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L'editoriale di TerzaRepubblica

Riforma Costituzionale, cercasi proposta del PD

IL PD RISCOPRA LA PROPRIA VOCAZIONE RIFORMISTA E NON SI ACCONTENTI DEL GIOCO DI SPECCHI MELONI-SCHLEIN

di Enrico Cisnetto - 02 dicembre 2023

In politica, come nella vita, la fortuna è un alleato fondamentale, basta saperla riconoscere. E Giorgia Meloni ultimamente è assai fortunata, ma forse poco attrezzata a sfruttare l’occasione. Per esempio, di un vantaggio è pienamente consapevole – avere un’opposizione non solo incapace di proporre alternative, ma ottusamente intignata a considerarla illegittima sul piano democratico – anche se temo ignori l’altra faccia della medaglia di questa opportunità: alla lunga stare al comando senza un’opposizione capace di incalzarti induce più alla gestione del potere che al buongoverno. Di un’altra fortuna, oggi allo stato nascente, la presidente del Consiglio pare invece totalmente inconsapevole, tanto da temerla anziché auspicarla e favorirla. Parlo della (folle) idea di Gianni Alemanno – un talento della politica rimasto vittima del suo passato – di costruire, con un gruppetto di nostalgici ma anche con un comunista à la carte come Marco Rizzo, un soggetto politico alla destra di Fratelli d’Italia. “Indipendenza”, questo il nome, si candiderebbe a raccogliere tutte le pulsioni anti-sistema e negazioniste: filo Putin, nemici degli Stati Uniti, a favore dell’uscita dell’Italia da Ue e euro, anti Israele e antisemita (ma non è lo stesso Alemanno che da sindaco di Roma flirtava con la comunità israelita e in particolare con il presidente Riccardo Pacifici?). Ora, è evidente che il primo degli intendimenti dei fondatori del nuovo partito sia attrarre coloro che considerano un tradimento la posizione saldamente atlantista e moderatamente dialogante con l’Europa di Meloni. Ed è possibile che una parte, forse anche una buona parte dei vecchi missini, specie quelli che non hanno avuto vantaggi dalla presa di palazzo Chigi, guardi con favore a questa iniziativa. Ma per la presidente del Consiglio perdere quei consensi – fosse anche qualche punto percentuale – non sarebbe una iattura, anzi. Perchè quel travaso di voti certificherebbe più di ogni altra cosa il suo traghettamento verso una posizione più centrale nello schieramento politico e le permetterebbe di guadagnare il (prezioso) consenso dei moderati. E le consentirebbe di acquisire la patente che le serve per provare a portare il gruppo dei conservatori europei dentro la rinnovata alleanza tra popolari e socialisti che verrà sancita dalle prossime elezioni per il parlamento di Bruxelles. Naturalmente, sempre che queste siano le (vere) ambizioni della leader di Fratelli d’Italia.

Stesso discorso vale, in modo speculare, per Elly Schlein. Il Pd ha bisogno più che mai di riscoprire la sua vocazione riformista e di governo, ma invece è ancora affetto dalla sindrome del “nessuno alla mia sinistra” e preda dell’idea che il movimento 5stelle sia di sinistra e che i Democrat possiedano il vaccino per neutralizzarne il populismo (come se fosse una malattia e non l’unico codice genetico del dna dei grillini). Così da un lato il vero leader appare Maurizio Landini, portatore di vecchi riflessi condizionati e parole d’ordine d’antan, e dall’altro si lascia largo spazio all’azzeccagarbuglismo di Giuseppe Conte, politicamente vuoto come un invaso in tempi di siccità. Ci sono tanti esempi, specie sulle questioni economiche, di questa quotidiana deriva piddina al populismo landinian-contiano, simboleggiata dal ritorno al ricorso alle manifestazioni di piazza come surrogato di una linea politica che non c’è. Ma tra i tanti esempi, quello più clamoroso è l’atteggiamento assunto sulla proposta del governo di riforma costituzionale, il cosiddetto premierato. 

Ora, i lettori di questa newsletter sanno che ho espresso critiche e riserve, di merito e di metodo, a questo progetto che maldestramente è stato lanciato, salvo già dire che può e deve essere modificato. Ma non mi sono mai sognato di attribuirgli un carattere eversivo che non ha. Né tantomeno di alzare il vessillo dell’assoluta intangibilità della Carta costituzionale. Invece da sinistra si sono levate grida di allarme, preconcette e pretestuose, che certo non fanno un buon servizio né al Pd – perché la pura difesa dell’esistente è perdente – né al Paese, che invece ha assolutamente bisogno di rivedere la propria architettura istituzionale e di riscrivere le regole del gioco.

