ultimora
Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

È il momento del "Partito che non c'è"

LA CRISI INCROCIATA DI CONTE, PD-M5S E DESTRA-CENTRO SPALANCA LE PORTE AL “PARTITO CHE NON C’È”

06 giugno 2020

Mentre si susseguono gli appelli, istituzionali e non, ad una sorta di riconciliazione nazionale, e dunque ad una non (ancora) ben identificata collaborazione tra maggioranza e opposizioni, il presidente del Consiglio se n’è uscito con l’idea di convocare gli “stati generali” del Paese, che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare la messa in pratica di quell’auspicio. Per chi, come me, predica da decenni (sic!) la necessità di metter fine ad una assurda guerra ideologica senza neppure il conforto delle ideologie – ieri il bipolarismo armato del berlusconismo e anti-berlusconismo, oggi la contrapposizione tra il populismo e il sovranismo salviniano e i suoi nemici – questo scenario sembrerebbe essere di conforto. Ma così non è. Per due fondamentali ordini di motivi.

Partiamo dalla proposta di Conte. Sarebbe assai utile mettere intorno ad un tavolo le forze migliori del Paese, se solo ci fosse un governo in grado di presentare loro un piano, un progetto. Anzi, andando ancora a monte, le parole di Conte suonano stridule alle mie orecchie per il semplice motivo che in un paese normale dotato di un sistema politico minimamente decente, è proprio sui progetti di questo respiro che dovrebbero distinguersi e confrontarsi i partiti, e di conseguenza formare le maggioranze di governo. Qui, invece, non solo nessuno ha un’idea sparata in testa di come vada progettata e gestita l’Italia – a meno che non si considerino tali banali parole d’ordine elettorali e slogan mediatici, quando non dei vaffa urlati per soffiare sul fuoco della rabbia e dell’invidia sociale – ma quando finalmente si capisce che un progetto ce lo devi avere se vuoi tentare di rimettere in piedi la baracca dopo lo tsunami della pandemia (ma soprattutto della sua gestione), l’unica cosa che si riesce a dire, come ha fatto Conte l’altra sera nella solita tiritera televisiva, è far presente che è necessario convocare gli stati generali dell’economia. Senza aggiungere una parola né sul metodo, salvo il riferimento un po’ patetico alle “menti brillanti” da ascoltare, né sul merito, se si eccettua una sfilza di generiche buone intenzioni. E senza spiegare, infine, che rapporto ci sarà tra gli stati generali e il compito affidato alla task force presieduta da Colao, che peraltro il presidente del Consiglio ha cercato in tutti i modi affossare, prima tentando di farla abortire e poi marginalizzandola e minimizzandone il lavoro.

Insomma, il governo arriva a questo confronto con le parti sociali e non si sa bene con chi altro, a mani nude, e l’impressione netta è che si tratti di una trovata utile per alzare un po’ di cortina fumogena e guadagnare tempo, in un momento in cui le fibrillazioni nella maggioranza, specie lato Pd (si vedano le uscite di Zingaretti e Franceschini), si infittiscono al punto tale da far immaginare una crisi di governo. Cosa che non accadrà prima dell’estate, cioè fino a quando le conseguenze socio-economiche generate dalla gestione dell’emergenza sanitaria e dalla stentorea reazione messa fin qui in campo – fatta di roboanti annunci e di impalpabili concretezze – non saranno evidenti in tutta la loro drammaticità. Spero ardentemente di sbagliare, ma mi pare difficile che in un quadro di questo genere si possa produrre qualcosa di diverso da dei cahiers des doléances alla maniera di Luigi XVI, inutili in sé e dannosi per il tempo che avranno fatto perdere.

Allora, si potrebbe almeno sperare che dia qualche frutto la politica di distensione verso le opposizioni? Auspicare non costa, ma suggerisco di non farsi nessuna illusione. E non tanto perchè non è interesse di Conte creare condizioni politiche che sarebbero il presupposto per un governo di salvezza nazionale di cui, con tutta evidenza, l’avvocato del popolo autopromossosi statista non potrebbe essere la guida. No, in questo caso il problema sono le opposizioni, cioè il destra-centro a trazione Salvini-Meloni. Ha ragione Letizia Moratti, che in un’intervista ha detto di non riconoscersi in questo centro-destra, mentre ne vorrebbe uno liberale ed europeista che modernizzi il Paese. Ma il problema non sono solo la Lega e Fratelli d’Italia, partiti dai quali sarebbe impossibile aspettarsi qualcosa di diverso dal populismo e dal nazionalismo se non anti almeno a-europeista. No, il problema è soprattutto la perdita di ruolo di Forza Italia, che ormai da troppo tempo vive senza reagire lo spegnersi della leadership di Berlusconi e la sudditanza politica verso Salvini. Non bastano le uscite sui giornali del Cavaliere, pur apprezzabili, che predica “concordia per risollevarci tutti insieme”, che dialoga con l’Europa e che apre a Conte dichiarandosi disponibile al dialogo con il governo, quando poi Forza Italia non ha il coraggio di sottrarsi a manifestazioni come quella del 2 giugno a Roma, che certo non sono il modo migliore per rappresentare un raggruppamento politico moderato e dotato di buona cultura di governo.

Cosa resa ancor più grave da tre circostanze non casualmente concomitanti. La prima è che il destra-centro, per effetto del Covid, ha perso la sua spinta e soprattutto ha visto svanire il ruolo egemonico di Salvini, solo parzialmente compensato dalla crescita, nelle aspettative elettorali e nel posizionamento mediatico, della Meloni. La seconda è che questo appannamento di Salvini mette alle corde l’alleanza Pd-5stelle molto più di quanto non lo faccia la convivenza nel governo, essendo la risposta alla richiesta salviniana dei “pieni poteri” il principale, se non unico, motivo di esistenza del Conte2. Cosa, questa, che richiederebbe la presenza di un soggetto “centrale” nello schieramento politico capace di fare da sponda al Pd nel mentre comincia a rigettare con crescente intensità le tossine grilline e a mettere in discussione la ubriacatura da Dpcm e la sovraesposizione mediatica dello stesso presidente del Consiglio. La terza circostanza che rende grave l’aver consentito che il centro-destra rovesciasse il suo asse e si trasformasse in destra-centro, creando il vuoto pneumatico al centro dello schieramento politico nazionale, è l’emergere di una nuova piazza estremista, quella dei gilet arancioni, che sarebbe un errore derubricare a momenti estemporanei e folcloristici. Non perchè non lo siano, beceri e passeggeri, ma perchè quelle piazze sono comunque il segnale che nella società la reazione populista ai problemi, tanto più ora che si stanno ingigantendo, non regredisce con l’appannarsi di Salvini e le ripetute débâcle elettorali dei 5stelle, e richiede ora più che mai risposte di governo forti e convincenti.

Tutto questo, come spiega Giovanni Orsina, da un lato rende scalabile la guida della coalizione oggi all’opposizione, destabilizzandola, e dall’altro pone il problema della sua identità politica, fino al punto da metterne in discussione la logica stessa della sua esistenza. Ma né Berlusconi né alcun altro mostra di saper approfittare di questo appannamento non tanto per ritrasformare il destra-centro in centro-destra, quanto per ridare a quei milioni di cittadini, i cosiddetti moderati, che non si sono fatti attrarre dalle sirene populiste e sovraniste, o che comunque in questa fase così difficile capiscono che non è il momento né delle ambiguità nei rapporti con l’Europa, nostra unica ancora di salvezza, né di astenersi di fronte alla chiamata a concorrere alla salvezza del Paese che sta precipitando nella crisi più grave della sua storia unitaria dopo quelle provocate dalle due guerre mondiali. Cosa che in questo Parlamento si tradurrebbe nella possibilità che Forza Italia entrasse in una combinazione di governo, e soprattutto che in caso di elezioni anticipate consentirebbe di avere una alternativa che non sia quella – penosa assai – di dover scegliere se confermare l’alleanza tra Pd e 5stelle o dare il Paese in mano al destra-centro.

Insomma, torna d’attualità un mio vecchio cavallo di battaglia: il “partito che non c’è”. Del quale mai come ora ci sarebbe bisogno, e per il quale mai come ora c’è una prateria di consenso potenziale da poter conquistare. Prima che, come è già successo nel 2018, rabbia, frustrazione e disillusione si trasformino nel combinato disposto tra astensionismo da depressione e voto di protesta dato a chi urla di più, occorre approfittare della diffusa preoccupazione degli italiani di avere una mano ferma, ragionevole e competente che li aiuti ad attraversare il deserto di questa crisi spaventosa, certo facendo pagare loro il minor prezzo possibile ma anche gli risparmi il piffero delle illusioni e la presa per i fondelli. Ma per essere davvero quello che manca nella politica italiana, il “partito che non c’è” non può nascere dalle viscere di questo sistema politico malato, né essere l’occasione di un riciclo di chi ha già dato ampia dimostrazione di non essere conseguente tra quello che dice e quello che fa, né infine può essere l’ennesima versione di un partito personale che nasce intorno alla figura di chi, per un motivo o per l’altro, ha notorietà e soldi da spendere.

No, il “partito che non c’è” deve nascere nella società e nei corpi intermedi che la animano, deve riferirsi ad una cultura politica consolidata in Europa e deve essere capace di far convivere laici e cattolici non perchè cerca impossibili mediazioni ma perchè considera i temi relativi a quella distinzione come questioni di coscienza personale che attengono ad una sfera diversa da quella politica. Ci sono tante intelligenze, tante esperienze e tante competenze che il Covid, le coercizioni del lockdown e la preoccupazione che le libertà e il benessere fin qui assicurate dal mondo occidentale possano venir meno, hanno costretto ad uscire dal guscio del proprio individualismo e porsi il tema del “che fare”. Il lavoro fatto con la mia War Room e la community che intorno ad essa si è creata sono una piccola ma significativa dimostrazione di questo fermento. Ora o mai più, è venuto il momento di innescare questo processo.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.