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L'editoriale di TerzaRepubblica

Il vento del Nord

IL “VENTO DEL NORD” SPINGE IL “PARTITO DEL PIL” A SCENDERE IN PIAZZA E DARSI SOGGETTIVITÀ POLITICA 

30 novembre 2018

Mentre il governo è esclusivamente impegnato nel dialogo “recitato” con Bruxelles, ormai molto più farsa che dramma, e mentre il G20 riunito a Buenos Aires mette all’ordine del giorno dei lavori il “caso Italia” inteso come potenziale miccia che potrebbe innescare una nuova recessione, l’infittirsi del calendario delle manifestazioni di protesta (e di proposta) del “partito del pil”, dislocato prevalentemente al Nord, rende sempre più evidente che una bomba socio-economica e politica – la “questione settentrionale” – è pronta ad esplodere nel Paese, e di conseguenza in faccia all’esecutivo pentaleghista. Il fatto è che al Nord, lungo la spina dorsale del sistema produttivo, spira un vento gelido, nello stesso tempo effetto e causa di un clima di preoccupante sfiducia, che sembra paralizzare lo sviluppo dopo chein questi ultimi dieci anni, attraversati da due recessioni micidiali, il fronte – quasi esclusivamente settentrionale – delle medie imprese innovative e delle multinazionali tascabili era riuscito a limitare i danni della crisi e tenuto in piedi l’intero Paese fino a quando, tra gennaio e marzo del 2013, facendo crescere il nostro export, ha consentito l’aggancio della ripresa e reso fondata la speranza di una crescita economica finalmente più stabile e robusta. Ora, invece, gli ultimi dati congiunturali ci dicono cheanche nelle regioni da sempre più dinamiche – dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto all’Emilia Romagna – la produzione industriale frena, le esportazioni rallentano e gli investimenti, persino quelli già programmati, si contraggono. Anzi, di fronte alla stagnazione registrata su scala nazionale nel terzo trimestre 2018 e alla previsione che negli ultimi tre mesi dell’anno si possa verificare un arretramento, premessa di una nuova recessione, è preoccupante vedere che, mentre il Centro e il Sud conservano, seppure di poco, il segno positivo, a fermarsi sia proprio l’area geografica maggiormente trainante, che ha sempre anticipato, anche temporalmente, il trend nazionale. Certo, rispetto al reddito pre-crisi mondiale (2007), il Settentrione è indietro di “solo” quattro punti percentuali, mentre il Meridione ancora di nove. Ma è evidente che se la locomotiva deraglia, tutto il convoglio non può che andarle dietro.

Ecco perché, da Torino a Verona passando per Milano, da Confindustria a Confartigianato a tanti altri, il fronte delle forze produttive e degli interessi economici organizzati ha cominciato a reclamare a gran voce un cambio radicale del verso che il governo populista-sovranista ha dato alla politica economica, dicendo che quella messa in campo con il decreto dignità e il reddito di cittadinanza produca decrescita (infelice) e denunciando che i tabù ideologici impediscono quella modernizzazione infrastrutturale senza la quale lo sviluppo è impossibile. Tanto che persino nel sindacato – dalla Cisl nel suo insieme, grazie alla spinta decisiva dei metalmeccanici guidati da Marco Bentivogli, alla componente riformista della Cgil di cui è leader Vincenzo Colla – si è fatta strada l’idea di fare fronte comune con gli imprenditori contro le misure del governo. È quello che Dario Di Vico sul Corriere della Sera ha efficacemente chiamato il “partito del pil”. È l’Italia che ha fatto grande l’Italia, e che ora, di fronte al declino che diventa decadenza, reagisce. E lo fa senza lasciarsi andare alle pulsioni populiste o alle tentazioni sovraniste, ma semmai guardando all’Europa, alla quale vuole rimanere saldamente agganciata. E senza fare sconti a nessuno, nemmeno alla Lega che pure rimane per molti, specie nella sua versione di partito di buoni amministratori sul territorio, un riferimento.

È ormai chiaro che “partito del pil” e “fronte del Nord” sono due facce della stessa medaglia, quando non la medesima cosa. Anche perché la leadership di questo movimento, sempre meno torrente carsico e sempre più fiume in piena, è saldamente in mano agli industriali milanesi (Carlo Bonomi) e lombardi (Marco Bonometti), precursori di un cambiamento radicale della linea nazionale di Confindustria (per troppo tempo acquiescente al governo e ora flebilmente avversa). I quali hanno posto con forza il tema della necessità di “ricette diverse”, azioni mirate, a seconda dei territori e delle loro diseguali esigenze, senza per questo scadere in un velleitario federalismo separatista d’antan, anzi con l’obiettivo di esercitare con maggiore forza la funzione di traino solidale dell’intero paese. Il che, si badi bene, non solo deve comportare una diversa politica, a cominciare dalla manovra di bilancio, ma anche una radicale revisione dell’attuale assetto istituzionale, pletorico e inefficiente,  del decentramento amministrativo. A nostro avviso, infatti, ricette diverse per affrontare le varie “questioni settentrionali” e le non meno diversificate “questioni meridionali” non può e non deve significare la somma di decisioni prese ai vari livelli amministrativi locali, ma una politica nazionale capace di articolarsi sulla base delle esigenze rappresentate dai territori.

E qui sorge il problema politico di come rappresentare queste esigenze. Gli imprenditori si sono sempre fatti vanto di non voler giudicare i governi ma solo i loro provvedimenti, e tantomeno di voler varcare quella soglia che separa la rappresentanza associativa dei loro interessi dall’agone politico vero e proprio. Spesso l’intento è genuino – della serie ognuno faccia il suo mestiere – qualche volta incorpora una certa dose di qualunquismo, altre volte nasconde l’idea che con la politica e le amministrazioni è meglio che ciascun imprenditore tratti privatamente, così ci si intende meglio… In tutti i casi, l’ora buia richiede un cambio di paradigma. Perché il governo, almeno nel suo insieme e per come è articolato, rappresenta il problema, non la soluzione. E quel che rimane delle forze ex di governo, essendosi dimostrate prive della capacità di fare vera opposizione, difficilmente sapranno raccogliere il disagio e restituirlo sotto forma di proposta politico-programmatica. Dunque occorre immettere nella politica italiana qualcosa di nuovo, che sappia rispondere alla esigenze che l’Italia produttiva manifesta – dalla trasformazione digitale della società alle politiche per l’industria 4.0, da un grande piano Marshall per la modernizzazione delle infrastrutture ad una definitiva sistemazione delle regole di funzionamento del mercato del lavoro, dalla riforma delle giustizia civile e penale a quella del titolo V della Costituzione – essendo dotato di una solida cultura liberal-riformista. Gli imprenditori devono cogliere questa sfida. Il che non significa trasformare la Confindustria o le altre associazioni di categoria in partiti politici. No, basterebbe (si fa per dire) che mettessero alcuni di loro e un po’ di risorse al servizio di un nuovo progetto politico. Magari dopo aver essere stati capaci di trovare i giusti collegamenti con i movimenti civici – a cominciare da quello di Torino, che è sicuramente il più vivo e interessante – che sono sorti per contrastare la nefasta influenza del “partito del No” ma hanno bisogno di darsi una identità politica più netta.

Scusateci se lo ribadiamo per la milionesima volta, ma il nodo dei nodi della politica italiana è quel “partito che non c’è”, che manca maledettamente da tempo e che ora più che mai è assolutamente indispensabile. Costruirlo, e per di più facendo in modo che sia esente dal virus mortale del leaderismo che ha ucciso la politica italiana dal 1944 in poi, è l’unico modo serio di fermare l’inesorabile declino del Paese.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario