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L'editoriale di TerzaRepubblica

Il fallimento dei quarantenni

IL FALLIMENTO DEI QUARANTENNI. NON BASTANO SLOGAN E ANAGRAFE PER RISOLVERE I PROBLEMI DEL PAESE

28 luglio 2017

Articolo, a firma Enrico Cisnetto, pubblicato sulla rivista Paradoxa 

Non è l’età. Sono bastate un po’ di parole d’ordine, dal 2.0 al 4.0, passando per ‘rottamazione’, ‘sharing economy’ e qualche altro tormentone mediatico tra un tweet e un hashtag, perché si insinuasse pervasiva l’illusione che tutti i problemi dell’Italia fossero riconducibili solo ad un fatto anagrafico, quella che i sociologi hanno prontamente chiamato ‘questione generazionale’. Invece, avvicinandoci ormai al terzo decennio del terzo millennio, appare chiaro che quella che era stata presentata come la ‘rivoluzione dei quarantenni’ non sta dando i frutti sperati. Anzi.

Certo, per molti anni siamo rimasti inchiodati ad un bipolarismo muscolare, con due eserciti immobili e contrapposti che si sono rivelati buoni solo a vincere le elezioni (o meglio, a perderle lasciando all’antagonista il successo), ma non a governare. Tra le lotte intestine del centrosinistra e le devianze dal padre-padrone Berlusconi nel centrodestra, il Paese è rimasto bloccato per anni. E non c’è dubbio che una scossa fosse necessaria. Ma, purtroppo, è stata solo enunciata. Slogan, o poco più. Per esempio, la ‘rottamazione’ è stata una parola d’ordine fortunata, ha incarnato esigenze effettive, latenti nella società, ma ha finito col lisciare il pelo al populismo con un mantra cui nessuno ha fatto opposizione. Ma il concetto stesso, al di là del suo (ab)uso mediatico, aveva un pesante vizio genetico: la totale mancanza di contenuti.

Ora, è indubitabile che l’Italia sia un paese ad alto tasso di gerontocrazia. Ma è anche vero che è il paese vecchio più vecchio del mondo, sia anagraficamente che storicamente, ed è quindi fisiologico che, essendo il territorio con più anziani al mondo, le decisioni, le fasi della vita, la conquista e la detenzione del potere arrivino e si esprimano più tardi rispetto agli altri paesi. Come non è da sottovalutare che le istituzioni sono di antica e lunga tradizione e che sono sempre state forza di resistenza al cambiamento. Ci sono state delle eccezioni, dalla dittatura fascista alle proposte di Craxi per il presidenzialismo e quelle di De Mita per il premierato alla tedesca – anche se il vero cambiamento si è mosso intorno a quella rappresentanza minoritaria, ma determinante, che erano i Repubblicani di Ugo La Malfa – ma ciò non esclude che, per riuscire a ‘cambiare le cose’, in Italia sia necessario maggiore impegno rispetto a paesi più giovani, e di conseguenza più energici e meno pervasi da spirito di conservazione. Tuttavia, le forze della storia, come quelle della natura, sono molteplici e spesso funzionano per azione e reazione. Anni di immobilismo politico e stallo istituzionale hanno creato un bacino fertile per il cambiamento. Che è sempre prerogativa delle generazioni più giovani. Ma la prova della realtà ha palesato quanto i quarantenni di oggi, in Italia, abbiano trasformato una situazione fisiologica in patologica.

Una volta conquistato il potere – e non solo quello politico, ma anche manageriale, imprenditoriale, burocratico, culturale, mediatico – la ‘gioventù bruciata’ non ha dimostrato una reale autosufficienza, non solo perché priva della necessaria esperienza e di adeguata preparazione, teorica negli studi e pratica nelle istituzioni, ma perché inconsapevole di questa mancanza e comunque indisponibile a cercarla laddove presente. Carica di una superficialità eletta a modus operandi e ad un cinismo come chiave interpretativa del reale, l’attuale generazione dei quarantenni ha pensato che fosse tutto semplice: la politica economica, le scelte strategiche a livello internazionale, il dialogo con il pubblico, le sfide imprenditoriali, la selezione della classe dirigente, il drafting normativo e le relazioni tra le istituzioni. Troppo spesso si è pensato che superare l’immobilismo degli ultimi anni fosse solo una questione di fare, un ‘fare purchessia’ al di là del ‘cosa fare’. Ma un progetto per il Paese, in grado di restituire vitalità e rilanciare lo sviluppo non si ottiene solo con una formale lotta alla gerontocrazia o attaccando la burocrazia autoreferenziale. Si parla tanto della ‘rupture’ di Macron, ma il neopresidente francese non è un coniglio uscito miracolosamente dal cilindro della politica transalpina o solo un quarantenne che ha potuto contare su circostanze fortunate, ma il frutto di una scelta di una parte consistente e significativa dell’establishment, con alle basi una scelta strategica che ha trovato in lui il rappresentante ideale. Macron – al di là di come sarà la sua resa – è il prodotto di una classe dirigente consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, dotata di ‘visione’ e capace di esprimere ‘pensiero’, che visto lo sgretolarsi dei partiti di governo e di fronte al pericolo populista-sovranista incarnato dalla Le Pen, ha costruito una seria e credibile alternativa. Macron è un impasto di Ena, di élite intellettuali (Jacques Attali è il più conosciuto, ma ce ne sono molti altri) e di simpatie mediatiche («Le Figaro»), di finanza parigina e internazionale, con in testa la banca Rothschild, di grandi imprese coscienti del ruolo sistemico che hanno, di endorsement europei (Merkel) e atlantici (Obama), di interessi politici ed economici globalisti. Ora lo valuteremo alla prova dei fatti. Ma di tutto ciò in Italia sembra comunque non esserci traccia.

La new generation di Renzi è sostanzialmente fallita. L’ex presidente del Consiglio ha sbagliato e sta sbagliando praticamente tutto. Fu un errore, di metodo e di merito, la forzatura del referendum costituzionale e la personalizzazione estrema di quella battaglia, è stato un errore la modalità con cui ha gestito la sconfitta – ben al di là delle contraddizioni che pure si possono fare intorno agli impegni di ritiro manifestati e poi disattesi – sono un errore le reiterate forzature messe in atto da segretario del Pd in questi mesi, da quella per le elezioni anticipate alle varie avute nei confronti delle componenti interne del partito. Lacerazioni inopportune, spesso inutili, sicuramente dannose per un leader declinante di un partito declinante. Atteggiamenti che derivano dal fatto che Renzi agisce secondo una logica esclusivamente individuale (ormai nemmeno più di gruppo, tant’è che è assai probabile che assisteremo presto ad uno sfaldamento dello stesso ‘giglio magico’), sorretto da un ego smisurato e animato da una non meno sconfinata voglia di rivincita. Insomma, roba da psicanalisi. Niente che abbia a che fare con la politica. Per la quale dovremmo accontentarci di sapere che Renzi non è un ex comunista e che non è affetto, anzi, dai tic della sinistra classica, tantomeno di quella radical chic. Buone premesse, è vero, ma insufficienti per cavarci una linea politica e soprattutto un bagaglio programmatico all’altezza delle sfide che l’Italia ha davanti. Tanto più se si tiene conto dei risultati, largamente insufficienti, conseguiti dal suo governo. Anzi, ora si fatica persino a capire chi sia e cosa voglia Matteo Renzi, adesso che ha perso per strada le caratteristiche con cui si era imposto: il rottamatore ha lasciato il posto al killer seriale, il riformatore al pasticcione che strologa sul futuro perché non sa leggere il presente.

La vicenda renziana dimostra che non basta qualche slogan o l’apologia del nuovismo per invertire la rotta di un paese, tanto più se in declino. Le decisioni dolorose che occorrerebbe prendere sono necessarie, anzi indispensabili, perché neppure ai quarantenni è consentito essere medici pietosi. Non esistono soluzioni facili per rilanciare l’Italia, non si recupera un quarto di secolo di perdita di produttività con una legge finanziaria, non si rilanciano i consumi con 80 euro distribuiti a pioggia e l’ottimismo non risorge con una seppur pervasiva e martellante ‘narrazione’.
Sono le circostanze eccezionali che fomentano l’ascesa dei leader, ma poi, una volta terminato il periodo particolare e conquistato il potere, serve qualcosa di più. Citando Machiavelli e Hegel, Michele Magno su Formiche ha ricordato che il leader è «il protagonista delle grandi crisi di transizione, colui che squarcia l’involucro soffocante del vecchio ordine per farne nascere uno nuovo». Ma che poi deve tracciare rotte verso un qualche porto, e quindi deve sapere dove andare. Ecco, non sembra che i quarantenni di oggi riescano a raggiungere una qualunque destinazione senza Google Maps.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario