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L'editoriale di TerzaRepubblica

Italia in guerra

L’ITALIA È IN GUERRA SUO MALGRADO, MELONI SCEGLIE L’EUROPA (OBTORTO COLLO), MA FORSE È TROPPO TARDI

di Enrico Cisnetto - 21 marzo 2026

Se tu non vai alla guerra, la guerra, con tutte le sue conseguenze, viene a te. Mentre gli italiani si apprestano a decidere se rispondere, e come, al quesito referendario o se, di fronte ad una campagna condotta in modo inverecondo da ambo i fronti, mandare a quel paese la politica e restare a casa nella consapevolezza che comunque vada il referendum si rivelerà un boomerang perché ci riporterà al clima del 1992, l’Italia viene messa di fronte a scelte a dir poco scomode. Partecipare alla guerra contro l’Iran, rispondendo positivamente alle sollecitazioni di Trump nonostante sia ormai chiaro che l’attacco a Teheran si sia rivelato un azzardo? E farlo proprio mentre sul fronte russo-ucraino il presidente americano compie il gesto più estremo a favore di Putin e contro Zelensky come togliere l’embargo al petrolio di Mosca, con ciò ridando fiato ai russi nel momento della loro maggiore difficoltà? O starne fuori, con ciò respingendo al mittente le pressioni della Casa Bianca, arrivate fino al punto dal minacciare di dichiarare fallita la Nato, come pure le dissennate scelte trumpiane a danno dell’Europa?

Per chi, come Giorgia Meloni, ha fatto dell’ubiquità il tratto del suo posizionamento geopolitico – un po’ con gli Usa, un po’ con la Ue – il dilemma è di quelli che ti stendono. Sperava di trovare conforto in Merz, ma il cancelliere tedesco non ha esitato ad allinearsi a Macron e Starmer nel dire “non è la nostra guerra” (pur avendo taciuto quando era al cospetto del presidente alla Casa Bianca), e a Meloni non è rimasto che accodarsi. Per carità, nessun biasimo per le continue parole fuori luogo dell’amico Donald, nessuna sconfessione esplicita delle sue follie, ma la presidente del Consiglio questa volta ha capito che doveva astenersi dai suoi soliti esercizi di cerchiobottismo e mettersi in scia, sia pure obtorto collo, ai tre paesi (Francia, Germania, UK) che hanno dato vita alla coalizione dei Volenterosi. E lo ha fatto sia quando si è trattato di esprimere il netto rifiuto a co-partecipare ad una spedizione militare per liberare lo Stretto di Hormuz – cosa che sarebbe equivalsa ad una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dell’Iran – sia, successivamente, quando Francia, Germania, Olanda, Regno Unito e Giappone hanno deciso di condannare l’Iran per la chiusura di Hormuz e si sono dichiarati “pronti a contribuire agli sforzi opportuni ad assicurare un transito sicuro attraverso lo Stretto”, sia pure misurando le parole per evitare che a Teheran la considerassero una dichiarazione di guerra. E ha fatto bene, Meloni – gliene va dato atto – in entrambi i casi. Tanto più che con la prima scelta ha probabilmente inferto un colpo mortale alla “special relationship” con Trump su cui aveva puntato nell’illusoria speranza di fare da pontiera tra Bruxelles e Washington, e con la seconda non ha per nulla rimediato, tanto più che la scelta interventista è smorzata dai distinguo sia del ministro Tajani (“qualora ci fosse il cessate fuoco” oppure “se le Nazioni Unite volessero avviare operazione di garanzia per il traffico marittimo”) sia da quelli della stessa Meloni (“Nessuno pensa ad una missione dell’Italia per forzare il blocco dello Stretto. Quello su cui ci interroghiamo è, ragionevolmente in una fase post-conflitto, come possiamo offrire un contributo, d’accordo con le parti, per difendere la libertà di navigazione”). “Troppo tardi”, è stata la piccata risposta del presidente americano agli (ex) alleati, che ha definito “codardi”. E se il capo della Casa Bianca finora non ha apertamente criticato la leader di Roma, come invece ha fatto con quelli di Londra, Parigi e Berlino, ci ha pensato il camerata Steve Bannon, ex ideologo di Trump e da sempre fautore dell’internazionale dei sovranisti – già, proprio quello che fu ospite d’onore alla festa di Atreju di Fratelli d'Italia nel 2018, quando lodò Meloni come leader della “rivoluzione sovranista” in Europa – che sostiene: “siamo di fronte ad una narrazione mediatica totalmente falsa, Giorgia Meloni non è un ponte per l’America con l’establishment politico europeo”. Punto e a capo.

Non è la prima volta che Meloni si accoda all’Europa, ma è la prima volta che, suo malgrado, le tocca tirar su l’immaginifico ponte levatoio con cui aspirava a tenersi collegata con la Casa Bianca. Avrebbe potuto tentare di far sponda sul segretario generale della Nato, Mark Rutte – quello che in un momento di zuccheroso trasporto verso Trump lo ha definito “daddy” – ma quando è parso chiaro che la sua improvvida dichiarazione circa un “ampio consenso che in Europa c’è nei confronti dell’intervento israelo-americano in Iran” veniva smentita dai fatti, a Meloni non è rimasto che affermare “stiamo vivendo una evidente crisi del diritto internazionale, con decisioni unilaterali che si moltiplicano”. Amen. 

Sia chiaro, Meloni non è diventata una statista tutt’ad un tratto, non ha fatto una scelta strategica, di posizionamento suo e dell’Italia nel processo di epocale trasformazione degli equilibri geopolitici globali. No, la sua è stata una scelta politica a tutela del consenso, tanto più a pochi giorni dalla celebrazione del referendum che ha testardamente voluto e che ora teme possa rappresentare per lei una pesante sconfitta. Ha capito che alla gran parte degli italiani non piace per nulla la guerra voluta da Netanyahu cui Trump si è accodato per oscuri motivi (ma forse neanche troppo misteriosi se si uniscono i puntini tra la sua potenziale ricattabilità per il caso Epstein e la proverbiale capacità del Mossad di procurarsi dossier scottanti). Forse per ragioni meno nobili rispetto alla condanna della violazione del diritto internazionale e persino al pacifismo a buon mercato – della serie, facciamoci i fatti nostri, in fondo Teheran (come pure Kiev) è lontana – ma pur sempre motivazioni cogenti, destinate a pesare nelle urne. Tra l’altro, un’ostilità destinata a moltiplicarsi non appena gli italiani dovessero cominciare a pagare le conseguenze economico-energetiche del conflitto. E già ci siamo, visto il prezzo della benzina e considerato che a questo punto il già asfittico mezzo punto percentuale di crescita del pil previsto per il 2026 è destinato a diventare una chimera.

Così Meloni, davanti al bivio a cui non avrebbe mai voluto trovarsi di fronte, ha optato per la strada che porta a Bruxelles rispetto a quella per Washington. Solo che non è un percorso privo di pedaggio. Perché ora la presidente del Consiglio dovrà decidersi a fare chiarezza, a dire al Paese una parola di verità. E se farlo ha un prezzo, non farlo ne ha uno molto più alto. Per esempio, dovrà spiegare perché nel giro di poche ore prima si è ripensata la nostra presenza nel Golfo, alla luce del fatto che le nostre basi sono esposte alle ritorsioni di Teheran – l’avvio delle procedure di rientro di una ventina di militari dalla base di Ali Al Salem, quella in Kuwait colpita nei giorni scorsi da un drone iraniano, è solo l’ultimo segnale che s’intenderebbe ridurre o addirittura chiudere tutti gli avamposti – e poi si è deciso di andare a Hormuz, ben sapendo che per il regime di Teheran tenere bloccato lo Stretto è di fondamentale importanza e dunque quel pattugliamento occidentale che si vuole (giustamente) realizzare sarà esposto ad una pesante ritorsione iraniana (cui con tutta probabilità si aggiungeranno atti di terrorismo a casa dei pattuglianti).

Insomma, siamo in guerra, nonostante abbiamo detto di non esserlo e di non volercisi assolutamente trovare. Per la verità ci siamo, in guerra, già da quattro anni, cioè da quando la Russia ha accompagnato il tentativo di invasione dell’Ucraina con una guerra ibrida – fatta di attacchi cyber, di droni anonimi ma di inequivocabile provenienza che bloccano il traffico aereo, di cospicui finanziamenti per arruolare filo-putiniani – rivolta ai sonnecchianti paesi europei perché smettessero di stare dalla parte di Zelensky. E forse anche da prima. Solo che non vogliamo ammetterlo o, peggio, non ce ne rendiamo conto. Certamente non c’è la dovuta consapevolezza nell’opinione pubblica, ma ancor meno c’è nei media e nella classe politica. Ma la dura realtà s’incaricherà di metterci di fronte alle nostre responsabilità. E se c’è qualcuno che crede che di fronte al cambiamento – e che cambiamento, da riscrittura della storia – degli equilibri internazionali il quadro nazionale, quello politico ma anche gli assetti del capitalismo, sia destinato a restare immutato, si sbaglia di grosso. Si sbaglia tanto quanto si sbagliarono gli esponenti della Prima Repubblica nel 1992 agli albori di Tangentopoli, che non seppero vedere né il predisporsi dell’operazione Mani Pulite né, tantomeno, ciò che l’aveva resa possibile, e cioè lo stravolgimento degli equilibri planetari prodotti poco prima dalla caduta dell’Unione Sovietica e del comunismo con la conseguente fine del mondo diviso in due regolato dopo la Seconda guerra mondiale a Yalta. Con l’aggravante che stavolta a venir meno è il mondo di cui facciamo parte, l’Occidente, per mano di un presidente americano che ha scientemente distrutto la solidarietà euro-atlantica dentro la quale siamo agiatamente vissuti per ottant’anni.

Come ha spiegato Davide Giacalone nella War Room di venerdì 20 marzo dedicata al referendum ma soprattutto alle sue nefaste conseguenze quale che ne sarà il risultato (qui il link), le formidabili contraddizioni insite in entrambi i fronti del nostro sgangherato bipolarismo inventato nel 1994 da Berlusconi con l’ausilio di Bossi (a proposito, pace all’anima sua ma sono insopportabili i peana postumi di queste ore di chi gli attribuisce il merito di aver “cambiato la politica”, senza dire che è stato in peggio) e della sinistra berlusconizzata, sono destinate a esplodere e a far crollare il sistema politico e istituzionale. Come e più di quanto non fu tra il 1992 e il 1994. Si dirà: ma nei tre (pessimi) decenni della Seconda Repubblica non è accaduto. Vero, ma il motivo è presto detto: l’Italia stava comunque nel campo dei vincenti. Ora, invece, è il nostro mondo che è stato travolto. Certo, Trump finirà ed è possibile – ma niente affatto certo, si badi bene – che gli equilibri mondiali tornino ad assomigliare a quelli di prima, ma il tempo è sufficientemente lungo perché i nodi vengano al pettine. Tanto più se, in un modo o nell’altro, saremo concretamente costretti a partecipare alla guerra. A quella che Trump non sa come vincere perché è rimasto incastrato a Hormuz. O a quella che Putin stava perdendo prima che Trump non gli consentisse di riprendere fiato e prolungarla, magari ampliandone il fronte. Ma se anche, miracolosamente, non dovesse esserci nessun soldato italiano a combattere e nessun atto terroristico a insanguinare le nostre città o i nostri sistemi di trasporto, basterà la crisi energetica che, piegando le gambe della nostra economia, ci metterà in ginocchio. Esserne consapevoli è l’unico modo per passare dal pessimismo della ragione all’ottimismo della volontà. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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