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L'editoriale di TerzaRepubblica

Niente alibi sulla recessione

I FINTI ALIBI SULLA RECESSIONE NON REGGERANNO E CHI LI AGITA SARÀ SPAZZATO VIA

01 febbraio 2019

La realtà è inesorabile, ignorarla è autolesionistico. La dura realtà, ormai ufficialmente conclamata, è che Italia è di nuovo in recessione, e se fino a ieri l’errore esiziale è stato quello di averne per mesi ignorato i segnali premonitori, tanti e chiari, che l’hanno preceduta – cosa che ha impedito di bloccarla per tempo e non ha evitato sciocchezze come annunciare un boom economico alle porte (Di Maio dicit), parole in libertà che adesso rendono ben poco credibili quelle sul come uscirne proferite da chi le aveva pronunciate – oggi l’errore ancor più devastante è sminuirne la portata, ignorarne le cause e confondere la propria condizione con quella degli altri. Il cinema è già partito: da un lato si parla di “dati truccati” (Salvini dicit) e dunque si fa intendere che la decrescita è una bugia inventata dall’Istat (che non avendo ancora cambiato i vertici è nelle mani di gente al servizio di quelli di prima), mentre dall’altro si minimizza assicurando che è solo una stagnazione transitoria destinata ad esaurirsi in breve tempo, tanto che ci si lascia andare all’ottimismo (“ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019, l’Italia ha un programma di ripresa incredibile, c’è tanto entusiasmo e tanta fiducia”, Conte dicit). Ma se proprio si deve ammettere che sì, un po’ di recessione c’è, ecco che la colpa è del governo precedente, degli eurocrati di Bruxelles e Francoforte, della frenata mondiale, della guerra sui dazi tra Trump e i cinesi, dei banchieri cattivi e dei mercati speculoni, se non di qualche complotto ordito da élite globaliste che vogliono reprimere la rivoluzione sovranista che partita da Roma è destinata a conquistare l’Europa. E comunque, se siamo in recessione noi, lo sono anche gli altri, a cominciare dalla Germania (e pazienza se la realtà è che i tedeschi hanno rallentato la marcia avanti, e non che hanno innestato quella indietro). Insomma, un cocktail micidiale di stupidaggini, mistificazioni e scarsa o nulla comprensione della realtà, cui si accompagna uno scoraggiante dilettantismo reattivo, per di più imprigionato in un reticolo di vincoli e costrizioni ideologiche, per lo più figlie dell’idea che faccia più felici la decrescita della crescita.

 

La verità, invece, è che questa è soprattutto una crisi interna e del presente, non esterna e retaggio del passato. Questo non vuol dire che tra le sue cause non ci sia anche la flessione del nostro export, dovuto al rallentamento delle economie europee e dei paesi emergenti (ormai ex, come Turchia e Brasile) e alle tensioni internazionali. Così come c’è un effetto trascinamento di politiche sbagliate di governi precedenti (per la verità, più quello Renzi che Gentiloni). Ma nel primo caso, nella quota parte degli effetti esogeni va messa anche l’attuale politica europea ed estera e le sue conseguenze, cosa che ha fatto dire – giustamente – al Fondo Monetario che l’Italia rappresenta un fattore di rischio su scala globale. Ergo, è vero che tra le cause della terza recessione del decennio c’è anche – “anche”, ma non “solo” – un contesto internazionale meno favorevole di prima, ma è altrettanto vero che tra le cagioni di questo mutamento di quadro c’è l’Italia e i comportamenti scellerati del suo esecutivo nazional-populista. Quanto alle responsabilità dei governi passati, suggeriamo al trio Conte-Di Maio-Salvini di evitare di insistere nell’uso di questo alibi. Intanto perché sarebbe facile chiedere loro conto di come mai il tanto esaltato “cambiamento” di cui il governo pentaleghista si fa vanto non sia stato capace di invertire la rotta. Poi perché sarebbe ancor più facile dimostrare come in realtà esista una straordinaria continuità con la politica economica di chi li ha preceduti. Per dirne una, gli 80 euro di Renzi e il reddito di cittadinanza sono figli della medesima convinzione – sbagliata – che la domanda, e quindi la crescita, si possa innescare attraverso la distribuzione di risorse pubbliche a pioggia, e della ugualmente condivisa furbata – ancor più perniciosa – che mettere un po’ di soldi in tasca agli italiani, e fargli credere che siano molti di più, porti voti e consolidi il consenso. E infine, perché è sotto gli occhi di tutti che chi, come la sindaca capitolina Raggi, ha cercato di nascondere i propri errori e limiti dietro un ossessivo riferimento all’eredità del passato, ha ben presto esaurito il credito.

 

Occorre prendere coscienza – lo facciano gli italiani se, come sembra, il governo e le forze che lo compongono non lo vogliono o non lo sanno fare – che questa volta, al contrario delle due precedenti, la nuova fase recessiva è stata generata da una forte e generalizzata crisi di fiducia sia delle forze produttive – che faticosamente stavano scrollandosi di dosso le macerie delle rovinose decrescite precedenti ed erano ancora intente a leccarsi le ferite – sia di tutte le diverse fasce di consumatori, da quelli del ceto medio-basso e medio-alto frenati da un oggettivo impoverimento i primi e da una erosione, vera o temuta, del loro stock di risparmio i secondi, a quelli benestanti e ricchi, che presi dalla paura di essere messi all’indice e penalizzati da qualche intervento fiscalmente predatorio hanno preferito trasferire all’estero capitali e abitudini di consumo. Ad essere sinceri, hanno spaventato più le minacce e il linguaggio senza freni che gli atti concreti di governo. E questo è valso sia sul fronte dei conti pubblici e del rapporto con l’Europa, dove ha fatto più male la pantomima messa in scena con relativo rinculo che non i contenuti della manovra, e sia sul fronte delle cose da fare, dove ciò che maggiormente ha frenato gli investimenti e depresso i consumatori sono state le cose che, minacciosamente “non s’hanno da fare”, infrastrutture strategiche in testa. A ciò si aggiunga l’atteggiamento dei mercati, che hanno reagito alla confusione della politica e al dilettantismo e velleitarismo dei suoi protagonisti, deprimendo i corsi di Borsa e aggiungendo ai 100 punti strutturali dello spread che separa i nostri Btp dagli analoghi bond tedeschi, un differenziale suppletivo oscillante tra 150 e 230 punti. Cosa che ha pesato non solo sui conti pubblici, sotto forma di maggiori oneri del debito, ma anche e soprattutto sulle banche, che tornate in pesante affanno sono state costrette ad una stretta creditizia proprio nel momento in cui l’economia richiedeva di mettere benzina nel motore.

 

Ma se dunque è stato questo infetidirsi del clima del Paese che in rapida successione, prima ha fatto rallentare la già timida ripresina, poi ci ha consegnato alla stagnazione e quindi alla recessione, è evidente che l’unico modo per invertire la tendenza, cercando i circoscrivere la fase di decrescita a soli quattro trimestri – gli ultimi due del 2018, in cui il segno meno davanti alla tendenza percentuale del pil è ormai acclarato, e i primi due di quest’anno, la cui sorte appare ormai segnata, non fosse altro per quello che gli economisti chiamano “effetto di trascinamento” – per poi riavviare la ripresa. Compito non facile, anche perché nel frattempo le positive condizioni esterne a noi che non siamo stati capaci di sfruttare – congiuntura economica europea e mondiale brillante, politica monetaria accomodante – hanno cambiato verso. Ma soprattutto, il cambio di passo richiede altri equilibri politici. È inutile girarci intorno: questo governo e questa maggioranza non possono produrre le condizioni per l’uscita veloce e meno dolorosa possibile dell’Italia dalla recessione. Intanto perché ora ci consegneranno a 4 (lunghissimi) mesi di campagna elettorale in cui tutto sarà messo in stand by, non fosse altro perché i due partiti di maggioranza la affronteranno avendo la necessità di massimizzare le differenze quando non le esplicite contrapposizioni. Una dinamica già ampiamente in atto, e che tocca anche passaggi di politica estera assai delicati, come la opposta presa di posizione di 5stelle e Lega sul caso Venezuela. E poi perché dopo il 26 maggio tutto può accadere, perché nessuno ha la più pallida idea di cosa accadrà e riesce a spingere la propria tattica (figuriamoci la strategia, che non si sa nemmeno cosa sia) al di là dei giochini quotidiani.

 

Una cosa però è chiara, o almeno ci pare chiara a noi: l’arrivo del vento freddo di una nuova crisi economica, meno grave delle precedenti ma forse ancor più deprimente, gelerà gli entusiasmi di quegli italiani che hanno creduto al “cambiamento”, o che pur non credendoci hanno voluto punire chi in precedenza li aveva delusi, e rappresenterà un boomerang per gli scappati di casa inopinatamente arrivati al potere. E dunque è venuto il momento che ciascuno faccia bene i suoi conti: chi è al governo valuti se davvero vale la pena rimanerci o non sia meglio distinguersi finchè si è in tempo; chi è all’opposizione, rifletta se le vecchie bandiere siano ancora sventolabili; e chi è fuori dai giochi si decida a mettersi a entrare in scena.

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