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L'editoriale di TerzaRepubblica

Lettera aperta a Mario Draghi e Mark Carney

GUIDATE VOI LA TRASFORMAZIONE DELL’EUROPA E DELL’OCCIDENTE, E CREATE IL NUOVO ORDINE MONDIALE. NON C’È TEMPO DA PERDERE

di Enrico Cisnetto - 31 gennaio 2026

Quella che segue è una doppia lettera aperta, rivolta all’ex presidente del Consiglio Mario Draghi e al premier canadese Mark Carney, scritta dando fondo a tutte le riserve di fiducia nel futuro che possiedo, fortemente temperate dal mio inguaribile e indefettibile realismo. Mi rivolgo a loro perché sono le due personalità – tra l’altro accomunate da eguali esperienze professionali – che rappresentano, per ragioni diverse e tuttavia convergenti, quanto di più autorevole l’Occidente democratico disponga per affrontare la più difficile e drammatica temperie geopolitica degli ultimi 80 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

 

Caro Presidente, egregio Signor Primo Ministro,

mi permetto di sollecitare, con umiltà pari a determinazione, il Vostro alto e ben noto senso di responsabilità, rivolgendoVi un accorato appello – che nasce dalla ormai sempre più diffusa e per molti versi angosciata consapevolezza della rottura che si è prodotta nell’ordine politico internazionale, e dei rischi che essa comporta per il mondo libero cui felicemente apparteniamo – ad assumere senza indugio alcuno le necessarie iniziative per fronteggiare la grave situazione che si è venuta a creare in Europa e in ciò che resta del vecchio Occidente.

La lunga fase di transizione che si era aperta all’inizio degli anni Novanta con la fine del mondo diviso in due blocchi determinato dagli accordi di Yalta, dovuta alla scomparsa dell’Unione Sovietica e la conseguente caduta del comunismo, si è definitivamente chiusa. Da tempo vi erano molte e reiterate evidenze che gli assetti geopolitici planetari post “guerra fredda” presentavano crepe profonde, ma l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, da un lato, e il primo anno della seconda presidenza Trump, dall’altro, con il progressivo abbandono del diritto internazionale a esclusivo favore della forza, hanno sancito la fine – irreversibile – della più che trentennale stagione del multilateralismo. In particolare, è venuta meno, per decisione unilaterale americana, la solidarietà euro-atlantica, cosa che pone in discussione non solo la governance ma la stessa sopravvivenza della Nato (come dimostra la notizia che il Segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, non parteciperà alla prossima riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza, dopo che già Marco Rubio aveva evitato, a dicembre, la riunione dei ministri degli Esteri della Nato).

L’Europa ha faticato non poco a prenderne atto, ma il sostegno che non ha fatto mancare a Kiev in questi quattro anni di guerra e l’iniziativa dei “Volenterosi” che ha consentito di unire la forza continentale a quella di altre “medie potenze”, fino alla decisa reazione mostrata di fronte alla minaccia dell’inquilino della Casa Bianca di invadere la Groenlandia, sono la testimonianza che il Vecchio Continente sia riuscito a sedersi al tavolo dove si cucinano le relazioni internazionali anziché finire nel menù, per usare la sua ormai nota metafora, presidente Carney. E questo nonostante la presenza nell’Unione di paesi dichiaratamente filo-putiniani – che per la proprietà transitiva follemente voluta da Trump sono anche filo-trumpiani – di forze politiche di paesi chiave più o meno esplicitamente collegate a Mosca e Washington e i perduranti distinguo di chi, come l’Italia (almeno fin qui), persevera nell’equilibrismo tra Bruxelles e Washington tardando a prendere atto che, come osserva Sergio Fabbrini, il matrimonio Usa-Ue è finito perché dall’altra parte dell’Atlantico hanno deciso di divorziare.

Ora, però, questa crescente consapevolezza non basta. Occorre andare oltre la “deterrenza” nei confronti di “questa America”, è arrivato il momento di trovare una direzione di fondo per fronteggiare le conseguenze di questo divorzio. Ciò significa, per l’Europa e per l’Occidente, ripensarsi e nello stesso tempo ripensare gli assetti planetari. Lei, presidente Carney, con quel suo straordinario intervento a Davos, non solo ha perfettamente fotografato la realtà del momento che stiamo vivendo, ma ha indicato la strada che va percorsa: l’unità d’intenti e la convergenza delle “medie potenze”, senza alcuna concessione al sovranismo autolesionista. Ma per farlo ci sono ostacoli da rimuovere e nuove condizioni da creare.

L’impedimento maggiore sta proprio nella Ue, la quale per come è strutturata – nella sua composizione allargata a 27 paesi e con la governance che obbliga l’unanimità per le decisioni strategiche da assumere, specie quelle di politica estera – non è in grado di affrontare un passaggio epocale come questo con il dovuto tempismo. Ed è illusorio pensare di poter accelerare i meccanismi decisionali attraverso un’autoriforma, che sarebbe bloccata dal diritto di veto dei soliti noti. Occorre, quindi, immaginare qualcosa di nuovo che – pur senza rinnegare l’Ue, e senza dare argomenti agli euroscettici che nuocciono all’Europa come le sigarette ai polmoni – consenta di avviare speditamente il processo di autonomizzazione dagli Stati Uniti. In queste ore due politici di vecchio conio come Prodi e Casini hanno rispolverato lo slogan de “l’Europa a due o più velocità”. Forse confortati dalla scelta, presa su impulso tedesco, di Germania, Francia, Italia, Polonia, Spagna e Olanda – subito ribattezzata “E6” o più pomposamente la “Big 6” – di costituire un “nocciolo duro” in seno all’Unione che, partendo dalle tematiche economiche (infatti la prima riunione è stata dei ministri delle Finanze), predisponga i dossier e acceleri i meccanismi decisionali. Così come il leader del Partito popolare europeo, Manfred Weber – che peraltro nel Ppe rappresenta l’ala destra – ha lanciato la proposta di accorpare le cariche di presidente della Commissione europea e di presidente del Consiglio europeo dopo le elezioni del 2029.

Per carità, tutto bene, anche se fatico a considerare aggiustamenti come questi una riforma radicale della governance continentale. Ma non basta. Oltre a provare a modificare i trattati esistenti, occorre prima di tutto predisporre un nuovo trattato di sovranità, che consenta agli Stati disposti a farlo di collaborare più strettamente, rinunciando al principio dell’unanimità, in materia di politica estera, di difesa e sicurezza, di relazioni commerciali. Un nuovo soggetto istituzionale che integri i pesi specifici dei partecipanti attraverso investimenti comuni, usando strumenti tipo gli eurobond. Chi potrebbe starci? Diciamo i paesi europei che intendono assumersi la responsabilità di sperimentare forme di maggiore integrazione rispetto a quella della Ue, ma è evidente che i paesi E6 sono indispensabili. Come potrebbe attuarsi questo processo? Ci vuole qualcuno che si carichi sulle spalle l’onere di avviarlo e gestirlo.

E qui dovrebbe entrare in gioco Draghi. L’uomo giusto al posto giusto. Sì, lo so, Lei non riveste alcuna carica, comunitaria o di rappresentanza di una nazione, e per di più ha presentato, a settembre 2024, un rapporto sulla competitività europea che avrebbe potuto e dovuto rappresentare il solco lungo il quale far marciare una strategia radicale di rilancio dell’economia continentale, che tanto è stato applaudito quanto in fretta dimenticato. Ma Lei, insieme con Enrico Letta, è stato invitato al vertice dei leader europei, concepito come un incontro dedicato a competitività e mercato unico, che si terrà il 12 febbraio in Belgio. Può – anzi, deve – essere l’occasione giusta per lanciare la nuova “Alleanza Europea” e affidarLe l’incarico di realizzarla. Conoscendola, immagino la sua obiezione: Lei non è uomo che si propone, ma eventualmente risponde ad una chiamata. Capisco, e infatti auspico che qualcuno – il più logico sarebbe il presidente del Consiglio del suo Paese – lo faccia. Ma il momento è grave, e rimuovere la sua più che giustificata precondizione, prendendo Lei l’iniziativa, sarebbe un gesto di grande altruismo e non farebbe che accrescere la sua già straordinaria statura.

E poi, caro Draghi, in questa partita potrebbe non essere solo. Perché potrebbe scendere in campo il suo ex collega – quando entrambi eravate governatori di banche centrali – Carney. Non nella partita europea, perché non ne avrebbe titolo, ma in quella parallela per la creazione della nuova “Alleanza Occidentale”. Mi riferisco al fatto che è venuto il momento di trasformare l’artigianale coalizione dei Volenterosi in un soggetto istituzionale vero e proprio che integri la nuova alleanza continentale con tutti quei paesi extra Ue – dalla Gran Bretagna alla Norvegia, dal Canada a Giappone e Australia – interessati a rifondare un Occidente veramente libero e democratico. E chi meglio di Lei, signor primo ministro canadese, può attivare questo processo, sulla scorta della via indicata a Davos? L’esperienza dei “Volenterosi” può considerarsi un buon punto di partenza, ma occorre andare oltre la pur primaria questione della “difesa comune”, perché urge affrontare, per esempio, la situazione dell’economia. Forse alla folle guerra commerciale aperta da Trump con la girandola dei dazi si è messo in qualche modo rimedio, o quantomeno se ne sono ridotti gli effetti. Ma restano – come è emerso nella War Room di mercoledì 28 gennaio (qui il link) – almeno due questioni decisive e urgenti. La prima è la riforma, da affrontare con molto pragmatismo, degli organismi e delle regole che presiedono al commercio mondiale. Mettere mano al WTO senza (o addirittura avendo contro) gli Stati Uniti è cosa assai complicata, ma l’Europa, forte dell’accordo di libero scambio con l’India appena siglato e di quello del Mercosur se finalmente saranno rimossi i cavalli di frisia di certo lobbysmo sovranista, può porre il tema sul tavolo e gestirlo con interlocutori come Carney, Starmer e la prima ministra del Giappone Sanae Takaichi.

La seconda questione è relativa alla dimensione del debito pubblico americano, che ha superato i 38 mila miliardi di dollari (pari al 124% del pil) e che secondo le previsioni del Fondo Monetario continuerà a salire. L’ormai prossimo ex presidente della Federal Reserve (il 15 maggio sarà sostituto dall’economista repubblicano Kevin Warsh, appena scelto dalla Casa Bianca) il tanto capace quanto vergognosamente vituperato (da Trump) Jerome Powell, ha detto con franchezza che “la traiettoria del debito americano è senza dubbio insostenibile”, anche perché, come ci ha spiegato Corrado Passera nella War Room già citata, sui mercati è largamente diffusa la convinzione che il Tesoro americano, se vorrà vedersi sottoscritte le prossime emissioni di bond, che solo nel 2026 supereranno i 12 trilioni di dollari, tra titoli nuovi e rinnovo di quelli in scadenza. Ora, oltre un quarto di questa gigantesca montagna di debito è in mani straniere, con l’Europa in prima fila (e la Cina in seconda). In molti si domandano se questa quota di debito Usa non sia la vera arma da scagliare contro dazi e intimidazioni trumpiane, anche solo minacciando di non sottoscrivere le nuove emissioni di treasury bond. Pensate: lo stile e la competenza di Draghi e Carney contro l’arroganza grottesca di Trump e le mire imperiali di Putin, la geopolitica che si prende la rivincita sull’egopolitica.

Caro Draghi, caro Carney, mi auguro che non risulti arroganza la mia arrembante sollecitazione: parlatevi, se già non l’avete fatto, e regalateci la speranza che possa (ri)sorgere un Occidente democratico, rispettoso del diritto internazionale e di tutti i valori politici, istituzionali, sociali e culturali di cui siamo fieramente portatori e di cui vogliamo essere strenuamente difensori. Scrivete una nuova pagina della storia dell’umanità, contribuite a definire un nuovo ordine mondiale. Ve ne saremo eternamente grati.

Con fiducia pari alla stima

Enrico Cisnetto

(e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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