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L'editoriale di TerzaRepubblica

Draghi torna in Europa. Meloni da che parte sta?

DRAGHI IN EUROPA SIGNIFICA ACCELERARE L’INTEGRAZIONE. MELONI DEVE DECIDERE DA CHE PARTE STARE

di Enrico Cisnetto - 30 settembre 2023

A Bruxelles l’interlocutore italiano è Mario Draghi e i nemici sono i sovranisti di ogni risma. A Roma gli interlocutori europei – nel senso geografico del termine – sono Viktor Orbán (Meloni) e Marine Le Pen (Salvini) e il nemico è il commissario Ue Paolo Gentiloni. Una stridente asimmetria, resa evidente dal fatto che nel giro di poche ore l’ex presidente della Bce è stato ingaggiato da Ursula von der Leyen per definire la strategia per difendere la competitività continentale, la presidente del Consiglio è corsa a Budapest a rimarcare la vicinanza al premier ungherese e la leader della destra francese si appresta a calcare il palco dell’annuale kermesse di Pontida, cosa che persino tra molti leghisti è considerata sacrilega.

Ecco, basterebbe osservare anche solo questi fatti – trascurando le tante altre circostanze di attrito Roma-Bruxelles e di perdita di credibilità italiana in sede comunitaria – per rendersi conto in quali condizioni ci presentiamo agli appuntamenti decisivi che ci attendono: dalla riedizione del Patto di stabilità alla negoziazione sull’italica manovra di bilancio, dalle rate del Pnrr al varo del Mes fino alle politiche di accoglienza dei migranti. Il nostro stare in Europa è un ibrido, né esplicitamente oppositivo – ma solo perché non ce lo possiamo permettere – né sinceramente partecipativo. Stiamo dentro la Comunità per mancanza di alternative e non per convinzione, e questo toglie ogni credibilità a qualunque delle osservazioni critiche che avanziamo (o, peggio, che il nostro atteggiamento sottende), a prescindere che siano giuste o sbagliate. Siamo animati da uno spirito nazionalista retorico e retrò, consideriamo l’Europa matrigna e tirchia, gretta e invasiva (talvolta dicendolo esplicitamente), ma poi pretendiamo che si disponga a venirci incontro e a risolvere i nostri problemi, e la definiamo inadempiente se, a nostro insindacabile giudizio, riteniamo disattese le nostre aspettative.

È vero, non poche delle preoccupazioni che hanno accompagnato l’arrivo di Meloni e dei suoi a palazzo Chigi si sono, almeno parzialmente, ridimensionate. Merito soprattutto della prudente manovra finanziaria dell’anno scorso e del diuturno lavoro del ministro Fitto sul fronte Pnrr, atteggiamenti molto apprezzati in sede comunitaria e che hanno indotto i mercati a rinunciare, almeno fin qui, a incursioni speculative sui titoli del più grande (ed esposto) debito pubblico d’Europa, stile 2011. Erano timori riguardanti non tanto il tratto identitario post-fascista del partito di maggioranza relativa – diversamente da come la narrazione della sinistra e di molti media italiani ha cercato di far credere – quanto l’armamentario politico-ideologico di stampo nazionalista e populista di cui la maggioranza uscita vincitrice dalle elezioni di settembre scorso era (ed è) dotata. Cui si aggiungevano i turbamenti per la possibile deriva filo-putiniana che a Roma avrebbe potuto prevalere nel pieno della guerra scatenata da Mosca in Ucraina, con conseguente dissoluzione della salda posizione filo-atlantica assicurata da Draghi in precedenza. Meloni ha dissolto queste ultime preoccupazioni – obiettivamente le più gravi – mettendo in riga Salvini e Berlusconi e le loro esternazioni a cavallo tra il pacifismo peloso del primo e le strizzate d’occhio allo zar moscovita del secondo. Mentre ha in buona misura dissolto l’effetto rassicurante che lo scambio di sorrisi tra leader al femminile con la presidente della Commissione Ue aveva diffuso, commettendo alcuni errori tattici (il “ricatto” sul Mes per avere in cambio regole contabili più friendly su deficit e debito; la polemica inutile sulla modifica di alcuni progetti inseriti nel Pnrr; l’incomprensibile e infondato attacco a Gentiloni), rispolverando parole d’ordine sovraniste inascoltabili a Bruxelles e, infine, lanciandosi in un’improbabile operazione politica – già fin d’ora fallita – che immaginava di poter creare nella prossima legislatura europea una nuova maggioranza, inducendo i popolari a mollare i socialisti e rompere la cosiddetta “alleanza Ursula” a favore di spostamento a destra con i Conservatori di cui Meloni stessa è leader.

Insomma, una situazione in chiaro-scuro con una progressiva tendenza al prevalere, negli ultimi tempi, delle tinte fosche. Ma che si voglia vedere la parte piena o quella vuota del bicchiere poco importa, perché adesso il quadro è in fase di rapido cambiamento. Dal lato italiano, sia per la difficoltà di tenere a lungo sopite le pulsioni sovraniste che abbondano nel recinto del centro-destra, sia per la competizione scatenata in chiave nazional-populista da Matteo Salvini nei confronti di Giorgia Meloni e per la spartizione delle spoglie di Forza Italia dopo la dipartita di Silvio Berlusconi, in vista proprio delle elezioni europee di giugno 2024. Come dimostra la forzatura del capo della Lega: la consacrazione dell’asse strategico con la destra francese costringe Meloni ad una replica – pena una bruciante sconfitta politica che il tacere le procurerebbe – che le farà misurare quanto sia corta la coperta di una situazione in cui lascia fuori o la testa identitaria, a tutto danno del suo ossessionato desiderio di rimanere radicata alle origini, o i piedi faticosamente piantati nel realismo e nel pragmatismo, che razionalmente sa siano l’unica via percorribile per restare a lungo a palazzo Chigi.

E il quadro è destinato a cambiare anche dal lato europeo, sia per la partita che si è già cominciato a giocare per definire gli equilibri politici e gli assetti di vertice comunitari nella prossima legislatura, e sia per il venire al pettine dei tanti nodi che il processo d’integrazione dell’Unione, anche perché sollecitato dai grandi sconvolgimenti geopolitici mondiali in atto, deve necessariamente sciogliere. La dimostrazione è il ritorno sulla scena di Draghi. Per un verso egli rappresenta il sigillo sulla riproposizione della “grande coalizione” che governa l’Europa, e che ha come obiettivo la sconfitta delle destre e in generale delle posizioni sovraniste sia a Bruxelles che nei parlamenti e nelle cancellerie dei singoli paesi europei. Che poi serva alla riconferma di von der Leyen o di altra scelta – magari la nomina dello stesso Draghi a capo della Commissione – poco importa. Ciò che conta, ai fini di immaginare le conseguenze italiane derivanti dagli assetti comunitari, è che Meloni dovrà scegliere tra continuare a stare all’opposizione per tenere ancorato Salvini e soddisfare le pulsioni identitarie dei suoi, o aderire all’alleanza Ursula, pagando però tutti i conti (salati) che le saranno presentati e creando uno iato probabilmente non più colmabile all’interno della sua maggioranza. E per un altro verso, l’ingaggio di Draghi certifica che il futuro profilo istituzionale dell’Unione Europea è destinato a subire un profondo cambiamento. Lo ha detto lui stesso in suo recente discorso sullo stato di salute dell’Europa, e lo ha autorevolmente riassunto l’Economist scrivendo che servono “nuove regole e più sovranità condivisa” tenendo conto che “le strategie che nel passato hanno assicurato prosperità e sicurezza all’Europa, affidandosi agli Stati Uniti per la sicurezza, alla Cina per l’export e alla Russia per l’energia, sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili”, e che dunque “tornare passivamente alle vecchie regole sospese durante la pandemia sarebbe il risultato peggiore possibile”.

Si dirà: ma è ciò che chiede il governo di Roma. Può sembrare, ma non è proprio così. Il tentativo di scambio Mes-Patto di stabilità è fallito – ma era chiaro che Bruxelles non si sarebbe fatta ricattare dal Paese più indebitato e più inadempiente della Comunità – e anzi all’Ecofin riunito a Santiago di Compostela al ministro Giorgetti è stato dato un ultimatum, una settimana di tempo per annunciare ufficialmente la ratifica del Mes, la cui eventuale mancanza sarà considerata un esplicito atto di guerra nei confronti dell’Unione. Tutto questo rende di per sé poco credibili le richieste avanzate sul nuovo “Patto di stabilità e crescita”. È vero che c’è in atto un duro confronto tra paesi che vogliono riattivare le vecchie regole, o addirittura inasprirle, e chi invece, come la Francia, è propenso a riscriverle tenendo in egual misura conto della crescita rispetto alla stabilità finanziaria. Ma entrambi questi schieramenti si saldano in un corale pollice verso nei confronti dell’Italia, che rischia l’isolamento totale. A maggior ragione dopo il provvedimento sui profitti delle banche, che la Bce ha criticato apertamente e che a Bruxelles come in tutte le cancellerie europee è stato silenziosamente maldigerito. A questo si aggiungano l’attacco a Gentiloni, le mosse di Salvini – ultima la messa in discussione da parte della Lega della linea diplomatica di Meloni-Von der Leyen sulla questione migranti scatenata dopo gli ultimi massicci arrivi dalla Tunisia – e più in generale l’atteggiamento irrisolto di Meloni, che continua a oscillare tra coltivare la sua aspirazione di diventare statista europea e dar retta alle ancestrali pulsioni sovraniste, ed ecco che il quadro di una potenziale rottura è completo. La corda non si è ancora spezzata, ma ora solo una precisa volontà di Meloni, espressa pubblicamente, può evitare il peggio. E la narrazione del “grande complotto” dei poteri forti internazionali con cui la presidente del Consiglio e il suo partito si sono fatti scudo negli ultimi giorni per giustificare l’impasse del governo, non promette nulla di buono.

Come ha detto con chiarezza Draghi, la politica monetaria non può più essere l’unico strumento comunitario di governo dei grandi processi economici – al di là di come si vogliano giudicare le scelte della Bce in tema di tassi – e se si vogliono affrontare temi epocali come il ritorno dell’inflazione, la rivoluzione tecnologica, la transizione ambientale, la competizione con la Cina, il potenziamento dei sistemi militari di difesa e di cyber sicurezza che sarà ineludibile qualunque dovesse essere l’esito della guerra in Ucraina, occorrono un ministro del Tesoro Ue che gestisca un bilancio comunitario (vedi la proposta di Giorgio La Malfa sul QN di venerdì 15 settembre). Ed è chiaro che anche il nuovo Patto di stabilità e crescita va reso funzionale all’obiettivo del processo di integrazione.

Anche in vista delle elezioni europee del prossimo anno, e sotto la pressione dei rivolgimenti geopolitici in corso nel mondo, in Europa si sta aprendo una stagione di grandi cambiamenti. L’Italia, nell’interesse suo e dell’Europa stessa, ne deve essere protagonista. La scelta è chiara: occorre decidere se stare, senza se e senza ma, dalla parte dell’integrazione, oppure se militare per la paralisi dell’Europa, che in questo contesto significa la dissoluzione. Meloni e il suo governo saranno giudicati soprattutto su questo.

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