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L'editoriale di TerzaRepubblica

Il disastro della politica senza rappresentatività

IL VOTO SENZA ELETTORI PRIVA LA POLITICA DI RAPPRESENTATIVITÀ REALE. DISASTRO PROSSIMO

10 novembre 2017

In Sicilia è stato a casa il 53% dei cittadini, e il fatto che sia la stessa percentuale di cinque anni fa è un aggravante, perché vuol dire che non si è riconquistato al voto nessuno. A Ostia al primo turno non hanno votato due su tre, e peggio andrà al ballottaggio. Prima di parlare di vincitori e di vinti, è questo il dato su cui dobbiamo soffermarci a riflettere: gli italiani sono così stanchi, disillusi, disperati, che non sono nemmeno più incazzati. I 5 Stelle, che pure sono nati soffiando sul fuoco della ribellione contro la politica e la casta, non riescono a vincere in Sicilia e ad Ostia vanno al secondo turno con il 30%, che vuol dire il 9% degli aventi diritto. Peggio ancora vanno le cose per i due partiti intorno a cui per vent’anni si sono costruite le coalizioni contrapposte della Seconda Repubblica: Forza Italia nell’isola con 315 mila voti non va oltre il 16,4% del 47% votante (pari al 6,8% del totale), mentre il Pd con 250 mila voti si ferma al 13% (pari al 5,4% degli aventi diritto).

Insomma, questa politica non ha più alcuna rappresentatività reale. E quando manca, la rappresentanza, non c’è additivo che tenga da mettere nella legge elettorale per colmare il gap: vinci e vai al governo, ma non governi. Alla Regione siciliana, per esempio, Musumeci ha già perso quel misero seggio in più che la sua coalizione, complessivamente arrivata al 42%, ha conquistato grazie ad un meccanismo maggioritario di assegnazione dei deputati regionali, e che il suo predecessore Crocetta neppure aveva. E comunque, con questo tasso di rappresentatività della società, nessuno, con o senza maggioranza nelle aule deliberanti, sarebbe in grado di mettere in campo scelte capaci di conquistare un consenso sufficiente di coloro a cui quelle scelte sono rivolte. La democrazia rappresentativa funziona nella misura in cui o c’è un alto tasso di partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini, oppure quel tasso è basso perché c’è una sostanziale continuità tra le diverse azioni di governo, tale per cui il non voto non è un segno di sfiducia o distacco, ma di relativa indifferenza di fronte alle diverse opzioni presenti sul mercato politico. Se invece l’astensionismo forma un fronte del “rifiuto consapevole” che va ben oltre la soglia fisiologica del disinteresse qualunquista fino a diventare di gran lunga il partito maggiormente rappresentativo, è evidente che il sistema politico non potrà funzionare e la democrazia diventerà sempre più solo formale. 

Ed è quello che rischia di accadere alle prossime elezioni nazionali, a marzo o maggio che sia: se il quadro presumibilmente sarà, come andiamo denunciando da tempo, di forte astensione, e quella metà o poco più dei voti espressi si dividerà tra partiti e aggregazioni elettorali (chiamarle coalizioni si fa torto al pudore) in modo tale che anche se qualcuno arriverà più avanti degli altri, nessuno avrà il 51%, ecco che si verificheranno due circostanze parimenti gravi: non ci sarà alcuna maggioranza, né si riuscirà a formarne una, per cui sarà inevitabile tornare alle urne (sperabilmente con un’altra legge elettorale); si formerà una qualche aggregazione di forze, ma il combinato disposto tra la loro eterogeneità, la reciproca demonizzazione urlata in campagna elettorale e la scarsa rappresentatività del corpo sociale che queste forze sapranno esprimere, finirà col creare una scarsa capacità di governo dei problemi e di prendere decisioni, nel migliore dei casi, o una totale ingovernabilità, nel peggiore.
Ma, si badi bene, il fatto che si esca dalle urne senza un chiaro e definito vincitore è condizione normale nelle democrazie occidentali. Peccato, però, che da un quarto di secolo in Italia si coltivi l’idea che dobbiamo addormentarci la sera del voto sapendo chi ha vinto e chi ha perso. E che se questo non succede trattasi di disastro biblico. La conseguenza inevitabile di questo pensiero (ma sarebbe meglio dire ossessione) è che si demonizzano le alleanze parlamentari, chiamandole spregiativamente “inciuci”, rendendole così impraticabili o prive di credibilità, nel caso si facciano. Se si vuole evitare che sia il Parlamento a organizzare le forze, occorre riformare (seriamente, però…) la Costituzione, adottando regimi istituzionali come il presidenzialismo e conseguenti sistemi elettorali e politici. Invece noi vorremmo l’una cosa senza l’altra, e facciamo disastri.

Alla vigilia del test siciliano avevamo detto che esso avrebbe avuto una forte valenza nazionale, soprattutto per chi lo avrebbe perso, ipotizzando che quei panni li avrebbe indossati il Pd. Pronostico facile, e dunque azzeccato. Per il partito di Renzi, e per il suo segretario in particolare, la batosta è stata sonora. E per entrambi, partito e Renzi, sarebbe tosto ora che facessero una seria analisi della loro situazione. Non per rinculare su vecchie posizioni, rispolverando miti, tabù e parole d’ordine, come la sinistra vetero – che tra l’altro elettoralmente oltre la pura testimonianza non va – vorrebbe si facesse. Ma per aggiornare il riformismo ai tempi che viviamo, senza cedere di un millimetro alla tentazione del populismo.
Ma pure il centro-destra che ha faticosamente vinto in Sicilia, farebbe bene a riflettere sui suoi destini, perché quella coalizione – peraltro destinata scollarsi subito dopo il voto per effetto delle sue contraddizioni, che è come pretendere di mettere e tenere insieme Angela Merkel e Marine Le Pen – potrà anche risultare prima alle elezioni politiche, ma difficilmente avrà la maggioranza. E lo stesso dovrebbero fare i grillini, visto che risulteranno quasi sicuramente il primo partito singolo, ma senza alleanze (che per ora continuano a rifiutare) non possono andare da nessuna parte.
Ricapitolando: elezioni senza elettori, forze politiche non rappresentative, legge elettorale sbagliata, vecchie coalizioni defunte o finte e nuove impraticabili, qualità infima delle classi dirigenti (si fa per dire). In queste condizioni il Paese – ha ragione Romano Prodi – è sull’orlo di un disastro senza precedenti. E in molti, specie nel mondo produttivo e degli affari, stanno dicendo che bisogna organizzarsi come se la politica non ci fosse. Una pia illusione, una china pericolosa.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario