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L'editoriale di TerzaRepubblica

La marcia degli imprenditori

QUI CI VUOLE UNA NUOVA MARCIA DEI QUARANTAMILA. IMPRENDITORI E LAVORATORI SCENDANO IN PIAZZA INSIEME

23 settembre 2018

Cosa aspettano gli imprenditori italiani a scendere in piazza? Perché tacere un disagio che è sempre più diffuso, perché nascondere il crescere delle loro preoccupazioni di fronte ad un governo che non governa e che nello stesso tempo genera inquietudine, fa fuggire i capitali e mette in allerta i mercati finanziari a suon di dichiarazioni? Non ci sfugge che manifestare pubblicamente non faccia parte del dna degli operatori economici, piccoli o grandi che siano. E sappiamo bene come la loro tendenza sia quella di occuparsi non di politica ma della politica, cercandone i favori, magari sottobanco. Tuttavia, ammesso (e non concesso) che il vecchio sistema della delega in bianco collettiva e dell’ammiccamento individuale nel passato abbia pagato, ora le cose sono cambiate.

Già con Renzi era stato definitivamente cancellato il ruolo dei corpi intermedi, in crisi da anni. E quindi gli strumenti di rappresentanza degli imprenditori, Confindustria in testa, hanno prima perso centralità e poi sono scomparsi dai radar del processo di formazione delle decisioni pubbliche – in questo, in modo esattamente speculare a quanto è avvenuto per i sindacati dei lavoratori – finendo per lasciare solo a qualche singolo capitano d’impresa, sia in sede nazionale (si pensi a Marchionne) sia in sede locale (per centralità e leadership dell’azienda o, più spesso, della persona), il ruolo di influencer.

Ma ora, con l’avvento dei populisti e dei sovranisti al potere, la frattura tra il sistema politico e il mondo delle imprese si è fatta assolutamente insanabile. Dal no ideologico a Tav e Tap alla idiosincrasia per qualsiasi infrastruttura, dall’avversione per i grandi eventi come le Olimpiadi, considerati come generatori di inevitabili fenomeni corruttivi, ad un approccio punitivo per tutto ciò che è grande e muove ingenti masse di denaro fino ai passi indietro sulla flessibilità del mercato del lavoro (decreto dignità), in pochi mesi si sono potuti toccare con mano tutti i tabù di una coalizione che di cambiamento reale ne fa poco e quando lo fa è nel verso sbagliato. Certo, molto più per mano dei 5stelle – vittime dello spirito inquisitorio che li ha fatti nascere e resi forti elettoralmente, e del suo riflesso identitario – che per colpa della Lega. Lo si è visto nel caso Genova: non crediamo che gli imprenditori italiani abbiano particolari simpatie per i Benetton e per le loro concessioni autostradali, ma certo sono rimasti impressionati dalla voglia di giustizia sommaria che li ha colpiti e, ancor più, da quella di nazionalizzare anche in barba a contratti vigenti. E lo si è visto nel pasticciaccio brutto della candidatura olimpica, nel quale si è ancora una volta preferito preservare la (presunta) purezza primigenia del movimento grillino piuttosto che correre il rischio di sporcarsi le mani nel fare, e pazienza se ciò va a discapito dello sviluppo. Ma è pur vero che Salvini – che alle elezioni si era presentato con Berlusconi e mica glielo ha ordinato il medico di mollare il centro-destra per questa avventura – ha la responsabilità, tanto maggiore considerata la tipologia del suo elettorato del Nord, di essersi occupato solo del tema emigranti, limitandosi a fare da parziale calmieratore delle spinte anti-industriali dei suoi alleati.

Insomma, l’inquietudine che serpeggia nel mondo imprenditoriale ha molte buone ragioni. Tuttavia, finora si è tradotta più in rassegnazione che in sdegno e protesta. Sì, il presidente di Confindustria, Boccia, ha evocato la piazza, ma lo ha fatto timidamente, dicendo di sperare di non essere costretto ad indossare i panni del manifestante. Sembrava più un “tenetemi che sennò scendo in piazza”, che una vera minaccia. Tant’è che il governo non l’ha preso sul serio e nessuno si è preoccupato di conseguenze appunto improbabili. Viceversa, ci sono state delle dichiarazioni pepate di diversi esponenti di peso delle Confindustrie del Nord, dalla piemontese Mattioli ai veneti Zoppas e Carraro passando per il lombardo Bonometti, che di questo fronte che unisce nord-ovest e nord-est appare il leader. E a fine luglio c’è stata a Torino una riunione di varie categorie economiche che si sono costituite in una sorta di fronte “Si Tav”. Troppo poco. Una volta la Confindustria, al pari dei sindacati, faceva cadere i governi, oggi la sua flebile voce non solo non è ascoltata nei Palazzi romani, ma fatica anche a varcare la soglia dell’attenzione mediatica e dunque non arriva all’opinione pubblica.

