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L'editoriale di TerzaRepubblica

Scordiamoci il Referendum

UN ANNO DOPO IL REFERENDUM I RIFORMISTI DEL NO PROPONGANO UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE

07 dicembre 2017

È passato un anno esatto dal referendum costituzionale, ma sembra che si tratti di un’era geologica fa. Ce ne saremmo già dimenticati se non fosse che ogni tanto salta fuori qualcuno a dire che i problemi che il sistema politico vive oggi, e che rischiano di complicarsi maledettamente dopo le prossime elezioni, siano figli della prevalenza del No sul Sì il 4 dicembre del 2016. Errato. I problemi che ci sono e che presumibilmente ancor più ci saranno sono figli di quel referendum, non del suo esito. Sono l’inevitabile conseguenza di aver stressato politica, istituzioni e società in quella competizione, con quei contenuti e in quella modalità. Una scelta a sua volta figlia dell’incapacità di capire il Paese e i suoi orientamenti. Un politico accorto non si avventura in uno scontro di quel tipo – montato a tal punto da farlo diventare politicamente epocale e nello stesso tempo un plebiscito personale – senza aver prima “sentito” i cittadini a cui ci si rivolge.

I lettori che hanno i capelli bianchi ricorderanno che nel 1974 Amintore Fanfani volle trascinare la Democrazia Cristiana nell’avventura del referendum sul divorzio, immaginando che l’Italia stra-cattolica e sede del Vaticano non potesse che esprime una maggioranza di Sì al quesito abrogativo. Diverse personalità Dc – anche con legami profondi oltretevere, come Giulio Andreotti – cercarono di far capire al segretario del partito che non era il caso di avventurarsi su quella strada, ma il Rieccolo fu irremovibile, volle la battaglia campale contro la legge Fortuna-Baslini e ne uscì con una sconfitta sonora dalla quale non si riprese mai più. Curiosamente il risultato, 60% a 40%, fu uguale, 42 anni dopo, a quello del referendum voluto da Matteo Renzi alla Fanfani maniera. Sarà una pura coincidenza, per carità, ma pare proprio volerci dire che c’è una sempiterna maggioranza di italiani che si oppone alle prove di forza (tanto più se su questioni malposte).

Tornando alle conseguenze del 60-40 di un anno fa, sia la frattura che si è consumata dentro il Pd – indebolendolo oggettivamente – sia l’eccessiva dipendenza da Renzi del governo Gentiloni, almeno nella sua prima parte di vita, sia soprattutto la legge Rosato, che ci porta al voto con un ibrido tra proporzionale e maggioritario che somma difetti e limiti di entrambi i sistemi senza averne i pregi, è evidente che siano altrettanti frutti avvelenati della forzatura referendaria, ma soprattutto della maldestra voglia di revanche che quel risultato ha determinato. In questo ha pienamente ragione Carlo De Benedetti quando nella sua urticante intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa afferma che Renzi meglio avrebbe fatto a prendersi un po’ di tempo sabbatico, andando all’estero a studiare come si esercita l’arte suprema del governare. O, al limite, ha ragione Pier Ferdinando Casini quando a Roma Incontra confessa di aver suggerito a Renzi di non dimettersi da presidente del Consiglio: “lo sostenemmo anche noi, a suo tempo, incitandolo però a lasciare la segreteria del Pd”. In tutti i casi, non si rende l’idea di aver capito la lezione se si va raccontando in giro – non si capisce bene, se credendoci o meno – che alle prossime elezioni politiche si può tornare ad unire il “fronte del Sì” di un anno fa. Quel 40% non è stato, e tantomeno è oggi, un’entità politica precisa – come peraltro il No, sia chiaro – ed è probabile che se si rifacesse quella votazione, sarebbe di meno. Meglio per Renzi e per il Pd chiudere definitivamente quel capitolo, dimostrando finalmente di aver elaborato il lutto del 4 dicembre 2016 e di aver capito qualcosa di quel che è successo dopo.

Detto questo, va parimenti detto chiaro e forte che anche il No non è stato capace di elaborare la vittoria referendaria e trasformarla in un successo politico che andasse al di là di quel momento. Dicemmo allora, e ripetiamo oggi con il senno di poi, che in quel 60% vincente c’erano diverse e per molti versi contrastanti componenti. Noi qui ci rivolgiamo a quella non ideologica, che ha detto No ad una riforma sbagliata e ad una concezione fuorviante della campagna referendaria, ma non all’idea che la Costituzione sia intoccabile. Quel doppio No, a merito e metodo, non significava negare la possibilità – noi aggiungemmo anche l’opportunità e per molti versi la necessità – di riformare la Carta, che sarebbe ottuso considerare un tabù. Anche nella prima parte. Dicemmo che occorreva, e diciamo che occorre, ben altro tipo di approccio di quello usato da Renzi. Intanto in termini di metodo. Non si può agire a strappi e in modo scoordinato, chiamando i cittadini a dare una risposta secca, e per di più cumulativa su diversi argomenti. Occorrono, per farlo, un luogo eletto, delle competenze e il tempo dovuto. E l’unico strumento non può che essere un’Assemblea Costituente, da convocare attraverso un voto proporzionale puro in un collegio unico nazionale, integrata da un certo numero di personalità indicate dal Presidente della Repubblica, e dar far lavorare parallelamente alla normale attività parlamentare. Perché non il “fronte del No”, che non esiste, ma la componente riformista di quel voto ha lasciato cadere l’opportunità di dimostrare che il diniego alla riforma Renzi non era viziato da pregiudizi, rilanciando il tema della revisione costruttiva della Costituzione? C’era un anno di tempo, periodo nel quale si sarebbe potuta portare alle Camere la proposta di convocazione dell’Assemblea Costituente facendo così coincidere le prossime elezioni politiche con l’elezione dei “ricostituenti”. Invece, niente.

Almeno ora, però, è lecito attendersi che nella campagna elettorale, chi ha la pretesa di dirsi liberaldemocratico e convintamente europeista e su questa base chiede il voto agli italiani, riapra il discorso della grande riforma costituzionale nel contesto di una proposta di generale rifondazione del Paese. Finora abbiamo solo assistito ad una gara a chi la spara più grossa in un favoloso mondo di promesse elettorali che nulla hanno a che fare con la realtà vera, che mai potranno essere mantenute e che, nel caso lo fossero, aggraverebbero i nostri mali endemici. Attendiamo che qualche voci si alzi, nel frastuono insopportabile.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario