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L'editoriale di TerzaRepubblica

In memoria di Massimo Bordin

LA MORTE DI MASSIMO BORDIN E IL CASO RADIO RADICALE SIANO LA MOLLA PER L'ITALIA DELLA DEMOCRAZIA E DELLA LIBERTÀ

19 aprile 2019

Sono state spese molte parole, quasi tutte eccellenti, per onorare la memoria di Massimo Bordin, storico direttore di Radio Radicale. Le qualità umane, il valore professionale di un giornalista che ha saputo inventare un genere, il “giornale dei giornali” – con lui Stampa&Regime non era una banale rassegna stampa, ma un modo di costruire un giornale parlato attraverso il collage ragionato e critico della carta stampata quotidiana – la dimensione intellettuale, la profondità culturale, l’impegno civile, il culto e la rappresentazione della Politica nella sua espressione massima. Di lui – amico personale e intensamente partecipe delle nostre attività – ci piace ricordare la cifra con solo qualche semplice parola: profondità, complessità, arguzia, disincanto, anticonformismo, antiretorica, rispetto. Non andiamo oltre, se mai Massimo ci osservasse sarebbe più che imbarazzato dalla quantità di elogi – pur pienamente giustificati – da cui in queste ore è stato ricoperto. E, francamente, vorremmo evitare di accodarci ai (troppi) “commemorialisti” ad uso microfoni e flash che purtroppo abbiamo visto esibirsi alle sue partecipatissime esequie laiche. Invece, preferiamo dedicare questa edizione pasquale di TerzaRepubblica a due considerazioni di carattere politico che la morte di Bordin ci induce a fare.

La prima riguarda Radio Radicale e il tentativo di silenziarla che una banda non solo di stolti ma anche e soprattutto di “ademocratici” – dar loro la patente di antidemocratici significherebbe gratificarli di un qualche pur bislacco pensiero – sta vergognosamente mettendo in opera. Gente che ha predicato la trasparenza in politica, senza neppure sapere cosa significhi, per far fuori “quelli di prima”, ma a cui da fastidio, ora che ha raggiunto il (presunto) potere e crede di essere entrata nella “stanza dei bottoni” di nenniana memoria, che si ascolti senza filtri la vacuità degli interventi parlamentari, che si venga a conoscenza di leggi uscite dal Consiglio dei ministri “salvo intese”, buone solo per la propaganda, che si capisca che ci sono ministri e sottosegretari privi della benché minima conoscenza della Costituzione e delle regole della vita democratica. L’obiettivo, nel penalizzare Radio Radicale, è quello, da un lato, di vendere al mercato del consenso il messaggio populista che si fa spending review risparmiando i soldi dei contribuenti, e dall’altro, di soffocare una voce che, in quanto libera e per di più anticonformista, non è disposta ai compromessi con il potere di turno.

Francamente, crediamo che tra questo “omicidio democratico” e la morte di Bordin ci sia un nesso preciso, anzi doppio: da una parte, Massimo ha voluto sottrarsi alla vista dello scempio, risparmiandosi la chiusura per mancanza di fondi della “sua” radio; dall’altra, ha inteso lanciare un ultimo disperato appello alla coscienza democratica – residua? – del Paese perché reagisca al becerismo oscurantista. Conoscendolo, pensiamo di sapere che non si sarebbe mai aspettato che la sua scomparsa potesse sollevare la straordinaria ondata emotiva che invece ha generato, ma certo Massimo non era uomo che facesse calcoli o che si spaventasse di una condizione minoritaria, nella quale peraltro ha vissuto con grande fierezza tutta la vita.

E tuttavia, visto che la reazione c’è stata – e che reazione! – sia alla sua morte che a quella annunciata di Radio Radicale, ora è venuto il momento di coniugare l’emozione con la reazione. La prima reazione ce l’aspettiamo dal Parlamento, che in sussulto di orgoglio deve opporsi alla decisione che i 5stelle – e probabilmente neppure tutti – vogliono imporre, sapendo che, ove passasse in via definitiva, determinerebbe la chiusura di radio Radicale prima della fine di maggio. Siamo convinti che sulla proposta di rinnovare la convenzione attraverso la quale lo Stato assicura ai cittadini la fruizione del servizio pubblico che la radio creata da Marco Pannella da molti dei suoi 43 anni di vita ha garantito, alla Camera e al Senato si potrebbe formare una maggioranza ad hoc capace di farla approvare. Non si tratta di mettere in discussione la maggioranza e tantomeno di far cadere il governo – ci sono ben altri motivi per ciò accada – ma di ridare al Parlamento la dignità che dovrebbe essergli propria. È troppo ardito, o ingenuo, sperarlo?

Ma a reagire dovrebbe essere anche la società civile. Per esempio, perché la Confindustria – che attraverso il Sole 24 Ore possiede una radio che tra le tante cose apprezzabili e utili che trasmette ogni sera ammorba gli sventurati ascoltatori che fossero educati e privi di perversioni con indecenze di cui la gran parte degli stessi imprenditori iscritti alla confederazione che dovrebbe rappresentare i loro interessi si vergognano profondamente – non si fa carico del problema, lanciando una sottoscrizione tra i suoi aderenti e le sue strutture di territorio e di categoria per sostenere Radio Radicale? Per farlo ci possono essere molti modi. Uno tra i tanti, per esempio, potrebbe essere quello di acquistare, ma nello stesso tempo lasciare in uso in comodato gratuito o per una cifra simbolica, il vero patrimonio – prima di tutto culturale, poi economico – di Radio Radicale, e cioè il suo straordinario archivio, forse il più vasto e completo che riguardi la vita democratica del nostro Paese. Magari mettendolo in una fondazione in cui far confluire altri archivi simili, così da organizzarne al meglio la custodia e la fruibilità. Insomma, possono essere molte le idee, se solo s’intuisce il valore per la nostra comunità e per le nostre istituzioni di uno strumento che contribuisce come pochi a tener viva la democrazia. È troppo confidare in una presa di coscienza della borghesia del fare del proprio ruolo sociale, e di un conseguente agire?

Dicevamo che c’è poi un secondo motivo di riflessione che dobbiamo alla memoria di Bordin. Alla sua commemorazione, svoltasi presso la Facoltà Valdese di Roma nel simbolico giorno della Via Crucis, c’era una grande folla. Non tutta, anzi, strettamente radicale (peraltro le famiglie che si richiamano al Partito Radicale di Pannella sono ormai molte, e pure in aspro conflitto tra loro). Una folla politicamente composita, certo. Con alle spalle storie e percorsi diversi, certo. Ma sicuramente accomunata da una medesima concezione della libertà, della democrazia, del diritto, della giustizia. Gente che con tutta probabilità, con una politica ridotta a strumento di esaltazione dell’ignoranza e dell’incompetenza, si sente orfana, non rappresentata. Non crediamo si tratti solo di una piccola minoranza di iniziati. Al contrario, pensiamo che quella folla rappresenti la punta di un grande iceberg, fatto dei tanti italiani e delle tante italiane che vorrebbero poter disporre di partiti, dotati di solide radici culturali, capaci di rappresentarli. Teoricamente ce ne vorrebbero diversi, in grado di esprimere, anche senza l’eccesso di frazionismo che spesso ha caratterizzato la politica italiana nel passato, le diverse anime che albergano nella società. Ma il meglio è nemico del bene, e la storia si fa se si è capaci di praticare l’arte del possibile nelle condizioni date. Dunque c’è un’Italia che vuole e merita almeno un partito che degnamente rappresenti lo spirito liberale, inteso nel senso più ampio, alto e pieno del termine. Che si sappia battere contro l’oscurantismo populista, lo squadrismo dell’ignoranza e le retrograde velleità sovraniste. Perché, come ha detto con straordinaria efficacia il 95enne Emanuele Macaluso nel ricordare l’amico Bordin, “saranno in molti a rimpiangerlo, escluso gli imbecilli”. Ecco, oggi gli imbecilli sono politicamente rappresentati, gli altri, quelli che rimpiangono e rimpiangeranno uomini come Bordin, no. È ora di dar loro una casa.

Ciao Massimo, speriamo che laddove sei ora ti sia risparmiato lo spettacolo dell’imbarbarimento della politica che ogni giorni hai dovuto documentare e commentare. La terra ti sia lieve.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario