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L'editoriale di TerzaRepubblica

Governo con o senza Renzi

AGGIUNGERE AL REFERENDUM IL VOTO SUBITO? UNA FOLLIA OCCORRE UN GOVERNO VERO CON O SENZA RENZI

09 dicembre 2016

E no, adesso basta! Questo maledetto referendum ha già prodotto abbastanza danno per aggiungerci anche quello di elezioni anticipate di cui non si capisce la ragion d’essere, se non rappresentare uno stupido riflesso condizionato da parte di chi ha già dato ampia prova di irragionevolezza e irresponsabilità. Così significa non aver capito il vero messaggio politico che gli italiani hanno dato con il voto di domenica scorsa, e che martedì Luca Ricolfi ha mirabilmente tratteggiato in un editoriale sul Sole 24 Ore. Ma andiamo con ordine, e partiamo dal risultato della consultazione.

Il referendum costituzionale ha un padre certo – Matteo Renzi – che l’ha voluto a tutto i costi, e che soprattutto l’ha trasformato in un plebiscito pro o contro se stesso, infilandosi testardamente in un’avventura senza senso, a prescindere dalla bontà o meno delle riforme proposte (comunque modeste quando non sbagliate). Personalizzandolo oltre misura, ha dunque reso inevitabile che i No al 60% producessero un unico sconfitto, lui. Ammetterlo, come Renzi ha fatto un’ora dopo la chiusura delle urne, è condizione necessaria ma non sufficiente per trasformare la sconfitta in una ripartenza. Bisogna infatti capire le ragioni profonde di quel voto così netto, cosa che richiede umiltà e capacità di riflessione, non rabbia e reattività muscolare. Naturalmente le motivazioni del No sono molteplici, ma quelle che importa indagare attengono a quel 20% di votanti che sulla carta avrebbero potuto ribaltare il risultato perché non pregiudizialmente contrari né ad interventi sulla Costituzione (ma migliorativi, non peggiorativi), né a Renzi e al suo Governo. Noi di TerzaRepubblica, per esempio: riformisti e moderati che non si sono intruppati nel cosiddetto “fronte del No” e che neppure da esso si sono sentiti rappresentati, e che tuttavia hanno teso esprimere uno scontento, quando non una vera e propria delusione, nei confronti sia dei contenuti delle riforme – e della irragionevole imposizione di volercele far votare come se fossero un unicum, evitando di perseguire la strada, complicata ma fattibile, dello “spacchettamento”, che avrebbe depoliticizzato la consultazione – sia della politica di Renzi (quella praticata, al di là dello storytelling) e del renzismo come modalità di gestione del potere. La cosa più importante che Renzi dovrebbe capire è che questi italiani “ragionevoli” gli hanno rimproverato sopra ogni cosa di aver tenuto il Paese bloccato per un anno, tra Italicum e referendum, proprio mentre in Europa e nell’economia globalizzata si giocavano le carte della ripresa, e di conseguenza di averci fatto perdere la partita, visto che la nostra crescita è dimezzata rispetto a quei partner continentali che durante la grande crisi hanno pagato metà del nostro tributo alla recessione.

Ma se c’è dunque uno sconfitto certo, viceversa del referendum non c’è nessun vincitore. Ed è bene che sia così. Perché i 19 milioni di voti avversi hanno avuto molteplici motivazioni e perché non esiste alcuna rappresentanza politica del No. In fondo, è vero quello che aveva detto Renzi, seppur difettando di eleganza: quelli del No sono un’accozzaglia. Dunque, nessuno provi ad intestarsi il risultato. Tantomeno Grillo, che ha fatto finta di fare campagna elettorale e che a due giorni dal voto se n’è uscito con un discorso sulla poesia della sconfitta che la dice lunga sulle sue reali intenzioni e speranze. A lui della Costituzione non frega niente, quello che gli interessa è che si vada a votare con l’Italicum – che è stato il peggior errore politico commesso da Renzi – perché sa che (solo) con il ballottaggio può vincere. E non è un caso che il comico pentastellato, a caldo, abbia detto “andiamo a votare subito con la legge elettorale che abbiamo”. E che poi abbia addirittura chiesto di estenderla al Senato. Né, certo, la vittoria se la può intestare il centro-destra frantumato, e tantomeno il Berlusconi che a pochi giorni dal voto ha affermato che l’unico leader che esiste in Italia è Renzi.

Renzi, peraltro, si è intestato la sconfitta come presidente del Consiglio, ma non come segretario del partito. Si dirà: sono fatti del Pd. Vero, ma solo fino ad un certo punto: perché il Pd è e resta il partito di maggioranza relativa, e siccome c’è stato un referendum costituzionale, non elezioni politiche, è giusto e necessario che si ricominci dal Pd e dalla maggioranza attuale. Con o senza Renzi. Altro che elezioni subito. Via, non scherziamo, il Paese – sia quello che si è espresso con il No sia quello che ha votato Sì – non ha alcun bisogno né desiderio di elezioni anticipate. È vero, la legislatura ha perso di senso, ma tra questo e correre alle urne ce ne passa.

Intanto perché lo scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato, e visto che il galateo istituzionale è già stato scandalosamente violato con la conferenza stampa di Renzi alla mezzanotte di domenica, fatta prima di salire al Quirinale come invece vuole la prassi, non è il caso di reiterare lo sgarbo parlando di cose che spettano all’autonomia del Presidente. Poi perché dopo aver detto prima del voto che si voleva riscrivere l’Italicum (ma perché non l’avete fatto, sant’iddio!) non si vede ora cosa giustifichi l’idea di non attendere neppure il giudizio della Corte Costituzionale. Il quale, sia chiaro, se è stato fissato al 24 gennaio è perché qualcuno assennato (al Colle?) ha fatto in modo che fosse anticipato rispetto a quanto previsto (febbraio), in modo da tagliare le gambe a questo disegno. Dunque, si attenda la Corte e poi si provveda a dare a Camera e Senato una legge elettorale diversa (lo è sempre stata) ma coerente, che sappia coniugare in modo equilibrato le ragioni della rappresentanza con quella della governabilità, come in Europa hanno dimostrato di saper fare sia quella tedesca (che noi preferiamo) sia quella francese. Infine, è il risultato stesso del referendum che suggerisce prudenza. Per almeno quattro motivi. Primo: perché molti dei No sono stati dati proprio partendo dalla volontà di evitare quello che è stato definito il “combinato disposto” di riforme e Italicum. Secondo: perché è evidente che il risultato della consultazione referendaria contiene il messaggio “governate prima di tutto l’economia”, e dunque far seguire agli otto mesi di campagna per il referendum altri mesi di campagna elettorale per le politiche sarebbe un diabolico perseverare nell’errore. Terzo: perché la somma tra i Sì e quella parte del No che non è affatto ideologicamente contraria all’ammodernamento della suprema Carta, ma ha voluto bocciare sia queste modifiche sia la forzatura dividente con cui sono state approvate in Parlamento e presentate al Paese, consegna una maggioranza di italiani che plaudirebbero se ora il Parlamento decidesse di spogliarsi del tema e affidasse ad un’Assemblea Costituente il compito di una revisione organica della Costituzione, prima parte compresa. Quarto: perché è profondamente sbagliato l’assunto da cui sembra partire Renzi, e cioè che il 41% di Sì sia tutta roba sua, automaticamente, o anche solo facilmente, trasformabile in un voto al Pd guidato da lui. Intanto perché moltissimi di quei Sì sono stati dati non per convinzione ma per preoccupazione: della reazione dei mercati (a proposito, si vergognino gli agitatori di turbative), dell’instabilità politica, del blocco del processo riformatore. E poi perché è tutto da vedere ciò che ora succederà nel Pd, dove non è difficile pronosticare una fuga da Renzi non solo di quei bersaniani-dalemiani che erano saliti sul carro del vincitore, ma anche degli stessi renziani (e sono molti) scontenti per come il leader li abbia trattati o addirittura neppure considerati. Si dice: ma Renzi potrebbe farsi un partito tutto suo. Può darsi. Anche se occorre tempo (e questo contrasta con il voto subito) e non è detto che questo sia il momento migliore per fare un passo che noi gli suggerimmo ai tempi delle primarie, quando ancora godeva di una “verginità politica” che oggi ha perso.

Insomma, come è giusto che sia, il pallino è nelle mani di Mattarella, il cui settennato si è di fatto aperto con questa crisi, anche perché si è definitivamente chiuso (un po’ troppo fuori tempo massimo e non del tutto gloriosamente) quello di Napolitano. Cosa farà, Mattarella? Il Presidente ha saggezza ed esperienza da vendere, non sarebbe opportuno né divinare le sue mosse né tantomeno azzardare suggerimenti. Una cosa però è certa: occorre un governo vero, che sappia affrontare sì la questione aperta della legge elettorale, ma anche e non di meno le emergenze economiche, a cominciare da quella bancaria, e abbia la credibilità e l’autorevolezza necessarie per tornare a sedersi al tavolo che conta in Europa. Guidato da chi? Diciamo che sarebbe meglio che il primo ministro fosse qualcuno capace di stare con eguale competenza su tutti e tre questi fronti e che, possibilmente, non abbia motivi personali per rincorrere il consenso. Dite che è l’identikit di Giuliano Amato? Probabile.

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