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L'editoriale di TerzaRepubblica

Meglio la crisi di governo

SE L’ANDAZZO È QUESTO E PRIMA CHE LO SPREAD CI SOTTERRI MEGLIO LA CRISI DI GOVERNO (ANCHE AL BUIO)

31 agosto 2018

Meglio una crisi di governo che un governo che produce crisi. E se alla morte dell’esecutivo dovesse seguire anche quella della legislatura, pazienza. Non è, il nostro, né un auspicio né un’esortazione stile “tanto peggio, tanto meglio”. È una constatazione, per quanto amara: di fronte all’aggravarsi della situazione e in vista di scadenze, ormai prossime, di vitale importanza, è preferibile – o più precisamente, è meno pernicioso – subire il danno di una crisi, anche al buio, piuttosto che il trascinarsi di uno stallo o, peggio, patire le conseguenze di scelte drammaticamente sbagliate. L’ennesimo balzo dello spread (arrivato a quota 293 punti, con il rendimento del Btp al 3,26%) e l’attesa di possibili downgrade del giudizio sul merito di credito nazionale da parte delle società di rating (Moodys ha deciso di attendere le scelte del governo prima di pronunciarsi, mentre al momento in cui scriviamo ancora non si conosce la valutazione di Fitch, ma è molto probabile che almeno l’outlook, cioè le attese, sarà col pollice verso), con conseguenze drammatiche per la piazzabilità dei titoli del nostro debito e sul sistema bancario, fanno temere il peggio.

Spiace, cari lettori, dover riprendere il filo del nostro dialogo al ritorno dalle vacanze estive con una valutazione di questa gravità, ma è la realtà delle cose che ce lo impone, e verremmo meno al nostro precetto numero uno – guardare in faccia le cose e chiamarle con il loro nome – se edulcorassimo il nostro giudizio. Che può essere giusto o sbagliato, può piacere o meno, ma di certo è esente da qualsiasi ipocrisia.

Vediamo, dunque, quali sono i perché di una valutazione tanto forte. Partiamo dal governo pentaleghista. Ve lo abbiamo fin dall’inizio descritto come un esecutivo con due azionisti parlamentari e sei componenti politiche. Di queste ultime, le due più forti sono rappresentate da Salvini e Di Maio, quindi c’è quella impropriamente definita “quirinalizia” (formata dai ministri Tria e Moavero), poi ci sono i segmenti di 5stelle (ormai una vera e propria corrente) e Lega (meno evidente, ma importante fuori dal governo) non allineati con i rispettivi leader. Infine c’è il primo ministro, che oscilla, senza venirne a capo tanto da venire descritto come un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, tra il ruolo di mediatore nei contrasti tra i due suoi vicepresidenti e quello di arruolato nel partito degli ortodossi che guardano al duo Mattarella-Draghi. Una situazione che non sarebbe più complessa di tanti altri casi di governi di coalizione, se non fosse per le forzature – fin qui più mediatiche e politiche che legislative – esercitate da Salvini e Di Maio. Il primo – con l’aiuto di un magistrato incapace di distinguere il sottile confine tra la solerte diligenza e l’esibizionismo imprudente, come ha scritto efficacemente Carlo Nordio – si è gettato in quella che per lui e per una parte consistente di italiani è (sarebbe) la madre di tutte le battaglie, quella contro l’immigrazione. Essa parte dall’idea che il nostro paese sia vittima di una vera e propria invasione, in conseguenza della quale ormai almeno un quarto delle persone che ne calcano la terra sarebbero immigrati, la gran parte clandestini. E che chi delinque sia in larga maggioranza non italiano. Le cose non stanno così: gli immigrati sono il 7,5% della popolazione – molto meno che in altri paesi, Germania in testa – e i clandestini sono una piccola minoranza; inoltre la loro presenza è, per molti lavori manuali e di bassa considerazione sociale, assolutamente indispensabile, così come è importante il loro apporto all’equilibrio della previdenza pubblica. Ma nell’immaginario collettivo è diventato automatico associare difficoltà economiche e ansie da mancata sicurezza alle “ondate migratorie”, e cavalcare questo stato d’animo paga sul piano del consenso. Naturalmente, questo non significa che l’assistenza umanitaria non abbia limiti e che gli irregolari non se ne debbano andare. Ma governare il processo dei rimpatri e aggredire le sacche d’irregolarità esistenti sul territorio non richiede di atteggiarsi a pistolero al cospetto di che arriva (ormai piccoli numeri), bensì di fare accordi bilaterali mettendo mano al portafoglio, di praticare una gestione efficiente delle richieste di asilo, di controllare militarmente il territorio invece di lasciarlo preda di mafie e criminalità organizzata varia.

Tutte cose, queste, difficili, impegnative, di medio-lunga durata, poco spendibili mediaticamente e, soprattutto, non imputabili a responsabilità di altri (Europa, singoli paesi). Ma Salvini, che è più furbo che statista, preferisce cavalcare la tigre. Con questo inducendo Di Maio, non per inclinazione personale ma per non essere travolto dai suoi, a fare altrettanto su altri fronti: i vitalizi; le (presunte) pensioni d’oro; il lavoro a tempo determinato; i concessionari autostradali (senza distinguere); Tav, Tap e tutte le infrastrutture (malate di corruzione per definizione); l’Ilva (per la quale è stato inventato il sillogismo “gara irregolare ma non revocabile”). Tic il cui tratto comune è un mix di populismo, giustizialismo, pregiudizio antiscientifico e desiderio di decrescita economica (definita felice, ma in realtà infelicissima). Con il risultato, per esempio, che l’accertamento delle responsabilità a Genova viene prima e a scapito della soluzione dei problemi di viabilità e di ripristino delle condizioni necessarie per la ripresa delle attività economiche, e a Taranto della tutela dell’occupazione.

Queste radicalizzazioni contrapposte hanno creato disagio o addirittura sconcerto e proteste nei rispettivi fronti: i grillini (vedi le dichiarazioni di Fico) non digeriscono i furori di Salvini sull’immigrazione e il pragmatismo di Giorgetti sui temi economici, mentre i leghisti dei pentastellati non tollerano le pregiudiziali sulle grandi opere, specie al Nord, l’inclinazione statalista e più in generale la tendenza ad una legislazione punitiva. E le reciproche insoddisfazioni crescono di giorno in giorno in modo evidente, anche a dispetto del rapporto personale che Salvini e Di Maio sono riusciti a mantenere più che buono. Fin qui, però, le tensioni sono state mitigate da un denominatore che accomuna pentastellati e leghisti: l’individuazione dell’Europa, dell’euro e dei mercati finanziari come i peggiori dei mali, capri espiatori di tutti i problemi italici (dimenticando che la maggior parte di essi sono assolutamente autoctoni). Solo che è su questo fronte che l’Italia corre il peggiore – questo sì – dei suoi rischi: creare le condizioni perché il costo e la gestione del suo enorme debito pubblico divengano insostenibili. Tra quello che è contenuto nel “contratto” di governo e l’attesa di sapere ciò che di esso entrerà nella manovra finanziaria – la flat tax, il reddito di cittadinanza e la modifica della legge Fornero, in assenza di coperture adeguate, avrebbero l’effetto di peggiorare pesantemente il deficit facendo sballare i conti pubblici –  e per le sciagurate intemerate anti-europee e le dichiarazioni intrise del peggior massimalismo di questo o quel ministro, intorno al nostro paese si è creato un clima fetido. Aggravato da una congiuntura economica che non solo è frenante, ma accentua il gap con il resto d’Europa e con gli Stati Uniti.

In questo quadro, con gli imprenditori preoccupati e i sindacati annichiliti, si tratta di capire cosa vorranno fare i due soci di governo: rompere al primo stormir di spread, riguadagnando ciascuno la propria agibilità politica per evitare di pagare prezzi elettorali troppo alti alle reciproche diversità? Forzare la mano a Tria per una manovra di bilancio da guerra aperta con Bruxelles, per poi gestire l’inevitabile crisi di governo (a quel punto lascerebbe non solo il ministro dell’Economia ma anche quello degli Esteri e forse lo stesso Conte) provando a dare la colpa all’Europa e agli gnomi dei mercati? O mettere giudizio, correndo però il rischio opposto di rompere con l’elettorato, drogato dalla propaganda? C’è poi una quarta ipotesi che ci terrorizza al solo pensarci, e che vorremmo davvero scartare, secondo la quale si andrà allo show down con l’Europa (forzatura di bilancio) e con i mercati (pernacchie allo spread), costi quel che costi e senza crisi di governo, con l’obiettivo di far collassare l’eurosistema. Se fosse, sarebbe accertato quel che qualcuno pensa, e cioè che dietro gli “ultimi della classe” italiani (definizione del regista Virzì) ci sono forze internazionali che hanno interesse, per ragioni sia politiche sia finanziarie, a far saltare il banco europeo.

Non sappiamo se i due abbiano in testa una strategia, e nel caso quale. Ma una cosa è certa, almeno ai nostri occhi: o prevale la ragionevolezza, che però va dimostrata fin da subito anticipando la nota di aggiornamento al documento di programmazione economico-finanziaria (Def), che altrimenti avrebbe la scadenza del 27 settembre, inserendo in esso gli intendimenti su deficit e debito che poi rappresenteranno l’ossatura della Legge di Stabilità, oppure tanto vale affrontare le incognite di una crisi politica, pur sapendo che ad oggi non c’è uno straccio di alternativa in piedi. Non c’è a destra, visto che l’alleanza tra Salvini e Berlusconi, politicamente già morta, avrebbe una sola declinazione, e cioè l’opa del primo sul secondo. Un passaggio che, salvo il Cavaliere non si consegni, richiede l’uso delle urne. E non c’è a sinistra, visto che il Pd, almeno così com’è (e non è certo una questione di nome), non pare più recuperabile. E di sicuro a fermare un declino ormai irreversibile non saranno i soliti vagheggiamenti veltroniani sulla sinistra buonista che fu (cui non a caso si è subito accodato Scalfari), o la declinazione anti-élite di Zingaretti (attenzione che a scrollare l’albero anti-establishment poi i frutti vanno sul prato dei populisti doc). Ci sarebbe invece spazio per un soggetto non tanto centrale (tantomeno centrista) quanto trasversale, espressione delle forze migliori della società italiana. Il partito, o la coalizione, del Nuovo Risorgimento – che di risorgere l’Italia ha bisogno – come l’abbiamo chiamato, evocandolo, noi di TerzaRepubblica. Ci sono individui e forze organizzate che sembrano prendere coscienza dell’assopimento della ragione, e sapendo che il suo sonno genera mostri, vogliono svegliare il paese prima che sia troppo tardi. Forza.

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario