da parte della guida suprema Mojtaba Khamenei), da parte del presidente iraniano Masoud Pezeshkian – segnino la sconfitta dell’Iran e la vittoria degli Stati Uniti. Tentativo miseramente fallito. Su un grande fatto geopolitico mai il giudizio è stato così universalmente unanime come in questa circostanza: gli Stati Uniti, privi di strumenti di analisi e di uno straccio di strategia (chi, nell’amministrazione Usa, ne aveva le capacità, è stato silenziato e cacciato) e vittime dell’umore quotidianamente cangiante e dei proclami imbarazzanti dell’inquilino della Casa Bianca, sono stati umiliati. Trump ha iniziato una guerra che doveva decapitare il regime di Teheran e favorire l’insurrezione popolare, annientare le sue capacità militari e distruggere in via definitiva l’arsenale atomico. Il risultato è stato che il regime è più forte di prima, rinnovato e ringiovanito nelle leadership, e trasformato da teocratico a forte prevalenza militare. Le strutture belliche iraniane di tipo difensivo hanno ricevuto un duro colpo – però al prezzo di un enorme consumo di risorse militari americane – ma non altrettanto quelle offensive, che infatti hanno procurato guai seri alle strutture energetiche dei paesi del Golfo. Sullo stop alla preparazione dell’atomica siamo alla sola declinazione di buone intenzioni, nonostante Trump a suo tempo ne avesse trionfalmente annunciato lo smantellamento totale e definitivo, mentre i 400 chili di uranio arricchito che rappresentano la materia prima per arrivare alla bomba sono custoditi in un bunker a Isfahan reso inaccessibile. Resta la questione dello Stretto di Hormuz, che prima della guerra era aperto e navigabile gratuitamente e che ora, anche ammesso (e non concesso) che davvero venga riaperto in tempi brevi, sarà comunque sotto la giurisdizione marittima dell’Iran (e dell’Oman) e con tutta probabilità la navigazione sarà sottoposta a pedaggio. Senza contare la praticabilità e i tempi dello sminamento, cui è legato il rientro entro le tariffe pre-guerra delle coperture assicurative, i cui costi nel frattempo sono andati alle stelle. Non è un caso che sia diffusa l’idea che comunque il traffico non tornerà più ai livelli antecedenti il conflitto, perché giustamente gli armatori pretendono garanzie di sicurezza che nessuno, tantomeno gli Usa, possono dar loro. Dunque, il risultato ottenuto dalla sciagurata mossa di Trump di quasi 4 mesi fa è che un non problema è diventato un incubo per il mondo intero e che ora per sminarlo (e proprio il caso di dire così) la Repubblica islamica (se va bene) si limita al ritorno alle condizioni di prima della guerra. Ripristino a fronte del quale Washington fa importanti concessioni a Teheran, dalla fine dell’embargo (tornare a vendere liberamente il petrolio per Teheran vale una sessantina di miliardi l’anno) e delle sanzioni (ci sono 100 miliardi custoditi all’estero di proventi del greggio già venduto e mai incassato) all’arrivo di cospicui pagamenti e investimenti (si parla di 300 miliardi). Complimenti.

Peraltro, tutto questo nel caso, come abbiamo visto non per nulla scontato, che la vera trattiva si apra e che i 60 giorni entro cui dovrebbe concludersi non passino invano. Ma non possiamo nasconderci due cose che rendono problematico passare dalla tregua alla pace. La prima è che entrambi i fronti hanno bisogno di annunciare non solo di aver vinto, ma di avere a disposizione argomenti per reggere una narrazione vincente, e questo non aiuta. La seconda è rappresentata dall’incognita Netanyahu, che si è già chiamato fuori da questa trattativa e continua a bombardare il Libano. D’altra parte, né Israele né Hezbollah hanno partecipato al negoziato, ed è complicato spiegare loro che non si possono tenere le mani libere. Inoltre, l’Iran, che mantiene Hezbollah con finanziamenti e forniture militari, ha tutto l’interesse a tenere viva l’attività terroristica contro Tel Aviv, e questo mette Netanyahu nell’infelice posizione di dover scegliere tra sottostare alle richieste di Trump per evitare la rottura con Washington e un ulteriore isolamento internazionale, e continuare l’offensiva contro Hezbollah per non apparire debole agli occhi del suo elettorato proprio quando si avvicinano le elezioni (sulla questione iraniana si veda la War Room di martedì 16 giugno,qui il link).

Ma a Evian s’è vista una seconda Waterloo per Trump, questa volta da iscrivere tra le cose buone: il dietrofront sull’Ucraina (e di conseguenza sulla Russia). Dopo aver ignobilmente insultato e ricattato Zelensky, azzerando tutti gli aiuti economici e militari a Kiev, e aver senza vergogna steso tappeti rossi a Putin (come l’anno scorso ad Anchorage), ora Trump, di fronte al ribaltamento delle aspettative sull’esito della guerra scatenata da Mosca, si è accodato come un agnellino agli altri paesi occidentali in un “incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale”. Dio sia lodato. Il merito va soprattutto al nucleo fondante dei Volenterosi – di cui, purtroppo, l’Italia non fa parte (a meno che ora, schiaffeggiata, Meloni non ci ripensi) – ma su questa ritrovata saggezza di Trump gravano comunque due rischi. Il primo, ça va sans dire, è rappresentato dalla volubilità dell’inquilino della Casa Bianca, per cui molti altri gesti dovranno seguire a quello di Evian per poterlo reiscrivere tra gli amici sinceri di Kiev. Anche perché è evidente che al G7 si è consumato uno scambio: il buon viso a cattivo gioco degli altri sei paesi all’accordo americano con l’Iran, nonostante fosse evidente che era a favore di Teheran, in cambio della retromarcia di Trump sull’Ucraina.

Il secondo rischio viene dalle pulsioni che coltivano taluni leader continentali, tra cui Meloni, nel pensare che l’Europa dovrebbe assumere l’iniziativa di una non meglio precisata trattativa diplomatica con Mosca, scegliendo un suo autorevole rappresentante che si presenti al cospetto di Putin. Come ha ben scritto Francesco Cundari, si tratta di una pura illusione, alimentata dal mix letale tra un certo autolesionismo degli europeisti, cui preme di più dimostrare che vogliono la pace e non la guerra, e la malafede degli antieuropeisti e dei putiniani al soldo del Cremlino: Putin avrebbe sì necessità e interesse a sedersi intorno ad un tavolo, ma non ne ha la minima intenzione, o comunque non intende farlo a condizioni ragionevoli. Come si evince dalla dichiarazione del portavoce del Cremlino, Peskov, secondo cui gli europei sono vittime di “un malinteso” perché pensano di poter ingaggiare trattative “da una posizione di forza”, e da quella del ministro degli Esteri, Lavrov, che accusa l’Europa di cincischiare “per essere pronti al combattimento per un eventuale conflitto con la Russia entro il 2030”.

Ma come è emerso con grande lucidità nella War Room di giovedì 18 giugno, l’ultima prima della pausa estiva (qui il link), i grandi della Terra, tra la resa americana sull’Iran e il punto segnato sull’Ucraina, non hanno di certo trovato la formula per riempire il vuoto di potere strategico a livello globale aperto dalla fine del vecchio ordine mondiale. Con la leadership statunitense ormai priva di credibilità, la Cina intenta solo a curare la propria economia pervasiva in tutto il globo, la Russia tornata a posture sovietiche che peraltro non si può permettere, e l’Europa alla perenne ricerca di sé stessa (come dimostra l’ennesimo Consiglio Europeo andato a vuoto e dove non si è riusciti a decidere sull’adesione dell’Ucraina alla Ue), ci si balocca sui format: gli Usa prediligono il G2 per spartirsi il mondo con la Cina, il G7 cerca di sopravvivere a se stesso, mentre i Volenterosi si dividono tra la formula E3 (UK, Francia e Germania) che finora ha funzionato e quella tutta da sperimentare E5 (con Polonia e Italia), finendo per non considerare il felice suggerimento del canadese Carney di costruire “un’alleanza strategica tra le potenze medie”.

Ma siccome, nonostante la fisica quantistica, è ancora valida la teoria aristotelica basata sull’horror vacui, il vuoto di governance planetaria che Trump porta la drammatica responsabilità di aver allargato se non creato, ora rischia di essere riempito da nuove alleanze che non solo non ci appartengono, ma incutono non pochi timori. L’ultima, per quanto riguarda il Medioriente, e non solo, è quella tra due regimi autoritari come l’Arabia Saudita – che è il motore di questo sodalizio sunnita – e l’Egitto, il Pakistan (democratura dotata di 170 testate nucleari, uno dei paesi con la crescita di armi atomiche più rapida al mondo) e la Turchia del dittatore Erdogan. È definita “Patto di Maometto” e ambisce, partendo da un’alleanza militare con ricadute economico-finanziarie e politiche assai significative, a ridisegnare l’architettura di sicurezza della regione per poi ridefinirne il peso strategico su scala più vasta. Ne sentiremo parlare presto, temo. E sapremo di chi è la responsabilità. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

Social feed




documenti

chi siamo

Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.