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L'editoriale di TerzaRepubblica

Il compromesso tardivo con l'Europa

IL COMPROMESSO CON L’EUROPA NON RAFFORZA IL GOVERNO E NON ALLONTANA LE TENTAZIONI ELETTORALI 

15 dicembre 2018

Un qualunque compromesso, per quanto al ribasso, sarebbe meglio (meno peggio) di una rottura, pur con onore. Se si parte da questo giusto presupposto, è sperabile che il contenzioso in corso tra Italia e Commissione europea finisca, nelle prossime ore, con l’archiviazione della minacciata procedura di infrazione. E se così sarà, il merito principale dovrà essere equamente diviso tra il capo dello Stato e il presidente della Bce: Mattarella per aver lavorato su Conte, Tria e Giorgetti che hanno cercato di ammansire Salvini e Di Maio, mentre Draghi per aver fatto capire a molti interlocutori europei che non conviene a nessuno tirare troppo la corda se non si vogliono offrire alibi alla propaganda sovranista, sia per le conseguenze che questo avrebbe sui mercati (spread) e sulla congiuntura economica (rinculo recessivo), sia sul piano politico in vista delle elezioni europee del 26 maggio prossimo.

Ma sempre che così finisca, i motivi di compiacimento (si fa per dire) finirebbero qui. Per il resto la vicenda presenta un conto salato. Al governo e al paese, prima di tutto, ma anche alla stessa Europa. Partiamo dall’alleanza pentaleghista. La quale, in 7 mesi di vita, ha puntato tutto sulla manovra di bilancio, come atto fondamentale di realizzazione del contratto di governo, e come cifra della sua identità politica, interna e in Europa. Da un lato, infatti, ci ha raccontato che avrebbe fatto maggiore deficit del consentito, con lo scopo di irrobustire la crescita e realizzare un po’ di equità sociale, puntando sul mix dei tre provvedimenti su cui 5stelle e Lega si erano spese in campagna elettorale: flat tax, previdenza (quota 100 e cosiddette pensioni d’oro) e reddito di cittadinanza. Dall’altro, ha fatto del maggior deficit un mantra sia populista – ricordarsi Di Maio al balcone di palazzo Chigi – sia sovranista, usandolo come scalpo di un’Europa matrigna che veniva derisa e denigrata. Un atteggiamento che è costato oltre 100 punti di spread e un paio di declassamenti da parte delle agenzie di rating, senza che questo creasse il ben che minimo imbarazzo.

Poi, di fronte alla prevedibilissima reazione dei mercati e alla non meno scontata preoccupazione espressa del mondo produttivo del Nord, nonostante che per settimane si fossero fatte spallucce si è cominciato a cambiare registro. Prima abbassando i toni, poi le braghe. Fino alla rinuncia a quel 2,4% di deficit-pil fino a poco prima eletto a linea del Piave, a favore di un po’ ridicolo 2,04% – si spera che agli italiani sfugga la differenza tra 4 decimi e 4 centesimi di punto? – che in soldoni significa una retromarcia da quasi 7 miliardi. Minori spese che si traducono in una riduzione dello spazio temporale e della platea dei fruitori di “quota 100”, e in molti paletti piantati a delimitare un sempre più circoscritto reddito di cittadinanza e una trasformazione della flat tax in una serie, in sé positiva ma certo di minor impatto, di interventi di riduzione del carico fiscale.

Naturalmente il governo tende a dire che è andato incontro alle richieste della Ue senza per questo venir meno agli impegni assunti con gli elettori. Ma alcune questioni balzano con tutta evidenza agli occhi. Primo: se la manovra era tutta di sostegno alla crescita come si è sbandierato ai quattro venti, questo compromesso significa che adesso ci sono 7 miliardi in meno per lo sviluppo, e proprio ora che la recessione bussa alla nostra porta. Ergo, se già prima non c’era un cane disposto a sostenere che fosse fondata la previsione di un aumento del pil nel 2019 dell’1,5%, ora come si può mantenere nella legge di bilancio una simile stima? Secondo: se l’eccesso di deficit (2,4%) rispetto non solo alle attese formali di Bruxelles (0,8% al netto dell’aumento dell’iva, 1,6% disinnescando quella clausola di salvaguardia) ma anche alle sue disponibilità sostanziali (1,8%), è stato eretto a pilastro di una politica che si faceva finalmente “diversa” da quella dei governi precedenti, e se le reazioni che ne sono seguite (mercati, Ue, mondo produttivo italiano) erano perfettamente prevedibili tanto da far risuonare dei preventivi chissenefrega da parte dei due azionisti del governo, perché si è deciso di indossare i panni dei “ragionevoli tardivi” fino al punto da perdere la faccia con gli italiani che ci avevano creduto? Terzo: l’Europa matrigna e la Commissione popolata di euroburocrati al soldo dei (non meglio precisati) poteri forti, contro cui ci si vantava di andare come segno distintivo del “governo del cambiamento”, sono di colpo diventate legittimi poteri di fronte ai quali chinare il capo e cercare più o meno onorevoli compromessi? Tanto che sì o che no, andrebbe detto e spiegato il perché. Quarto: perché una volta capito che bisognava cambiare strada, non si è deciso di fare una bella conversione a U riscrivendo da cima a fondo la manovra? In fondo, perdere la faccia per perdere la faccia, tanto valeva cogliere l’occasione dei dati congiunturali fortemente negativi, per sostenere che lo scenario era nel frattempo cambiato e che ora era diventata indispensabile una manovra anti-recessiva con provvedimenti – investimenti e ancora investimenti – diversi da quelli pensati dentro il quadro precedente. Certo, sulle infrastrutture, primo degli investimenti da fare, si sarebbe rischiata la collisione tra Lega e 5stelle, ma non è forse già così adesso? Quinto: è evidente che ora si chiederà il conto di questa schizofrenia, considerato che gli italiani, privati e imprese, hanno già dovuto contare i danni che ha provocato. Qualcuno ha ragionato sul costo politico, e dunque elettorale, di tutto questo?

E qui veniamo alla valutazione più politica di questo semestre di follia. Mentre fino a ieri molti scommettevano – nella maggior parte dei casi, sperandolo – in una rottura dell’alleanza di governo e scrutavano lo scenario conseguente, diviso tra urne anticipate (prima del voto europeo o al massimo subito dopo) e ricerca di nuove alleanza parlamentari per far proseguire la legislatura (considerata anche la conclamata idiosincrasia di Mattarella per lo scioglimento delle Camere), ora, dopo il compromesso possibile con Bruxelles, si è pensato – frettolosamente – che le tentazioni elettorali siano archiviate e che il governo sia destinato a vivere una sorta di seconda fase destinata a scavallare tranquillamente le europee. Non siamo di questo avviso, anzi. Certo, è vero, il compromesso con l’Europa è abrasivo sia per Salvini (di più) che per Di Maio (leggermente meno), e quindi è probabile che entrambi siano desiderosi di evitare rotture. Ma la politica vive anche, se non soprattutto, di momenti ineluttabili. Ed è tale il fatto che dentro il mondo grillino parta subito dopo la manovra una resa dei conti in cui l’ala movimentista (Fico e Di Battista con la benedizione di Grillo) metterà sotto accusa, più di quanto già non sia, la componente cosiddetta “ministeriale” di Di Maio (spalleggiato da Casaleggio). Cosa che altrettanto ineluttabilmente metterà in moto un effetto domino per cui la responsabilità verrà scaricata sulla Lega, la quale a sua volta si ribellerà dando la stura a quei malumori che da tempo sono presenti nel partito, dove gli uomini del Nord sono ormai una corrente (per ora di pensiero) che predica l’abbandono dell’alleanza con quelli che nei conciliaboli privati definiscono “pazzi” e “scappati di casa”.

Insomma, a nostro avviso le contraddizioni che questa trattativa con l’Europa e l’epilogo che avrà nei prossimi giorni – tanto che sia, come sembra, la celebrazione di un compromesso, quanto di una rottura – sono destinate a lasciare un segno in quella che non è, perché non è mai stata, una maggioranza di governo, ma un posticcio accordo di convenienza. Se in 7 mesi è successo tutto il putiferio cui siamo stati costretti ad assistere, figuratevi cosa può succedere nei cinque lunghi mesi che separano l’inizio del 2019 dal voto in Europa…

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