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L'editoriale di TerzaRepubblica

Non ha vinto nessuno

DISGUSTO, PAURE E ANSIE ALL’ORIGINE DI UN VOTO MA PER FORTUNA NON HA VINTO NESSUNO

09 marzo 2018

Invece di analizzare il voto e i suoi molteplici perché, il dibattitto politico post elettorale è subito virato verso le sue conseguenze più stringenti: dalla nomina dei presidenti delle due camere alla scelta del presidente del Consiglio incaricato, passando per gli equilibri interni ai partiti e alle coalizioni. Questo senza tener conto di due elementi. Il primo, è che si tratta di un esercizio inutilmente prematuro, perché la polvere della campagna elettorale deve ancora calare e in casi come questi i tempi di decantazione sono imprescindibili, e poi perché ancora non si sono formati i gruppi parlamentari, passaggio indispensabile prima di mettersi a giocare al “chi sta con chi”. Il secondo elemento consiste nel fatto che tutta questa dietrologia scenaristica appare come un vero e proprio sgarbo nei confronti del presidente della Repubblica, cui spetta il compito, già gravoso di suo senza bisogno di complicarlo, di dipanare la matassa aggrovigliata uscita dalle urne. Per questo prima di avventurarci in previsioni, a noi preme anatomizzare il voto, cercando di capirne il significato politico più profondo, al di là dei risultati più evidenti.

Una prima modalità di analisi fuori dagli schemi potrebbe essere la seguente: sommare i voti più fortemente caratterizzati come anti-sistema (il 32,5% dei 5stelle e il 17,5% della Lega, che insieme fanno il 50% dei votanti e il 37,5% degli aventi diritto) con il 25% dei cittadini che si sono astenuti, arrivando così al 62,5% del totale degli italiani. Certo, c’è un po’ di arbitrarietà in questo calcolo, ma non più di tanto. E se ne può dedurre che se non la parte preponderante del Paese, di sicuro la sua maggioranza prova disgusto nei confronti della politica e ne coltiva il rifiuto. Su questo le analisi di tipo sociologico sono state sbrigative e approssimative. Quella maggiormente gettonata recita: gli italiani sono molto più poveri di prima, e dunque era inevitabile che usassero il voto come arma da puntare verso coloro che, pur a diverso titolo, sono stati al governo, e quindi sono responsabili di questo impoverimento. Ora è vero che la lunga recessione ha fatto morti e feriti, e che specie alcune fasce del ceto medio hanno patito forme di downgrading economico e sociale. Inoltre la disoccupazione giovanile a tassi non riscontrabili in nessun altra area dell’occidente ricco, segnala che a determinare uno stato d’animo di ribellione sono anche le aspettative frustrate di una parte della società. Detto questo, è del tutto evidente anche all’economista o sociologo più frignone che questa condizione psicologica non può essere ricondotta alla maggioranza dei cittadini, perché se così fosse avremmo da tempo la gente in piazza e le città brucerebbero come negli anni Settanta. Insomma, l’Italia non è la Grecia, ed è riduttivo e fuorviante trovare al voto del 4 marzo la spiegazione “ribellista”. O, almeno, solo quella. La verità è che al crollo della sinistra, radicale o riformista che sia, alla radicalizzazione a destra dei moderati e all’esplosione di consensi per una forza indistinta che risolve la crisi della dicotomia destra-sinistra in quella che qualcuno ha efficacemente definito una rivoluzione senza idee, concorrono ben altri fattori. Diciamo un mix di sentimenti, in cui ne emergono tre, che di solito convivono sommandosi: la paura, l’ansia e l’insopprimibile desiderio della deresponsabilizzazione. La prima è prevalentemente rivolta a tutto ciò che è altro da coloro in cui la paura alberga: il migrante, chi minaccia la sicurezza, il diverso. Persino l’italiano che viene da altrove. In questo, sia chiaro, c’è la “paura del nero” o che in qualunque mussulmano si nasconda un terrorista, ma anche la percezione (non infondata) di un fatalismo lassista, sorretto dal buonismo elevato a ideologia quando non a sacramento religioso, nella gestione dei flussi migratori e delle politiche di inclusione. La seconda è figlia della percezione – tanto sbagliata quanto diffusa – che i processi di globalizzazione e le trasformazioni tecnologiche, compresi persino taluni progressi della scienza (quelli della medicina, per esempio), siano destabilizzanti di uno status quo che si vuole mantenere, o perché incorpora privilegi o perché consente il disimpegno come rendita di posizione. Ansie che inducono chi le coltiva ad ascoltare le sirene di chi predica la chiusura, sia essa delle frontiere (sovranisti) o delle città (federalisti del campanile), come forma di difesa. Che spingono a dar retta a chi racconta che la lira sarebbe meglio dell’euro o che i dazi sarebbero un buon modo per arginare la concorrenza asiatica. Infine, c’è il terzo sentimento, quello dell’invocazione assistenzialista. Che al Sud fa progressi, passando dalla tradizionale forma della richiesta di un lavoro purchessia (i lavori socialmente utili, i disoccupati organizzati, i forestali della Calabria) a quella di uno stipendio purchessia (reddito di cittadinanza), mentre al centro-nord prende la forma del “meno tasse per tutti”, e pazienza se il costo delle mirabolanti promesse fiscali (basate sulla miracolosa predizione che tanto più l’aliquota fosse bassa quanto maggiore sarebbe stato il gettito successivo) vanno a peggiorare il già insopportabile debito pubblico.

Come hanno fatto queste pulsioni a prevalere nell’elettorato rispetto a quelle più meditate, storicamente sempre maggioritarie, della responsabilità e dell’equilibrio? Semplice. Da un lato, perché nessuna forza politica ha parlato al Paese con un linguaggio di verità, né c’è stata una classe dirigente non politica (imprenditori, intellettuali, borghesia colta) che abbia fatto da controcanto. Non da ora, è vero, ma in questa campagna elettorale la parola declino non è mia stata pronunciata, mentre al contrario si è raccontata la falsa storia dell’Italia ormai fuori dalla crisi, per cui il tema era solo quello della redistribuzione della ricchezza, dalla flat tax al milione di posti di lavoro, dall’abolizione della legge Fornero al reddito garantito (di cittadinanza, di dignità, d’inclusione, salario minimo). Dall’altro lato, perché le forze di governo, quelle che dovrebbero essere responsabili, oltre ad aver dato pessima prova di sé nel corso degli anni, hanno finito col scimmiottare i professionisti della protesta, nutrendo l’elettorato di parole d’ordine tratte dall’armamentario della più bieca anti-politica (dal “noi siamo contro l’establishment e i poteri forti” di Renzi al “teatrino della politica” di Berlusconi) e ingaggiato una gara al rialzo con i populisti su chi prometteva di più, finendo con l’impedire all’occhio del cittadino di distinguere i responsabili dagli irresponsabili. Tutto questo non poteva che portare una grande parte degli italiani a rivolgersi a maghi e fattucchiere, premiandoli con il voto. Sulla base della regola, sempre valida, che l’originale è meglio della copia. E ora genera il fenomeno, anche questo non nuovo, della corsa a salire sul carro dei vincitori, peraltro presunti, come dimostrano le untuose prese di posizione di Confindustria e di Marchionne.

Si dirà: così state smentendo il principio secondo cui gli elettori hanno sempre ragione. Per la verità già Max Weber si era incaricato di chiarire che in quanto esseri umani, gli elettori possono sbagliare. Ma se accade, diceva, è perché vengono imbrogliati, e ciò dipende dalla qualità della loro preparazione politica, o meglio, dalla preparazione politica delle loro classi dirigenti. Che in questo caso ha significato che l’offerta politica presente sulla scheda elettorale fosse monca (quanto è mancata una forza centrale, quello che noi abbiamo chiamato, invocandolo, il “partito che non c’è) e tale da rendere difficili le distinzioni tra i votabili e gli invotabili. E alla fine hanno prevalso questi ultimi. Prevalso, ma non vinto, perché, per fortuna, il loro successo non è arrivato fino al punto da determinare maggioranze. In questo, paradossalmente, la pessima legge con la quale abbiamo votato, ha evitato che il disastro assumesse proporzioni bibliche.

Perché una cosa deve essere chiara: il risultato del voto è pessimo, vincere non ha vinto nessuno, ma stante così le cose, meglio (meno peggio) la situazione di stallo che si è creata – che può essere affrontata e gestita, se si lascia lavorare in pace il presidente Mattarella – piuttosto che la certezza di governi maledetti che, se fosse, nascerebbero o per consumare vendette (5stelle+Pd per seppellire Renzi), o per un malinteso ossequio all’elettorato (5stelle+Lega, i due presunti vincitori), o per abitudine all’intrallazzo parlamentare (centrodestra con l’ausilio di un esercito di presunti volonterosi). Ma di come uscire dall’impasse in cui ci siamo messi parleremo la settimana prossima, quando un po’ di fumo si sarà diradato e si potrà ragionare con maggiore cognizione di causa. Nel frattempo voi, cari lettori, se volete fare una cosa utile, (ri)sentitevi questo profetico Giorgio Gaber: https://www.youtube.com/watch?v=2nwJVn7zyug

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