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L'editoriale di TerzaRepubblica

Si torna a votare?

SI TORNA A VOTARE? SÌ MA IL 26 MAGGIO 2019 INSIEME CON LE EUROPEE. DUE LE STRADE PER ARRIVARCI

16 marzo 2018

Tanto fumo, niente arrosto. Le schermaglie pubbliche e i giochetti sotto il pelo dell’acqua post elettorali non produrranno alcuna soluzione del rebus uscito dalle urne. Prima di tutto perché le elezioni del 4 marzo, al contrario di quanto si va dicendo, non hanno laureato alcun vincitore, ma soltanto regalato a due forze politiche un ottimo consenso elettorale. Il quale si è tradotto in un cospicuo bottino parlamentare senza però che possa trasformarsi in un successo politico, anzi. E poi perché rispetto alla vigilia del voto, alcuni scenari sono cambiati. Vediamo dunque quel che è ragionevole attendersi che possa accadere. Fermo restando che la partita vera si aprirà solo dopo il 23 marzo, con le nomine dei capi dei vari gruppi parlamentari e le elezioni dei presidenti delle due camere. E che, quindi, quel che sta andando in scena in questi giorni è pura finzione. O al massimo tattica (e pure di grana grossa).

Al cospetto del presidente della Repubblica si presenta la seguente situazione. I 5stelle, che si ritengono i vincitori e di conseguenza pretendono che Mattarella dia loro l’incarico, sono passati con assoluta disinvoltura dal “non parliamo con nessuno” di un tempo (assai prossimo) ad un “tutti devono parlare con noi” che sembrerebbe protervo o, al contrario, ridicolo, se non fosse che invece è, molto più significativamente, il segno di tutta la loro impotenza. Circola in questi giorni una battuta un po’ greve ma molto efficace per descrivere la situazione in cui si trova Di Maio: è finito in un cul de sac, e gli vorrà un sac de cul per uscirne. In effetti, i grillini (ma si dice ancora così?) non vogliono e non possono scegliere tra la sinistra – che comunque li rifiuta – e la destra lepenista, che li avrebbe abbracciati se fosse uscita perdente nel confronto interno al centro-destra. Ecco perché ora cercano disperatamente il dialogo con tutti. Mattarella gli concederà un giro ricognitivo? Possibile, non fosse altro per evitare che vestano i panni delle vittime. Ma non caveranno un ragno dal buco. Anche perché potrebbero essere indotti facilmente in errore dall’effetto inebriante che rischia di pervaderli a seguito dell’incessante opera di genuflessione che in questi giorni i cosiddetti poteri forti (in realtà miseramente deboli) stanno facendo al loro cospetto.

Non diverso è l’impasse in cui si trova Salvini. Anche lui si muove da vincitore, pur senza mandare segnali espliciti al Colle. Preferisce mandarli alla coalizione, per innervosire Berlusconi e assicurarsi che la Meloni stia dalla sua parte. Tratta con i pentastellati per gli scranni più alti di Montecitorio e palazzo Madama, ma non va oltre, avendo ora come obiettivo prioritario quello di lanciare un’opa su Forza Italia, prevenendo l’operazione opposta che per il tramite di Maroni (e non solo) il Cavaliere aveva intenzione di fare. Cosa che allontana definitivamente, ove mai fosse esistita, l’ipotesi che sia il centro-destra a mettere in piedi un governo. Mattarella darà comunque un incarico esplorativo? Solo se tutti i leader della coalizione gli indicheranno unanimemente un nome. Ma anche in questo caso, si tratterà di un giro inutile, perché il Pd, o anche solo parte di esso, non darà il sostegno necessario. Tanto più se il nome fosse quello del segretario della Lega. Questo Salvini lo sa, e probabilmente si eviterà un giro di valzer inutile, perché se è vero che da un lato la cosa lo consacrerebbe leader del centro-destra, dall’altra gli procurerebbe un fallimento evitabile. Molto meglio forzare i toni – come sta già facendo – e predisporsi “vergine” alla prossima campagna elettorale (che comunque non sarà lontana). Quanto a Berlusconi, paga l’egoismo di non avere mai davvero voluto creare le condizioni per una successione e tantomeno per la formazione di una classe dirigente. E paga gli errori politici marchiani commessi negli ultimi tempi: dalla rottura del patto del Nazareno e il mancato consenso a Mattarella all’aver votato la legge Rosato che lo ha costretto alla coabitazione con Salvini, fino ad aver lasciato la formazione delle liste nelle mani sbagliate.

E siamo al Pd. Qui l’unica novità interessante è l’ingresso in scena di Calenda. Perché è l’unico riformista che ha la giusta credibilità per essere protagonista del processo di de-renzizzazione che si è aperto nel partito (anche tra quelli più vicini all’ex segretario), visto che al contrario di tutti gli altri, oppositori formali compresi, ha sempre avuto il coraggio di affrontare Renzi a viso aperto e sul terreno delle scelte politiche e di governo. Ed anche l’unico, quindi, che può trasformare la pur giusta indisponibilità a fare da stampella ai 5stelle in una proposta politica, e non una sterile e infantile ripicca come è apparsa, ed è, la scelta aventiniana di Renzi, fatta propria dalla maggioranza dei piddini, di andare e rimanere all’opposizione punto e basta. Siamo speranzosi che la strada verso questa evoluzione costruttiva il Pd, pur tra mille tormenti, possa imboccarla. Ma ci vorrà tempo, non è cosa di oggi e neppure di domani. E quindi è logico pensare che in questa fase il Pd non offrirà alcuna sponda al Quirinale.

Dunque, si arriva alla conclusione che nessun governo di coalizione sia praticabile? Sì. E per fortuna, aggiungiamo noi. Visto che di tutte le combinazioni possibili non sapremmo quale salvare, pur nell’ottica del meno peggio. E allora inevitabilmente elezioni subito, giugno o settembre che sia? No, affatto. Anzi, se volete un nostro pronostico (di solito ci azzecchiamo, purtroppo…), le elezioni ci saranno il 26 maggio 2019, in concomitanza con quelle europee (già convocate in tutti i paesi tra il 23 e il 26 maggio). Come arrivarci? La strada più probabile – e sicuramente la migliore di tutte le opzioni possibili – è quella di un governo di “unità nazionale”, presieduto da una personalità che possa chiamare tutte le forze parlamentari, nessuna esclusa, a far parte di un esecutivo che deve rassicurare l’Europa e togliere il detonatore che può far saltare i mercati finanziari (come nel 2011) facendo una manovra di bilancio né scolastico-minimale né da spacconi, e che deve consegnare alla successiva legislatura una legge elettorale decente (a schema tedesco o francese). Si può fare? A tutti i partiti converrebbe starci, non fosse altro perché nessuno si sporcherebbe le mani con alleanze che, a torto o ragione, vivrebbe come improprie. E a tutti i parlamentari la prospettiva di non andare subito a casa, fa gola. Certo, molto dipende dalla figura opzionata dal presidente della Repubblica. Scelta non facile, considerato che tornare ad orientarsi su un professore alla Monti non è consigliabile, e che un politico in piena attività lo è ancor meno. Serve attingere al filone aureo, sempre più esiguo ma non estinto, delle “riserve della Repubblica”. Qualche idea noi ce l’avremmo pure, ma evitiamo di fare nomi perché temiamo che il maledetto ventilatore spandi materia organica possa facilmente mettersi in funzione (purtroppo è sempre acceso). D’altra parte, se ci si arriverà, sarà più avanti, tra aprile e maggio. Meglio aspettare, e lasciar lavorare in pace il Colle.

E se anche questo tentativo dovesse fallire? Prima di sciogliere le camere, siamo convinti che Mattarella si orienterebbe ad esperire un ultimo, estremo tentativo: far proseguire il governo Gentiloni. Naturalmente non come adesso, per il solo disbrigo degli affari correnti. Ma mandandolo alle camere, dove potrebbe passare come governo di minoranza. Nella storia della Repubblica ci sono stati solo due casi, il governo Leone I del 1963 che durò solo 4 mesi e mezzo e quello Andreotti III del 1976, che invece tirò avanti per un anno e mezzo. Ma rispetto ad allora, c’è un vantaggio: il nuovo regolamento del Senato, approvato in zona Cesarini a dicembre scorso, agevola la nascita di governi che si fondino sulla scelta di diffuse e continuative, e quindi politicamente esplicite, astensioni. Finora a Palazzo Madama l’astensione era equiparata al voto contrario, e quindi per praticarla era necessario uscire dall’aula. Il nuovo regolamento, invece, adotta il criterio che vige a Montecitorio, e quindi può far diventare seriale il voto “astenuto”. Operazione tanto più facile (meno difficile) se la si applica ad un governo “esistente”, e per di più presieduto da un uomo di buona popolarità nel Paese come Gentiloni – se Renzi gli avesse ceduto il passo, il 4 marzo il risultato del Pd sarebbe stato ben diverso – e certamente abile nella mediazione tra i partiti.  Ce la farebbe ad arrivare a maggio 2019? In fondo si tratterebbe di meno di un anno, visto che inizierebbe a maggio 2018 e finirebbe a metà marzo 2019 per poi lasciare una settantina di giorni alla campagna elettorale e votare il 26 maggio.

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