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L'editoriale di TerzaRepubblica

Alle porte del baratro

ISOLAMENTO INTERNAZIONALE RECESSIONE E SPREAD SE NESSUNO DICE BASTA L’ITALIA CORRE VERSO IL BARATRO

08 febbraio 2019

Cosa deve ancora succedere? L’Italia è entrata in recessione e tutti i sensori economici fanno temere che ci rimarrà, perdendo di nuovo base produttiva dopo l’emorragia del 2008-2011 (già nel 2018 la produzione industriale è cresciuta solo dello 0,8%, il dato più basso dal 2014, in calo rispetto al +3,6% del 2017), facendo dire al Fondo Monetario che la nostra infezione rischia di produrre un contagio globale. Sul fronte dei rapporti internazionali siamo al minimo storico dell’intera storia della Repubblica, essendo riusciti nel volgere di tre giorni a isolarci dall’Occidente, europeo e atlantico, sulla questione Venezuela e a provocare la più grave crisi con la Francia dal 1940, quando l’occasione della rottura fu la seconda guerra mondiale, accentuando così il processo di marginalizzazione del nostro paese nell’Unione Europea. Di conseguenza, tra dati sul pil pessimi e gaffe planetarie dai risvolti molto concreti (per esempio, le banche francesi hanno nei portafogli oltre 100 miliardi di Btp, il 4,5% del nostro debito), lo spread è tornato verso quota 300 punti. Segno che i mercati hanno nuovamente il fucile puntato contro di noi, in attesa che tra breve le società di rating aggiornino i loro giudizi – il rischio di downgrade è altissimo – dopo che Moody’s ha già lanciato l’allarme su come le banche italiane rimpiazzeranno i prestiti a basso costo ottenuti dalla Bce (240 miliardi in scadenza a giugno 2020) ora che la politica monetaria è destinata ad essere meno accomodante non fosse altro perché Mario Draghi a novembre terminerà il suo mandato. Il tutto in un contesto politico caratterizzato da infinite e sempre più gravi fibrillazioni tra i due partiti di maggioranza e al loro interno, che hanno ormai azzerato la funzione di collante del “contratto di governo”, sostanzialmente archiviato l’esecutivo Conte e sepolto nel ridicolo la pretesa di definire questa esperienza parlamentare nientemeno che la Terza Repubblica. E con il paese, specie nella sua parte maggiormente viva e attiva, che osserva sempre più attonito e sfiduciato il precipitare del declino, rinviando i consumi (o spostandoli all’estero), sospendendo gli investimenti e tornando come un tempo a far defluire copiosi i capitali verso lidi considerati più sicuri.

 

Dunque, se questa è la fotografia dell’Italia di oggi, torniamo a ripetere la domanda: cosa diavolo deve ancora accedere perché scatti una reazione? Perché se la situazione è grave – ed è grave, anzi gravissima – a maggior ragione è grave, almeno altrettanto, che non ci sia, neppure alle viste, uno straccio di replica. Da parte di nessuno. Quando invece sono tante le reazioni che sarebbe lecito, e logico, attendersi. Prima di tutto quella delle opposizioni, o presunte tali. Invece, il Pd è dilaniato da regolamenti di conti interni e collaterali (il resto delle varie sinistre) e Forza Italia ripete penosamente gli appelli a Salvini a tornare a casa, dando di sé l’immagine del perdente che tenta disperatamente di aggrapparsi al vincitore finendo così per aiutarlo ad essere tale. Mentre tutti gli altri fronti – dal mondo cattolico a quello laico e liberaldemocratico, dai moderati ai riformisti e persino gli ambientalisti (intesi come i Verdi tedeschi) – restano desolatamente privi di rappresentanza politica. Così la scena politica resta occupata solo dalle diverse declinazioni del populismo e del sovranismo, che ricoprono contemporaneamente i ruoli di governo e di opposizione, dando l’impressione che la partita sia tutta e solo tra 5stelle e Lega e che agli italiani non serva altro. Invece si tratta di effetto ottico distorcente, perché un paese che ha sempre avuto a disposizione l’intera gamma delle famiglie politiche europee non può aver di colpo perso l’interesse verso di esse, quali che siano gli errori – e ne sono stati fatti tanti – commessi dai loro italici interpreti. Si tratta “solo” (le virgolette sono d’obbligo, perché qui non si sottovaluta la complessità dell’impegno) di ravvivarle, di dar loro nuova linfa vitale, di idee e di protagonisti. Dalla società civile erano venuti segnali incoraggianti – dai movimenti pro Tav di Torino a quelli anti Raggi di Roma passando per il fermento dei mondi imprenditoriali del Nord – ma si sono un po’ persi per strada, quasi che la rassegnazione abbia preso il sopravvento. Aspettiamo il voto del 26 maggio e poi vediamo, sembrano dire tutti quelli che sono schifati e preoccupati – e sono tanti, molti di più di quanto i media diano a vedere e i sondaggi a registrare – non rendendosi conto che se già nella scheda delle europee non compare una qualche offerta politica che consenta agli elettori di poter negare il voto agli attuali saltimbanchi senza doversi per forza rivolgere a Berlusconi e Renzi, che hanno sulla coscienza l’aver creato le condizioni dell’affermazione del populismo nazionalista, l’unica alternativa per chi voglia sfuggire ad entrambe le iatture rimarrà l’astensione (come è successo in Sardegna pochi giorni fa, quando è stato eletto un deputato con il 40% del 15% dei votanti). Considerato che l’unico che meriterebbe di essere votato – e sarebbero in tanti a farlo – e cioè Sergio Mattarella, non è sul mercato, perché per fortuna è al Quirinale, ultimo prezioso baluardo della democrazia e del rispetto delle istituzioni e della Costituzione.

 

Ma la domanda su cosa debba ancora accadere per mettere fine a questa disastrosa situazione riguarda, almeno teoricamente, anche i due dioscuri della maggioranza pentaleghista. Su Di Maio le residue speranze di chi pensava che il suo dna democristiano (nel senso “doroteo” o “gavianeo” del termine) potesse indurlo a rifiutare le estremizzazioni e a capire che se nel movimento pentastellato prevarranno le posizioni radicali lui sarà comunque spazzato via, si sono infrante di fronte al suo cedere al patto leonino che gli ha imposto Di Battista, i cui effetti si sono visti su Tav e Maduro, e al cospetto della mostruosa gaffe commessa incontrando, da vicepresidente del Consiglio, i sovversivi gilet gialli francesi. Mostrando di non conoscere l’elementare nozione che impone a chi arriva al governo di assumere all’estero comportamenti consoni alle funzioni che si esercitano, salvo pagarne le conseguenze e farle pagare al proprio paese (che si vendicherà).

 

Diverso è il discorso relativamente a Salvini. Finora il leader leghista, giocando sul lato del centro-destra per massimizzare il potere nelle regioni e negli enti locali, e sul lato 5stelle per andare al governo nazionale, ha reso redditizia la sua ambiguità politica. Una doppiezza che ha logorato sia Berlusconi, cui ha fatto fare la figura del coniuge cornuto e mazziato, sia i grillini, verso i quali gli è riuscito il giochetto di rovesciare il suo e il loro peso politico uscito dalle urne neppure un anno fa. E gli ha consentito di crescere nelle aspettative di voto. Ma fino a quando? Per lui la risposta più ovvia a questa domanda è stata e rimane: fino a quando non si libera la strada che porta a palazzo Chigi. Tuttavia, è giunto il momento per lui di fare i conti con le contraddizioni della maggioranza gialloverde, ma soprattutto con i risultati che il governo ottiene. Può pensare che la sua affabulazione sui migranti possa reggere all’infinito e compensare questioni esplosive come la recessione o l’isolamento internazionale dell’Italia? Quanto crede di poter continuare a praticare il gioco delle “compensazioni” che fin qui ha orchestrato con Di Maio sulle politiche e lasciato fare al duo Giorgetti-Buffagni sulle poltrone? Davvero pensa di non patire emorragie elettorali se in cambio del via libera a legittima difesa e autonomie regionali per il Nord, e magari il salvacondotto per il caso Diciotti, lascia passare il no alle infrastrutture, la scellerata idea della totale statalizzazione del sistema idrico, il sì a Maduro e il vaffa a Macron, Merkel, Ue e Bce? Salvini sembra non rendersene conto, ma si fa presto a varcare la sottile linea che separa i vantaggi dell’apparire diverso da Di Maio e i suoi dagli svantaggi di essere in sostanziale sintonia con loro nel dividersi i demeriti di scelte che portano il paese al disastro. Sarebbe bene che ci riflettesse sopra, a questa questione. Non possiamo certo auspicare che lo faccia attingendo alla saggezza, ma il cinismo sì. Per il bene suo, ma soprattutto nostro. 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario