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L'editoriale di TerzaRepubblica

Bonino alternativa al PD

PER CHI VOTEREBBE IL PD MA CONSIDERA RENZI UN OSTACOLO INSORMONTABILE L’UNICA ALTERNATIVA È BONINO

23 febbraio 2018

Cari lettori-elettori, dopo aver esaminato logiche e conseguenze del voto al centro-destra, formalmente unito in coalizione ma più che mai diviso e destinato a scomporsi ulteriormente dopo le elezioni con la sempre più probabile spaccatura della Lega (destinata però a prendere più seggi di Forza Italia), e dopo aver ragionato intorno al dilemma stensione o voto ai 5stelle, questa volta tocca al Pd e ai suoi alleati – ciò che rimane del centro-sinistra di stampo prodiano - e tutto quello che sta alla loro sinistra.

Per praticità, partiamo da “Liberi e Uguali”, perché la caviamo velocemente. Nutriamo simpatia per Bersani, anche se non riusciamo perdonargli alcuni errori politici macroscopici come quello di aver tentato un penoso (e inutile) flirt con Grillo, e non ci siamo mai accodati ai tanti che usano lanciare strali a D’Alema. Tuttavia, consideriamo autolesionistico per loro e mortale per il Paese aver scelto di andar via dal Pd, ma soprattutto di averlo fatto mettendosi nella condizione di dover rispolverare i vecchi tabù della sinistra per forzare le differenze con Renzi. Gli ingaggi dei presidenti di Camera e Senato, poi, hanno fatto il resto. Il voto a LeU ci sembra dunque un non senso, persino anche per chi è stato e resta comunista. Degli altri gruppetti della sinistra più estrema non vale neppure la pena di parlare.

E veniamo dunque al Pd e ai suoi tre alleati (“Insieme”, con i simboli di Verdi, Area Civica e Partito Socialista; “Civica Popolare” guidata da Beatrice Lorenzin, che unisce Italia dei Valori, Centristi per l’Europa di Casini, Democrazia Solidale, l’Italia è popolare e Alternativa popolare; “+Europa” di Emma Bonino con Bruno Tabacci). Nei sondaggi, soprattutto in quelli più riservati, la caduta del Pd nei consensi tocca punte impensabili, considerato che l’approvazione della assurda legge elettorale con cui andremo alle urne il 4 marzo presupponeva di vagheggiare il 40%, che ancora al momento delle presentazione delle liste si parlava (credendoci) del 30% e che, infine, si è indicata quella del 25% come la soglia minima sotto la quale è inimmaginabile arrivare. Invece, sarà grasso che cola se il Pd starà sopra il 20%. Un disastro cui, per il Pd, potrebbe aggiungersene un altro. Infatti, se accadesse quel che si paventa, e cioè che due delle tre liste collegate – quella guidata da Santagata e che ha ricevuto l’endorsement di Prodi, e quella della Lorenzin – non riescono a stare sopra l’1% ciascuna, mentre quella della Bonino starebbe sopra il 3%, ecco che per il partito di Renzi sarebbe un gioco a somma zero. Per la legge Rosato, infatti, chi sta sotto la soglia del punto percentuale disperde il suo piccolo capitale di consensi, mentre chi sta sopra quella dei tre punti fa bottino pieno per sé, a differenza delle liste che stanno tra l’1% e il 3%, che invece portano in dote i loro voti al partito cui sono apparentati (in questo caso il Pd).

Si dirà che entrare nella cabina elettorale facendosi influenzare dai sondaggi è sbagliato. Verissimo. Anzi, è fuorviante anche la logica del cosiddetto “voto utile”, che non ha senso in un sistema prevalentemente proporzionale e dietro la quale comunque si celano spesso vere e proprie prese per i fondelli. Detto questo, il calo (per non dire crollo) del Pd è evidente, e viene da lontano (Renzi ha perso amministrative, referendum e regionali siciliane, e alle primarie ha sì superato gli altri, ma con 1,3 milioni di preferenze, 400 mila in meno del 2013). Dunque il nodo è appunto Matteo Renzi. Una parte importante di elettori (e probabilmente di nostri lettori), riformisti moderati che vogliono la stabilità di governo, il mantenimento (anzi, il rafforzamento) dei legami dell’Italia con l’Europa e politiche di sviluppo che non dimentichino i temi sociali ma non per questo siano imbrigliate da un eccesso di vincoli, e che non si sentono confortati dai comportamenti e dagli atteggiamenti del “rottamatore” spaccatutto, devono quindi sciogliere il dilemma: votare Pd nonostante Renzi, magari investendo il loro voto nella speranza che capitalizzi quei consensi Paolo Gentiloni, diventando il dominus del dopo elezioni, o rinunciare perché l’ostilità verso il segretario del Pd è troppo forte? Vediamo di ragionare su entrambe le possibili scelte.

Nel primo caso va messo nel conto che Renzi ha imposto liste di candidati, alla Camera ma soprattutto al Senato, per ritrovarsi gruppi parlamentari totalmente al suo servizio. Immaginando che il risultato elettorale costringerà a fare patti al di fuori dello schema a quattro con cui si va alle elezioni, Renzi sa che avere il controllo dei parlamentari è indispensabile per poter reggere qualsiasi gioco si voglia fare dal 5 marzo in avanti. Dunque, il voto al Pd rimane un voto prima di tutto a lui. Certo, Gentiloni avrà dalla sua il Capo dello Stato, e sulla base della lettera costituzionale e tanto più in un passaggio politico complicato come sicuramente sarà il dopo voto, è cosa fondamentale. Ma poi le maggioranze si formano in parlamento, e per Renzi controllare le truppe è un punto di forza non da poco. Questo ragionamento significa che diamo per scontato che il segretario del Pd e il presidente del Consiglio saranno l’un contro l’altro armati? Non necessariamente, ma di sicuro faranno partite diverse. Molto dipenderà – e qui torniamo alle valutazioni iniziali sui pronostici – dalle conseguenze interne al partito dell’esito del voto: coloro che, sbagliando, non hanno posto per tempo e sul terreno politico, anziché quello viscido della spartizione dei posti, il tema delle scelte del partito e della sua conduzione, come reagiranno ad un’eventuale sonora sconfitta? Metteranno in discussione la segreteria di Renzi? E lui, nel caso, replicherà forzando verso la creazione (ormai già fetale) del Pdr-Partito di Renzi?

Capiamo che la risposta a questi quesiti ci sarà solo dopo le elezioni, mentre ora è il tema è la scelta di voto. Ma porsi domande prima aiuta a valutare bene. Magari, per esempio, arrivando alla conclusione che delle due opzioni, Pd sì o Pd no, forse è più ragionevole la seconda. Ma facendo cosa, in alternativa? Sono in molti, in queste ore, che si orientano a votare la lista della Bonino, tanto che appunto i sondaggi le assegnano un’alta probabilità di varcare l’asticella del 3%. In effetti, per quegli elettori riformisti che vogliono restare nel centro-sinistra ma a cui Renzi proprio non va giù, potrebbe rivelarsi la soluzione dei loro dilemmi. Proprio perché, superando la fatidica soglia, non sarebbe una lista che pratica la trasfusione di sangue elettorale al Pd ma nello stesso tempo evita fughe in avanti. E poi gli eletti (si parla di una dozzina, ma potrebbero essere anche di più) sarebbero i migliori alleati di Gentiloni. Abbiamo motivo di credere che questa sarà, per esempio, la scelta del ministro Calenda, fuori dalla contesa elettorale ma pronto a giocare un ruolo di primo piano dopo, sulla base del principio che non è obbligatorio essere parlamentari per essere in partita.

Non che non ci siano difetti, intendiamoci. Se vi ricordate, proprio qui su TerzaRepubblica, lanciammo un appello a Bonino e Tabacci perché non facessero la scelta di apparentarsi ai Democrat, per invece occupare lo spazio centrale del sistema politico – una prateria, se si considera l’astensionismo intelligente – lasciato libero da Scelta Civica. Eravamo in ottima compagnia, a cominciare da Stefano Folli, a chiedere che il “partito che non c’è” smettesse di rimanere tale.. Ma non fummo ascoltati, perché prevalse la preoccupazione di non superare il 3% e quindi, essendo da soli, di buttare via il consenso. Peccato. Il pronostico che ora accompagna “+Europa” al voto dice che avevamo ragione noi. Ma questo ha poca importanza. Ciò che conta è che ci sia nel prossimo parlamento una pattuglia di riformisti seri, e possibilmente che non debbano niente a nessuno e possano perciò agire da collante per mettere insieme una maggioranza capacità di offrire governabilità e stabilità.

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