Occorre dunque alzare i toni e irrobustire le maniere. Per il bene del Paese, mica solo per gli interessi delle imprese. Prima di tutto perché la nostra economia vive una delicata fase di transizione, a metà del guado tra una recessione sanguinosa che ci siamo lasciati alle spalle senza però averne ancora, dieci anni dopo, metabolizzato del tutto le tossine, e una nuova stagione dello sviluppo che siamo ben lungi dall’aver afferrato saldamente; dunque, ora più che mai le scelte di politica economica sono dirimenti per sospingere l’Italia verso la riva della crescita o risucchiarla sulla sponda della decrescita (infelice). In secondo luogo, oggi c’è un disperato bisogno di una opposizione seria, pensante e propositiva, che non c’è, né in Parlamento né nella società civile. E chi meglio degli imprenditori, magari in alleanza con i lavoratori delle loro imprese, può svolgere questo ruolo? Anche perché è in corso di svolgimento una partita decisiva nello stesso governo gialloverde, tra ministri responsabili (pensiamo a Tria in questa delicatissima fase di costruzione della manovra di bilancio) e componenti ragionevoli (pensiamo alla Lega sul tema delle infrastrutture) da una parte, e dilettanti allo sbaraglio immersi in un brodaglia culturale che somma impreparazione, pauperismo e giustizialismo, dall’altra.

Nello stesso tempo, occorre che le componenti riformiste del sindacato si uniscano al di là delle sigle per far capire ai lavoratori che oggi i loro interessi e quelli dei datori di lavoro sono gli stessi. Siamo sicuri che uno come il segretario dei metalmeccanici della Cisl, Marco Bentivogli, condivida questi ragionamenti e abbia tutte le qualità per mettersi alla testa di un movimento di questo genere.

Ma cosa potrebbero fare Confindustria – o parti di essa, se il vertice dovesse continuare a latitare – e le altre associazioni di categoria? Intanto condividere gli intenti e unire le forze. Qui non sono in gioco questioni settoriali, ma gli interessi generali di tutte le categorie economiche, per cui non ha senso che industriali, commercianti, artigiani e professionisti non facciano fronte comune. Poi occorre stendere un manifesto che spazzi via le analisi abborracciate che circolano in un dibattito fatto di slogan e tweet, che denunci i pericoli insiti nell’emergere di una “cultura della chiusura” – anti-industriale, anti-scientifica, nazionalista e quindi avversa all’Europa e alla globalizzazione – che indichi la strada da percorrere e chiami a raccolta la parte sana e generosa della società italiana. Infine, occorre chiamare una mobilitazione straordinaria. Per esempio, una nuova “marcia dei quarantamila”. Possibilmente con ancora più partecipazione. Magari proprio a Torino, dove il 14 ottobre del 1980 si svolse quella che mise fine all’occupazione delle fabbriche della Fiat e segnò una svolta decisiva tanto nelle relazioni industriali italiane quanto nella politica, considerato che cinque anni dopo il Pci di Berlinguer e il fronte sindacale persero in modo clamoroso il referendum sulla scala mobile.

Certo, allora fu Cesare Romiti a volere la rivolta dei colletti bianchi che seppellì lo storico accordo del gennaio 1975 sul punto di contingenza tra il presidente di Confindustria, Gianni Agnelli, e i sindacati confederali guidati dalla carismatica leadership del segretario della Cgil, Luciano Lama. Quel Lama che ebbe il coraggio, nel 1978, di proporre ai lavoratori una politica di sacrifici, volta a sanare l’economia italiana, rivedendo la posizione del sindacato sul salario come “variabile indipendente”. Oggi, purtroppo, in giro non ci sono né dei Romiti né dei Lama. Ma questo nulla toglie alla responsabilità di chi vive l’Italia di questi brutti tempi: imprenditori e lavoratori scendano in piazza insieme, e chi ha più testa e coraggio li usi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario