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L'editoriale di TerzaRepubblica

Gentiloni batti un colpo

ORFANO PER LA SCISSIONE PD, PRESSATO DALLA  UE E CON I POPULISTI ALLE CALCAGNA: GENTILONI BATTA UN COLPO

24 febbraio 2017

Consumata una scissione, quella dentro il Pd, che non passerà certo alla storia, perché povera di contenuti programmatici e culturali – in fondo in ballo c’è solo una diversità di accenti rispetto ad un comune approccio populista e giustizialista, seppur light – e perché priva della capacità di rappresentarsi sulla scena politica come uno psicodramma vero, tipico delle grandi svolte, ora si tratta di fare i conti con le conseguenze di questo passaggio politico, figlio naturale della sconfitta di Matteo Renzi al referendum che testardamente e stupidamente ha voluto, e imposto al Paese. Quelle interne al Pd possono essere liquidate in poche battute, ed hanno più a che fare con chi è rimasto piuttosto che con chi ha fatto (o farà) le valigie. Infatti, è più interessante notare che le candidature di Emiliano e Orlando alle primarie hanno come vero obiettivo quello di fare in modo che Renzi non arrivi al 50%. Cosicché, nel caso, oggi altamente probabile, che nessuno raggiunga la soglia, a scegliere il segretario del Pd non saranno i cittadini dei gazebo, ma i delegati nell’assemblea nazionale eletti con le liste collegate agli sfidanti. Con la conseguenza che alleanze e maggioranze verrebbero scompaginate, e un eventuale accordo tra Emiliano e Orlando metterebbe fuori gioco Renzi, con tutto quel che ne consegue non solo e non tanto dalle parti di Largo del Nazareno quanto da quelle di palazzo Chigi. Se poi, invece, Renzi ce la dovesse fare, saprebbe che c’è una componente decisiva per la sua tenuta, pronta a staccare la spina se dovesse ripetere l’errore di sentirsi padrone assoluto e non avere alcuna disponibilità alla mediazione e all’inclusione.

Tuttavia, non saranno le beghe condominiali del Pd a determinare i nostri destini più prossimi, a cominciare dalla scelta di quando andare alle urne. La partita vera si svolge in Europa e con l’Europa, e già se ne sono viste le avvisaglie con l’insistenza di Bruxelles nel pretendere subito da Roma una manovra correttiva, atteggiamento che non può certo essere giustificato dalla portata della stessa, visto che si tratta di soli 3,4 miliardi (lo 0,2% di deficit-pil di troppo, al netto dello 0,4% scontato per i costi dei rifugiati e del terremoto). Tra l’altro, molti paesi hanno sfidato la procedura d’infrazione in modo ben più grave senza che nulla accadesse. Per carità, è anche legittimo che Commissione Ue e Germania si sentano prese in giro da chi sottoscrive impegni – anche quelli che non andrebbero presi – e poi regolarmente non li rispetta. Ma ci deve essere un’altra spiegazione. Anzi, ce ne sono due. La prima attiene alla fase pre-elettorale che riguarda, nell’ordine, Olanda (marzo), Francia (aprile) e Germania (settembre). Specie nel caso francese, in quelle consultazioni politiche c’è in ballo la tenuta dell’argine, non solo nazionale ma anche continentale, nei confronti delle spinte populiste e sovraniste, che si sono già rese vittoriose con la Brexit. Ora, non solo è normale, ma pure opportuno che ci sia a Bruxelles, a Francoforte e nelle più importanti cancellerie, la forte preoccupazione che quella diga possa cedere in Italia con la vittoria dei 5stelle, magari supportati – come qui andiamo avvertendo da mesi – dal duo anti-euro Salvini-Meloni. E le probabilità, ahinoi, non solo non sono poche, ma crescono via via che le forze politiche che quell’argine dovrebbero incarnare, rendono palese la loro incapacità di governare e di essere credibili agli occhi di un’opinione pubblica sempre più delusa, spaventata e incattivita. Ma, soprattutto, il timore è che ciò accada nel paese che ha il più alto debito e il minor tasso di crescita in Europa, con conseguenze letali per la moneta comune. Tanto più se una svolta politica di quel segno dovesse coincidere con un cambiamento della politica monetaria, l’unica cosa che finora ha consentito all’Italia di evitare la crisi del debito sovrano. Il ritorno dell’inflazione, ovunque in Europa (tranne che in Italia), ad una crescita intorno al 2%, per effetto di una ripresa non travolgente ma significativa (sempre tranne che in Italia), rende più agevole a chi non ha mai digerito in quantitative easing imposto da Mario Draghi, chiedere che la Bce rialzi i tassi d’interesse. E se ciò accadesse, noi che già ora abbiamo lo spread oltre i 200 punti, ci ritroveremmo non solo a pagare 20-30 miliardi all’anno in più di oneri sul debito, ma avremmo il fianco scoperto ad attacchi speculativi come quelli del 2011, quando andammo ad un passo dal default. Con la differenza che, rispetto ad allora, non avremmo più alcune cartucce difensive, già sparate nel frattempo. Ecco perché l’Europa ci impone la manovra correttiva e pretende che la prossima legge di bilancio attui interventi draconiani (almeno 20 miliardi). Per carità, possiamo dire che costoro sono brutti e cattivi, possiamo contestare (anche con ragione) un’austerità fine a se stessa – salvo però ammettere che abbiamo sempre sottoscritto tutto e che mai siamo riusciti ad offrire all’euroclub una credibile e ragionevole politica alternativa, praticando invece la penosa questua della cosiddetta flessibilità – ma questo non ci esime dal dover fare i conti con una situazione strutturale di finanza pubblica che ci rende drammaticamente vulnerabili. E questa volta sbaglia chi conta sul fatto che siamo troppo grandi e troppo ingombranti per essere lasciati al nostro destino: la corda dell’eurosistema è talmente prossima allo strappo per poter contare sulla benevolenza altrui.

Per questo, come diciamo fin dalla sua nascita, il vero tema è il governo Gentiloni, non il Pd e i suoi mediocri conflitti. Lo abbiamo difeso, sdoganandolo dal marchio d’infamia di essere una fotocopia nelle mani di Renzi. Abbiamo descritto il low profile di Gentiloni – nomen omen – come un opportuno strumento di pacificazione politica, anche se un po’ rovinato dai problemi interni del Pd. Abbiamo detto con nettezza che la legislatura va portata a compimento e che l’idea di anticipare il voto, oltre che rispondere solo alle ansie di rivincita di Renzi – che francamente sono un problema suo e della sua psiche – è alquanto sciocca, visto il calendario elettorale europeo, che rende più che conveniente votare a marzo 2018 dopo aver visto se quel famoso argine anti-populisti avrà tenuto o meno. Insomma, non siamo dei fans – non lo siamo di nessuno per dna – ma certo in noi Gentiloni ha trovato sostegno. Detto questo, anzi, proprio per questo, abbiamo già suggerito al presidente del Consiglio, e adesso torniamo a ripeterlo con ancora maggiore forza, che è ora di parlare agli italiani e di offrire loro, ridandogli la speranza, la ricetta per far ripartire il Paese. Poco importa, poi, se il tempo a disposizione è esiguo e le possibilità concrete di fare poche. Ma di fronte alla gravità dei problemi che incombono, al cospetto delle attese europee e con il rischio crescente che la pochezza della politica – si pensi alla gestione del dopo terremoto o al “caso taxi”, tanto per fare un paio di esempi – induca gli italiani a usare grillini e associati per rifilare l’ennesima sberla ai partiti tradizionali, dare un segno di vitalità è fondamentale. Come ha scritto Massimo Giannini, Gentiloni è rimasto “orfano” sia di Renzi, che vuole liquidarlo il prima possibile, e sia dei fuoriusciti capeggiati da D’Alema e Bersani, che lo vogliono vivo ma imponendogli una politica dal sapore antico. Ma qualche volta perdere i padrinaggi in politica è un vantaggio. A patto che si sappia approfittarsene.

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