Peccato che l’unico ad accorgersi di questa sgrammaticatura politica, e segnalarla pubblicamente, sia stato Dario Franceschini (che come grande elettore decisivo nella nomina della Schlein, dovrebbe prima di tutto recitare il mea culpa). Peraltro, commettendo un errore, perché il tema non è “non dire solo dei no”, ma disporre di una proposta alternativa, originale e autonoma. Pensate quale impatto avrebbe avuto, e avrebbe, un Pd che smettesse di gridare al ritorno del fascismo e dicesse “sì, di una riforma costituzionale c’è bisogno, e va realizzata non in Parlamento ma all’interno di una nuova Assemblea Costituente”. E poi aggiungesse, facendo proprio il suggerimento della componente riformista che nei giorni scorsi Stefano Ceccanti e altri hanno convocato in un convegno a Orvieto: “siamo per il cancellierato alla tedesca e una legge elettorale proporzionale che assicura la semplificazione con lo sbarramento al 5% e non con il distorsivo premio di maggioranza, e concede alle minoranze il diritto di tribuna. Inoltre, il modello tedesco prevede il superamento del bicameralismo perfetto in direzione di un bicameralismo differenziato. Ha una legge sui partiti degna di questo nome, con disciplina pubblica della loro democrazia interna e il finanziamento pubblico. Infine con la sfiducia costruttiva si assicura la governabilità e la stabilità senza uscire dalla forma di governo parlamentare, come farebbe il criptopresidenzialismo previsto dal premierato”. E ancora: “siamo contro l’autonomia non perché la propone la Lega, ma perché crediamo che l’esperienza del decentramento fin qui sperimentata si sia rivelata un fallimento e vogliamo una semplificazione cancellando le Regioni, e il conseguente ritorno della sanità in capo allo Stato, introducendo le macro-Province e mettendo la soglia minima di 5 mila abitanti per i Comuni, che o si accorpano o vengono soppressi”.

Sono idee di sinistra, queste? Sì, nella misura in cui anestetizzano il populismo e il sovranismo dilaganti. No, se si è convinti che per esserlo occorre continuare a recitare il mantra della Costituzione più bella del mondo partorita dalla Resistenza. Ci vuole coraggio per farle proprie e lanciarle come nuovo programma politico? Sì, se ci si continua ad illudere che l’attuale 19% dei consensi (su una platea sempre più ristretta di votanti) sia sufficiente per riconquistare palazzo Chigi. No, se ci si rende conto che per tornare al governo occorre offrire agli italiani una prospettiva di vero cambiamento, e non le vecchie (e ormai bruciate) narrazioni. Il Paese rifugge dagli avventurismi, ma è stanco di dividersi su logori feticci. E sono sicuro che riserverebbe un grande apprezzamento ad una forza riformista che invece di arroccarsi sui no a prescindere e in una postura di allarmismo costituzionale nella campagna referendaria che seguirà la riforma varata dal parlamento, sfidi sia Meloni-Salvini (magari portando Forza Italia dalla propria parte) sia Conte e la sinistra radicale, sul terreno del cambiamento della Costituzione, proponendo un modello semplice e già sperimentato in Europa da decidersi in un’appropriata sede costituente.

Ma davvero i tanti che formano la classe dirigente del Pd, abituati a governare negli enti locali e negli organismi dello Stato e non solo a fare politica con i tweet e vellicando gli umori della piazza, pensano che si possa affrontare la complessità di una fase storica in cui il vecchio ordine mondiale baricentrato sull’Occidente libero e democratico, è messo in discussione da guerre che stringono l’Europa da nord e dal Mediterraneo in una morsa che può rivelarsi esiziale, e da una ridefinizione degli assetti economico-finanziari a favore di Cina, India e paesi terzi, rispolverando “bella ciao”, le bandiere rosse e gli scioperi generali contro il governo? È davvero con le pulsioni identitarie e l’antico “il complesso dei migliori”, secondo una definizione di Luca Ricolfi di molti anni fa, che si affronta la sfida della modernità ai tempi della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale? Che lo credano Schlein e Landini non mi stupisce e poco mi interessa, che ma che i tanti riformisti di cui è sempre stata ricca la sinistra consentano che lo si creda per il loro vile silenzio, questo è davvero inaccettabile.

La politica italiana malata, avviluppata per anni in un bipolarismo malato che è degenerato in bipopulismo, non guarirà certo grazie a quel gioco di specchi in cui alle torsioni decisioniste di Meloni corrisponde la riscoperta “girotondina” della piazza da parte di Schlein. Diverso, invece, sarebbe se la mutazione politica della presidente del Consiglio fosse tale da convincere lei stessa, in primis, e poi Bruxelles e le principali cancellerie continentali, che il suo futuro è definitivamente distinto e distante dal suo passato, fino al punto da entrare in una combinazione di governo della Commissione Ue dopo le europee. E se la segretaria del Pd abbandonasse il “campo largo”, inevitabilmente massimalista e populista, per fare una sinistra modernamente socialdemocratica. Succederà tutto questo nel 2024? 1 2 X.

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