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L'editoriale di TerzaRepubblica

Il Rosatellum bis è un disastro

IL ROSATELLUM BIS È UN DISASTRO. MA SE VINCE LA MERKEL FI E PD SARANNO COSTRETTI AD ALLEARSI CONTRO I POPULISTI

22 settembre 2017

Siamo a poche ore dalle elezioni in Germania, e se l’esito del voto sembra ormai scontato a favore di Cdu-Csu, il partito moderato di Angela Merkel, con i socialdemocratici di Martin Schulz destinati ad una seconda posizione con grande distacco, non altrettanto chiaro è come sarà il governo che si andrà a formare. Certo, la Merkel otterrà con tutta probabilità il suo quarto mandato consecutivo da cancelliere, ma si tratterà di capire se avrà una maggioranza autonoma (poco probabile, specie se l’estrema destra farà per la prima volta il suo ingresso in parlamento) o se dovrà ricorrere ad una coalizione, e in questo caso con chi, l’Spd, i liberali di Fdp o addirittura i Verdi. Senza contare che, almeno sulla carta, è possibile immaginare anche la nascita di un governo di sinistra, se Verdi e l’estrema sinistra di Die Linke avessero seggi sufficienti da sommare ai socialdemocratici e se questi ultimi non dovessero fare la stessa scelta che (saggiamente) Gerhard Schröder nel 2005, quando preferì allearsi con i democristiani piuttosto che fare il cartello delle sinistre con Oskar Lafontaine. Quel che conta, però, e che rappresenta un motivo di invidia per noi, è che questa incertezza venga vissuta in Germania con molta tranquillità, vuoi perché la “grande coalizione” è esperienza sperimentata e a nessuno verrebbe in mente di definirla un inciucio, vuoi perché l’opinione pubblica giudica una normale dinamica politica il formarsi delle alleanze in Parlamento, alla luce dei risultati elettorali.

Nei giorni scorsi, Antonio Polito ha efficacemente spiegato sul Corriere della Sera perché in Italia una figura come la signora Merkel, poco incline alla politica urlata e muscolare e per nulla disposta a concedere spazio al populismo, rischierebbe di subire una clamorosa sconfitta. Allo stesso modo, si può sostenere che nessuno dei protagonisti e dei costumi della politica italiana riscuoterebbe consenso in Germania. La verità è che a Berlino fin dal primo dopoguerra è in vigore una modalità elettorale e funziona un sistema politico-istituzionale pienamente condivisi e accettati, che assicurano la piena governabilità e rendono stabile il Paese. Cosa che non è in Italia, ormai dal lontano 1992. Tanto che noi, dopo il fallimento del bipolarismo maggioritario e nel pieno di una fase di transizione senza meta, ci accingiamo ad affrontare il nostro turno elettorale, tra qualche mese, con regole del gioco ancora inesistenti. La ricerca delle quali non avviene nel quadro di un dibattito su ciò che serve al Paese, a cominciare dalla prioritaria necessità di accorciare lo spaventoso iato tra cittadini e partiti e istituzioni, ma al contrario nel contesto di vergognose alchimie dove è più facile che i protagonisti della suburra siano animati dal desiderio di consumare vendette prima ancora che di assecondare loro disegni personali.

Prendiamo la stomachevole questione della legge elettorale. L’ultima trovata sarebbe – il condizionale è d’obbligo perché occorre vedere il testo – un mostriciattolo che assegnerebbe il 64% dei seggi con un sistema di calcolo proporzionale e il 36% attraverso collegi uninominali (ma sarebbe un maggioritario secco, chi ha un voto di più vince, o altro?). Ora, a parte che balza agli occhi la scelta di non concedere agli elettori la facoltà delle preferenze, il marchingegno – sulla cui tenuta in sede di approvazione non scommetteremmo un soldo bucato – non appare in grado né di assicurare un vincitore certo né di favorire le coalizioni capaci di dare la maggioranza ad un governo. Infatti, il proporzionale induce ciascuno a presentarsi per i fatti propri, accentuando in campagna le diversità, tanto più se, come sembra, lo sbarramento venisse fissato al 3% sia alla Camera che al Senato. Nello stesso tempo, la quota maggioritaria costringe alle coalizioni elettorali, in perfetta contraddizione con il “tutti contro tutti” del 64%. Prendiamo il centro-destra. Per un verso la quota proporzionale consente a Forza Italia di tenersi distinta e distante dal populismo anti-europeo della Lega, accentuando la competizione con essa specie al Nord. Tuttavia, l’uninominale costringerà Berlusconi a trovare dei candidati unici con Salvini e la Meloni, pagando così un prezzo salato sia sul piano della consistenza dei suoi gruppi parlamentari sia, soprattutto, sul piano politico, perché diventerà complicato sganciarsi da quei due compagni di strada qualora, come è molto probabile, il risultato del voto rendesse necessario, come unica opportunità per dare un governo al Paese, trovare un accordo con il Pd. Stesso ragionamento vale per il partito di Renzi – per ora lo definiamo così, poi vedremo dopo il voto siciliano, dove il candidato del centrosinistra, Fabrizio Micari, sarebbe quarto accreditato di un disastroso 8% – che si troverebbe costretto ad allearsi con chi sta alla sua sinistra per tentare di vincere nei colleghi uninominali, salvo poi girarsi dall’altra parte per allearsi con Berlusconi. Questo, naturalmente, nella presunzione – ma in noi è una radicata convinzione, di cui vi parliamo ormai da molti mesi – che non ci siano le condizioni politiche, anche nel contesto europeo, per formare i due vecchi poli di centro-destra e centro-sinistra, e qualora si formassero non ci siano i voti per renderli vincenti. Probabilmente, l’unico aspetto positivo di questo pasticcio sarebbe rappresentato dalla maggiore difficoltà che ci sarebbe nell’aggregare il “fronte dei populisti”, perché il duo Salvini-Meloni sarebbe costretto a scegliere Grillo (e viceversa) preventivamente, sempre per via dell’uninominale, cosa che sarebbe invece più facile se l’intesa – ammesso che ci fossero i numeri in entrambi i rami del parlamento – potesse essere posticipata dopo il voto (ma in quel caso Lega e Fratelli d’Italia dovrebbero separarsi da Forza Italia dopo aver concorso insieme al 36% dei seggi).

Come si vede, anziché rendere meno probabile un esito spagnolo delle prossime elezioni – non vince nessuno e si torna a votare dopo qualche mese, cosa che genera mostri come insegna la vicenda catalana di queste ore – la soluzione cui Pd e Forza Italia hanno sciaguratamente lavorato rischia di produrre una impasse senza precedenti. Non resta che sperare – e in questo caso la probabilità per fortuna è alta – che dal voto tedesco esca un quadro forte, capace di influenzare, come sembrava essere nei giorni scorsi grazie a Tajani, scelte razionali ed europee tanto da parte delle componenti moderate che di quelle riformiste italiane. Sperando che basti.

 

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario