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L'editoriale di TerzaRepubblica

Vince Renzi, perde il PD

PRIMARIE, RENZI HA VINTO MA IL PD HA PERSO. E SE VA COSÌ ALLE ELEZIONI È DISASTRO ANNUNCIATO

05 maggio 2017

Matteo Renzi ha vinto con largo margine sia la consultazione interna al Pd (66%) sia le primarie aperte del partito (70%, al lordo di contestazioni varie e riconteggi in atto), con ciò non solo riconquistandone la segreteria e consolidando la sua leadership interna, ma anche e soprattutto consumando la sua vendetta nei confronti della sconfitta referendaria di dicembre. Fin qui non ci piove, ed è del tutto inutile, oltre che improprio, proporre altre letture della consultazione dei Democratici. Ma nel momento in cui la vicenda smette di essere un fatto di partito per diventare una questione politica generale, allora corre l’obbligo di analizzare le primarie quale premessa dei prossimi appuntamenti elettorali – dalle ormai imminenti amministrative al voto nazionale, prossimo o meno prossimo che sia – per capire quali siano le tendenze a prescindere dal ricorso ai sondaggi, il cui grado di attendibilità è sempre incerto. E allora non si può prescindere dai numeri.


Partiamo dal voto che ad inizio aprile ha coinvolto gli iscritti ai 6.648 circoli del Pd: sono andati a votare in 266 mila, in media 40 per sezione, pari al 59% degli aventi diritto. È vero che non era un’elezione diretta – come sarebbe logico in un partito che deve dare ai propri iscritti e non ad altri il diritto di scegliersi il gruppo dirigente – ma si trattava pur sempre del voto riguardante il segretario, dunque è grave che oltre il 40% dei tesserati sia rimasto a casa. Tanto più in un partito che solo nel 2009 aveva il doppio degli aderenti rispetto a quelli di oggi. Con queste premesse, la partecipazione alle primarie di domenica scorsa non poteva che essere deludente. E infatti, si sono recate ai gazebo 1 milione e 848 mila persone, cioè 966 mila in meno rispetto alle primarie del dicembre 2013, che salgono a 1 milione e 254 mila in meno se il confronto si fa con quelle dell’ottobre 2009 (vittoria di Bersani) e addirittura a 1,7 milioni in meno rispetto alle primarie dell’ottobre 2007 (Veltroni), quando i partecipanti furono pressoché il doppio (3,55 milioni). Certo, Renzi aveva indicato nel milione la soglia oltre la quale la consultazione sarebbe stata un successo, ma era un’evidente furbata. La verità è che in un decennio si sono dimezzati iscritti ed elettori primari (veri o presunti che siano, visto che nessuno li controlla), cosa che ha fatto calare il consenso alla leadership dai 2,69 milioni di voti che prese Veltroni all’1,28 milioni racimolati da Renzi ora (che peraltro sono 601 mila preferenze in meno prese sempre da lui la volta precedente).


Naturalmente chi si accontenta gode, ma è evidente che questi numeri non potranno non riflettersi sul grado di consenso che gli italiani assegneranno al Pd nelle prossime occasioni elettorali. Tanto più che nel frattempo un pezzo del partito – per quanto minoritario – è uscito e porterà altrove un po’ di voti. Si dirà: fatti del Pd. Vero. Ma disgraziatamente sono fatti di tutti, visto che l’alternativa non è rappresentata dal centro-destra moderato, che nella vecchia versione a guida berlusconiana non esiste più e, ove esistesse, sarebbe a trazione salviniano-meloniana, ma dai grillini, cioè da una accozzaglia di populisti, giustizialisti, nazionalisti, sovranisti, protezionisti e cyberfascisti, con in più l’aggravante di essere dilettanti privi di ogni cultura politica. Così come sono fatti che riguardano tutti che il centro e la destra moderata abbiano adeguata rappresentanza politica e parlamentare.


Naturalmente, non può essere caricata sulle spalle dei cittadini elettori la responsabilità di evitare la scelta peggiore: il loro voto merita rispetto qualunque esso sia, anche quando è palese che si tratta di una protesta contro qualcuno e qualcosa e non una scelta per qualcuno e qualcosa. Mentre è colpa delle élite politiche esistenti e delle classi dirigenti fin qui deleganti se l’offerta elettorale non suscita speranze, che sono l’unico antidoto capace di sopire rabbie e delusioni.


Ed è proprio questo il punto che andrebbe indagato da Renzi e dagli altri dirigenti del Pd, così come dai moderati variamente accasati: siamo sicuri che stiamo offrendo agli italiani un’opzione politica praticabile, decentemente attraente e rassicurante, e nello stesso tempo una classe politica credibile, che non sia formata né da casta impresentabile né da nuovisti improvvisati? Perché così non pare, e i numeri del Pd lo dicono senza tema di smentita. E perché, se si così sarà, il risultato non potrà che essere drammatico. Continuare a recitare un copione consunto in cui si immagina (o si fa finta di immaginare) che sia ancora in funzione il vecchio bipolarismo e che la partita sia ancora quella tra centro-destra e centro-sinistra, rischia di rendere l’Italia l’unico paese in cui oltre che a crescere, come in tutta Europa, i populisti possono anche vincere. In Austria e Olanda e – speriamo – domani in Francia nel ballottaggio tra Macron e Le Pen, finora gli anti-sistema hanno rafforzato le loro posizioni ma sono rimasti all’opposizione. La Germania neppure corre quel pericolo. In Italia, invece, ci sono tutte le premesse perché chi disprezza la democrazia rappresentativa e si fa guidare da un comico capopopolo e da una società di consulenza con privatissimi interessi di business, arrivi, direttamente o usando figure terze scelte con metodi opachi, al governo del Paese.


Purtroppo oggi, dopo la recita inutile delle primarie democratiche, vediamo riaccendersi il tormentone sul voto anticipato, ci si azzuffa sulla legge elettorale, si blocca l’operatività del governo su ogni questione (e viceversa il governo si “autosospende” per eccesso di timidezza) e, come se non bastasse, ci si divide sul fatto se l’impasse che viviamo sia figlia del punitivo “no” dei nemici di Renzi alle riforme costituzionali o piuttosto del fatto di avere, Renzi, imprigionato il Paese in un referendum su riforme sbagliate e di avere varato normative elettorali anti-costituzionali (noi siamo notoriamente del secondo parere, ma non partecipiamo a questo onanistico rimpallo di responsabilità). Sono tutti graziosi regali a Grillo. È venuto il momento di voltare pagina. Il tempo stringe maledettamente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario