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L'editoriale di TerzaRepubblica

La crisi è finita, ma non per Italia

LA CRISI IN EUROPA È FINITA, IN ITALIA CONTINUA E RISCHIA DI AGGRAVARSI PER LA QUESTIONE BANCHE

19 maggio 2017

Il vento è cambiato, in Europa. Pochi giorni dopo l’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, che ha sancito la sconfitta del fronte sovranista e fatto immaginare che la “maggioranza silenziosa europeista” abbia ritrovato voce in tutta la Ue, Mario Draghi fischia ufficialmente la fine della crisi economica nel Vecchio Continente, sepolta da una crescita ormai stabile e duratura. Bene. Anzi, benissimo. Peccato che ci sia il rischio, per non dire la certezza, che il nuovo vento possa spirare contro di noi, e che addirittura ci tagli la faccia. Sia perché in Italia l’intensità della ripresa è circa la metà di quella Ue e appare niente affatto salda, sia perché è assai probabile che dietro l’inaspettato ottimismo del presidente della Bce si nasconda l’intenzione – o l’obbligo, visto il prorompente ritorno dell’asse franco-tedesco – di cambiare la politica monetaria, ed è evidente quali effetti possa produrre per noi che l’abbiamo sfruttata meno degli altri la fine della stagione dei tassi a zero. Dunque, male. Anzi, malissimo. Anche perché l’aria (nuova) che tira nelle maggiori capitali continentali e a Bruxelles è quella di non farci sconti. A cominciare dalle banche.

Infatti, mentre ci trastulliamo con le edificanti telefonate di casa Renzi tra babbo e figlio, o facciamo scommesse sull’esistenza di pressioni a destra e a manca del ministro Boschi per trovare un salvatore a Etruria, considerata un po’ la banca di famiglia, le autorità europee, nell’ignavia pressoché generale, ci stanno preparando uno scherzetto sugli istituti in difficoltà – da Montepaschi alle due banche venete – e più in generale sui crediti bancari in sofferenza, che potrebbe metterci con le natiche per terra in modo piuttosto doloroso. È bene parlarne, perché il combinato disposto tra la fine del Quantitative Easing monetario e questa empasse bancaria rischia di produrre effetti devastanti, destinati a ripercuotersi sui conti dello Stato (non fosse altro per minor crescita del pil) facendo scattare altri diktat europei.

Sulle banche, tutto ha inizio con il decreto salva-istituti di credito (sic) varato alla vigilia di Natale scorso: 20 miliardi, che sono oggettivamente più che abbondanti rispetto alle necessità. La Ue da luce verde, tutto sembra risolto. Così, prima Siena, poi Vicenza e Montebelluna chiedono l’intervento salvatore dello Stato. Peccato che, come sempre, il diavolo si nasconda nei dettagli. Il testo del decreto parla di aumenti di capitale precauzionali, una definizione che fa pensare ad interventi per evitare eventuali crisi future, non per risolvere quelle già conclamate. E infatti, da quel momento parte un balletto sfinente con la struttura di vigilanza della Bce e con la direzione generale competitività dell’Unione Europea, per certi versi anche in contrasto tra loro, circa l’esistenza di pre-condizioni considerate necessarie per consentire al Tesoro italiano di spendere quei soldi. Con il risultato che banche in difficoltà hanno visto trascorrere mesi senza che una decisione fosse presa, generando sfiducia e conseguente fuga dai depositi. Ora, è evidente che questo intervento cosiddetto precauzionale è di fatto alternativo al bail-in, cioè la regola, introdotta senza che il governo italiano frapponesse alcuna obiezione, che porta alla risoluzione le banche in stato fallimentare. I paesi che a suo tempo l’hanno voluta, questa regola, Germania in testa, avevano già provveduto ad erogare fondi salvifici per le loro banche, e dunque la tagliola finisce per riguardare prevalentemente, se non esclusivamente, le banche italiane. Ovvio che chi l’ha voluto, il bail-in, ora lo voglia veder applicato. Vi chiederete, allora, perché Bruxelles nel dicembre scorso abbia dato l’okay al nostro decreto, invece di respingerlo etichettandolo come “aiuto di Stato”. Due le spiegazioni: la prima è appunto la coda di paglia di chi prima ha dato gli aiuti alle sue banche e poi messo il veto per quelle altrui; la seconda riguarda il clima politico europeo, che a dicembre risentiva ancora del fatto che non si erano svolte le temute elezioni in Austria, Olanda e Francia, mentre ora in tutte e tre i casi il fronte europeista ha battuto quello populista-nazionalista e dunque la Commissione Europea torna ad avere forza e centralità.

Se poi a questo si aggiunge il fatto che l’integrazione bancaria europea ha generato mostri, vuoi perché le modalità di vigilanza introdotte dalla Bce hanno messo in campo un sistema che pretende di applicare il principio del “rischio zero”, che di fatto sterilizza il merito di credito, vuoi perché i meccanismi di valutazione dei potenziali rischi futuri (i cosiddetti stress-test) sono a dir poco cervellotici, e che tutto questo si è rivelato punitivo soprattutto per l’Italia, ecco che appare chiaro perché sarebbe stato, e tuttora sarebbe, necessario un intervento risoluto e risolutivo del governo italiano. Quale? Beh, un governo che decide – coraggiosamente, seppure con ritardo – di stanziare 20 miliardi per le proprie banche pur sapendo che ai poteri forti europei quella scelta non piace, deve poi avere la forza di spenderli senza guardare in faccia nessuno. Se il ministro dell’Economia avesse la mattina dopo invitato i capi delle banche bisognose – magari anche di quelle che non si sono definite tali ma che in realtà lo sono – e avesse distribuito quei 20 miliardi, intanto si sarebbero messi in sicurezza quegli istituti e l’intero sistema bancario nazionale, e poi si andava a Bruxelles e Francoforte a vedersela con gli arrabbiati. Così, invece, si lascia che quegli stessi arrabbiati ci cuociano a fuoco lento, facendo la figura di essere un Paese che non è neppure in grado di usare le proprie risorse.

Dunque, è tutta colpa del quadrilatero maledetto Francoforte-Bruxelles-Berlino-Parigi? Manco per idea. La colpa è nostra. Sì, certo, in ciascuna di quelle capitali del potere europeo albergano pulsioni anti-italiane, spesso con l’aggravante che chi le coltiva è fin troppo indulgente con se stesso e gli interessi che rappresenta. Ma mai come in questo caso vale il teorema che quando vola una sberla uno schiaffo la colpa è di chi se lo fa dare. E noi italiani ci siamo messi proprio nella condizione di farceli rifilare, questi ceffoni. Già, noi abbiamo le nostre beghe da cortile da curare…

 

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