Oltre Meloni, Schlein e Conte
FRONTEGGIARE IL MONDO IN FIAMME RICHIEDE UNA CLASSE DIRIGENTE E UN SISTEMA POLITICO NUOVI
di Enrico Cisnetto - 11 aprile 2026
I nodi stanno venendo al pettine, per la politica italiana. E più rapidamente del previsto. A maggior ragione, accadrà, se la tregua posticcia tra Stati Uniti e Iran, avversata da Israele che prosegue il suo “attacco definitivo” contro Hezbollah in Libano, non dovesse tenere e la crisi energetica mondiale, che è l’altra faccia della medaglia del conflitto mediorientale, divenisse strutturale. Ma anche nel caso prevalesse la volontà di trattare, che anima sia Washington quanto Teheran per il semplice motivo che entrambe le parti hanno capito che proseguire la guerra avrebbe un costo troppo elevato, la riapertura dello Stretto di Hormuz avrebbe ben poche chances di avvenire a stretto giro e senza oneri pesanti, e tanto basterebbe per dischiudere scenari drammaticamente complicati per chi, come l’Italia, non gode di indipendenza energetica e si basa su un’economia fragile.
Avevo immaginato che, malgrado la retorica della “stabilità”, il governo avrebbe faticato a reggere l’impatto con gli sconvolgimenti geopolitici in corso e le conseguenze economiche e sociali che essi determinano. Così come avevo pronosticato che, nonostante la fanfara per l’esito del referendum, sarebbe apparso in tutta la sua evidenza il gap che separa la consistenza politico-programmatica delle forze di opposizione da quella richiesta per affrontare una circostanza eccezionale come quella che stiamo vivendo. E ne avevo tratto la conclusione, non senza suscitare più di un dubbio, che l’intera impalcatura del sistema politico e istituzionale era destinata a venir giù, chiudendo la fase due della Seconda Repubblica, quella stagione efficacemente denominata “del bipopulismo”. Si trattava di vedere in che tempi e per effetto di quale reagente chimico il sistema sarebbe imploso, ma di una cosa ero – e a maggior ragione, sono – sicuro: pur con tutte le differenze, il 2026 equivale al 1992. E come allora – la storia si ripete – la classe politica, tutta, fatica a comprendere quel che sta accadendo.
Ho ripreso in mano un libro (“Per carità di patria”, Mondadori) che a settembre del 2003 Francesco Cossiga, con l’ausilio di Pasquale Chessa, diede alle stampe e che, per l’amicizia di cui mi onorava, venne a presentare a “Cortina Incontra” nell’estate del 2004. In quelle memorie il “presidente picconatore”, nel rievocare le dinamiche della caduta della Prima Repubblica, ricordava come fosse del tutto assente in quella classe dirigente la consapevolezza di ciò che di lì a poco avrebbe prodotto il combinato disposto tra i rivolgimenti planetari (crollo del muro di Berlino e poi dell’Unione Sovietica, morte del comunismo organizzato su scala internazionale, fine della guerra fredda e del mondo diviso in due blocchi, Est e Ovest, regolato a Yalta) e la rivolta popolare contro la “democrazia incompiuta” che trovò sbocco nell’operazione Mani Pulite. Eppure, anche chi tirò le monetine a Craxi o credette nell’equivalenza tra Andreotti e Belzebù, oggi non faticherebbe ad ammettere che una distanza siderale separa la valutazione delle leadership politiche di allora rispetto a quelle attuali. E se per insipienza caddero quelle, figuriamoci queste.
Eppure, basterebbe aprire gli occhi per vedere quel che sta accadendo. Siamo nel pieno di una “guerra mondiale” – poco importa stabilire se è corretto definirla “terza” – aperta quattro anni fa dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina, proseguita da Putin con il conflitto ibrido nei confronti dell’Europa e ora fatta esplodere per la folle presunzione di Trump di poter annientare, senza un’adeguata strategia, un regime come quello iraniano che da decenni si prepara a questa eventualità e che è stato capace, con l’aiuto della Russia e la compiacenza della Cina, di tirare le fila del terrorismo di matrice islamica nella regione mediorientale e su scala internazionale. Questa situazione militare si iscrive nel quadro di un totale sovvertimento degli assetti geopolitici quasi secolari, travolti dalla unilaterale messa in discussione, da parte americana, dei principi e della pratica della solidarietà euro-atlantica, fino al punto da minare i pilastri su cui si è retto fin qui l’Occidente. Da ciò ne sta derivando una crisi energetica su scala planetaria – prezzi oil schizzati all’insù (nella maggior parte delle economie dall’inizio della guerra la benzina costa almeno il 20% in più, con punte del 50%, e il diesel è quasi raddoppiato) e rarefazione degli approvvigionamenti, tanto da far temere un vero e proprio lockdown – ben più grave di quella subita dall’Europa per effetto del progressivo blocco dei rapporti commerciali con la Russia a seguito delle sanzioni (giustamente) comminate per cercare di difendere l’Ucraina e con essa i confini artici e balcanici. Da cui ne discendono una fiammata inflazionistica con relativo rialzo dei tassi d’interesse, accompagnata da una fase di stagnazione economica (stagflazione) che se dovesse perdurare si trasformerebbe velocemente – specie le economie più deboli, come quella italiana – in recessione. A ciò si aggiungano crisi accessorie (si fa per dire) come quella già in atto nei fertilizzanti – da Cina e Russia passa il grosso dell’export e il Medio Oriente è un fornitore essenziale di materiali e di gas necessari per produrli (il Golfo Persico è un esportatore chiave di urea e ammoniaca) – che sta provocando un forte aumento dei costi alimentari. L’industria alimentare, peraltro, sta subendo uno “shock combinato” che colpisce ogni fase della filiera, tanto che secondo le stime del World Food Programme, circa 45 milioni di persone potrebbero trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare potenzialmente letale se il conflitto non dovesse terminare entro l’estate e se i prezzi del petrolio dovessero attestarsi al di sopra dei 100 dollari al barile.
Infine, tutto questo si colloca in un quadro di progressiva disarticolazione dei mercati finanziari. Tanto che secondo il premio Nobel per l’economia Paul Krugman “è del tutto lecito preoccuparsi della possibilità di una nuova crisi finanziaria” della dimensione, e delle conseguenze, di quella del 2008-2009 proprio mentre il Tesoro americano sta smantellando l’Office of Financial Research, l’organismo che monitora i rischi di crisi finanziaria. Eppure, negli Usa, crescono le preoccupazioni sul credito privato, ovvero sui prestiti concessi da istituzioni (imprese, società di assicurazione, fondi pensione, ecc.) che, a differenza delle banche, sono protette dalla regolamentazione pubblica. Cosa contengono realmente i loro bilanci? Dopo il fallimento di due istituti di credito lo scorso autunno, Jamie Dimon, CEO di JPMorgan, ha suscitato scalpore con la sua affermazione: “Dove vedi uno scarafaggio, probabilmente ce ne sono altri”. La differenza principale con 17 anni fa è che allora la crisi riguardò prodotti cartolarizzati, cioè situazioni in cui si poteva intervenire acquistando titoli, mentre oggi trattandosi di credito privato in larga parte non cartolarizzato, bisognerebbe intervenire direttamente sui soggetti erogatori. Cosa assai più complicata e onerosa. È vero che il private credit è stimato, negli Stati Uniti, intorno a 1,7 trilioni di dollari, cioè il 5% del pil nominale, quindi una dimensione importante ma non enorme, ma è pur vero che come nel 2007 la crisi dei mutui subprime innescò lo tsunami che partendo con il fallimento della Lehman Brothers diventò un crack finanziario globale paragonabile a quello del 1929, così oggi questa crisi, specie in un quadro di tensioni geopolitiche fortissime, potrebbe rivelarsi l’innesco di qualcosa di più grande, strutturale e globale.
Insomma, siamo dentro un passaggio della storia senza precedenti, che per colpa di Putin e Trump – che non a caso continuano ad andare d’amore e d’accordo anche quando, come in Iran, sono su sponde opposte – ha alte probabilità di aggravarsi ulteriormente. Di fronte a ciò è lecito attendersi da parte di qualsiasi classe dirigente, l’intelligenza di averne piena consapevolezza, della portata e delle cause, a sua volta premessa indispensabile per dimostrarsi all’altezza di saperne affrontare le conseguenze, se non per spirito civico e senso dello Stato, almeno per auto-sopravvivenza. Se debbo giudicare dallo spettacolo di quart’ordine offerto in Parlamento da governo e forze politiche, di maggioranza e di opposizione, in quella che poteva (e doveva) essere l’occasione per dare al Paese il senso del pericolo e il conforto che si è in grado di fronteggiarlo, siamo lontani anni luce da quanto sarebbe necessario. L’intervento di Giorgia Meloni, pronunciato mentre il mondo è in fiamme e rischia di esplodere, è stato un nervoso comizietto di provincia, a metà tra la stucchevole elencazione delle cose mirabilmente realizzate in quattro anni di governo e il pervicace rancore polemico nei confronti delle sinistre. Ma anche Schlein e Conte hanno usato lo stesso registro. Non un minimo di analisi strategica su quanto sta accadendo, non un pizzico di autocritica a supporto del cambiar registro su temi e interlocutori, non una proposta che una. Quasi che la penosa discussione post referendum sulla fantasiosa ipotesi di elezioni anticipate – alimentata senza tener in minimo conto che trattasi di competenza del presidente della Repubblica, il quale nelle condizioni internazionali in cui siamo non si sognerebbe mai di interrompere anzitempo la legislatura – abbia preso il sopravvento e indotto tutti a sentirsi già in campagna elettorale. Neppure le rispettive narrazioni reggono più, tanto che gli uni si limitano a urlare “noi stiamo facendo quello che voi non avete fatto” e gli altri ad ammonire “toglietevi di mezzo che ora ci pensiamo noi”. Così, si è pure bruciata ogni residua speranza, peraltro già al lumicino, di poter trovare un minimo di concordia nazionale e di spirito di collaborazione tra le diverse forze politiche. Con tanto di accuse incrociate sulle rispettive indisponibilità al dialogo, che appaiono ridicole visto che nessuno ha mai teso la mano all’altro.
Se pensano di interpretare in questo modo l’esito del referendum si sbagliano di grosso: la maggioranza non metabolizzerà la sconfitta e le opposizioni non capitalizzeranno la vittoria. Perché il Paese è stanco di questa campagna elettorale permanente, di questa contrapposizione perenne e totalizzante, vuole che gli si spieghi cosa sta accadendo nel mondo, che gli si dica la verità circa i rischi che corriamo e che lo si prenda per mano indicando la strada da percorrere. “Giorgia Meloni loses her aura”, ha titolato l’Economist dopo il referendum. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che nulla appare all’orizzonte che faccia credere che basterà toglierla di mezzo per toglierci dai guai. E se pensano di fronteggiare la caduta, da un lato, e la mancata crescita, dall’altro, dei consensi – perché così è, non vi fate ingannare dai sondaggi che misurano solo percentuali senza conteggiare la quantità assoluta dei voti potenziali – mettendo mano a meccanismi fintamente proporzionali e che invece “drogano” i risultati elettorali con premi che trasformano le minoranze in maggioranze in nome di una presunta stabilità, vuol dire che non hanno capito la portata della crisi in cui l’intero sistema politico sta per precipitare.
Come ho già detto a chi mi chiede cosa verrà dopo se davvero siamo alla vigilia della definitiva caduta della Seconda Repubblica, non sono in grado di rispondere. Nel 1992 nessuno poteva sapere – anche chi, come Cossiga, antevedeva la fine della Prima Repubblica – che il vuoto sarebbe stato colmato dalla discesa in campo di un ricco imprenditore tanto spregiudicato quanto capace di raccogliere e incanalare il consenso. Allo stesso modo, oggi possiamo solo essere consapevoli che è troppo ampio lo iato che separa la drammaticità dei problemi che abbiamo di fronte dalla capacità di capirli e saperli affrontare da parte di questo sistema politico che ormai da tempo ha bruciato ogni residua energia e dilapidato ogni residua rappresentatività. Però, proprio perché l’esperienza storica aiuta, possiamo fin d’ora lavorare affinché ciò che riempirà il vuoto non faccia rimpiangere il pieno che fu. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.
