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L'editoriale di TerzaRepubblica

Lettera aperta al SI e al NO

Lettera aperta al SÌ e al NO (e agli indecisi) per le crisi di coscienza dell'ultimo minuto

02 dicembre 2016

Poche ore e sapremo. Meno male, perché non se ne poteva più. È da aprile che non si parla d’altro che del referendum. Sembra che da questo voto dipenda il presente e il futuro dell’Italia. E invece dipendono principalmente le sorti di qualcuno e quelle di chi avversa quel qualcuno. È una partita a somma negativa, perché il 5 dicembre ci ritroveremo con i vecchi strutturali problemi, quelli che ci portiamo dietro da decenni e che per mistificazione e rimozione collettiva fingiamo che non esistano o, peggio, raccontiamo di averli già risolti. Problemi che lunedì saranno ancora qui, tali e quali. Anzi, più gravi di prima. Per questo ci permettiamo di rivolgerci – attraverso due lettere aperte – a tutti coloro che hanno già deciso per il Sì e per il No, per rammentare loro cosa dovrebbero pretendere se il voto che avranno espresso prevarrà. Agli indecisi, invece, non avendo la pretesa di suggerire come votare, sollecitiamo tre brevi riflessioni. La prima: comunque vada, sono ben altri i nodi da sciogliere, e non sarà la prevalenza del Sì o del No che potrà allentarli, i nodi del nostro declino. La seconda: se non avete chiaro lo specifico e i dettagli delle riforme oggetto del referendum, non cadete nell’errore di credere che una riforma valga l’altra e che una qualunque riforma (nella fattispecie questa) sia meglio del statu quo. Insomma, aderite solo se siete davvero pienamente convinti: con la Costituzione niente cambiamenti purchessia. L’esempio offerto da Romano Prodi, con il suo “aderisco per la mia storia, anche se la riforma è una schifezza”, ci dispiace dirlo, ma non è affatto edificante e mortifica proprio la dimensione dell’uomo. Terza e ultima riflessione: se con il voto, faticando ad entrare nel merito, volete invece esprimere un giudizio politico generale, fatelo guardando a quel che è stato fin qui, compresa la decisione di schierare il governo su una materia che non dovrebbe essere di sua pertinenza (Piero Calamandrei ammoniva che quando in Parlamento si parla di questioni costituzionali i banchi dell’esecutivo dovrebbero rimanere rigorosamente vuoti) e la follia di tenere bloccato il Paese per un anno su Italicum e referendum. Così come non vi fate infinocchiare da fantasiosi pronostici di quel che accadrà nell’uno o nell’altro caso. Perché in entrambi i casi non succederà niente di decisivo. Salvo che il Paese si risveglierà il 5 mattina sfibrato da una campagna elettorale fuori misura e controllo, diviso artificiosamente e impaurito per l’incosciente evocazione di chissà quali conseguenze la consultazione avrebbe prodotto. Con il presidente Mattarella caricato della responsabilità di tranquillizzare, ridimensionare, ricucire, riaggregare.

 

Lettera aperta agli Amici che votano Sì

Cari Amici,

prima di tutto Vi suggeriamo di diffidare del trionfalismo che l’eventuale vittoria del Sì quasi certamente comporterà, morbo di cui – temiamo – Renzi sarà il primo ad essere affetto. Occorre evitare – e abbiamo ragione di credere che una parte importante di Voi elettori del Sì coltivi questa preoccupazione – che il presidente del Consiglio si svegli il 5 mattina novello Napoleone, come già fece all’esito delle elezioni europee, quando rigonfiando il petto commise l’errore di credere che quel 40,8% preso dal Pd, pur essendo inferiore come numeri di voti assoluti rispetto al precedente risultato conseguito da Bersani alle politiche, significasse l’avere in mano il Paese. Se c’è un prima (incoraggiante) e un dopo (deludente) che divide i mille giorni a palazzo Chigi di Renzi, il confine è situato proprio in quel lunedì 26 maggio 2014, e non è il caso di ripetere l’esperienza due anni e mezzo dopo. In particolare, è opportuno che si allontani dalla testa di Renzi e dei suoi la tentazione di far discendere dall’esito favorevole del referendum l’idea di non cambiare più l’Italicum, nonostante gli impegni assunti, e di andare il più velocemente possibile ad elezioni politiche. Se, come probabile, la Corte Costituzionale di fronte alla vittoria del Sì circoscriverà i suoi rilievi, Renzi sarà tentato di lasciare intatta, se non per modifiche marginali, la legge elettorale – sbagliata – che lui stesso ha voluto così proprio dopo l’ubriacatura delle europee. Finendo per spalancare le porte di palazzo Chigi ai populisti (grillini più leghisti, che siamo pronti a scommettere si ritroveranno presto alleati), cioè favorendo proprio quell’esito politico del referendum più nefasto che, siamo sicuri, è stata la prima delle regioni che Vi hanno indotto a scegliere il Sì.

Siccome in questi mesi non abbiamo trovato nessuno che difendesse la qualità intrinseca delle riforme costituzionali (neanche gli autori) e neppure che giustificasse la scelta a favore del Sì per il merito di quei cambiamenti – di cui non si scorge nessun impatto epocale nonostante intervengano su quasi la metà degli articoli della seconda parte della Costituzione – è lecito di conseguenza ritenere che il Vostro sia un voto politico, in nome della stabilità e per la paura del vuoto politico- istituzionale che temete la vittoria del No possa produrre. Ma questo a maggior ragione Vi deve indurre a pretendere tre cose, dopo aver generosamente concesso il Vostro Sì. Primo: che nessuno osi dire che a primavera 2017 si vota. Secondo: che l’Italicum va rottamato e che si faccia una legge elettorale che consenta di sbarrare la strada ai populisti (noi proponiamo il modello tedesco, ma l’importante è evitare i pasticci e i velleitarismi). E se questo significa rifare un patto del Nazareno con Berlusconi, ben venga, salvo che questa volta deve essere rigorosamente alla luce del sole. Terzo: che si apra una vera fase costituente. Infatti, consapevoli che le riforme andranno riformate perché malfatte (Senato) e completate perché largamente incompiute (titolo V), si deve finalmente scegliere di convocare un’Assemblea Costituente dove riscrivere – senza furia ma neppure senza tabù e riserve – la Costituzione, prima parte compresa.

Se pensate che tutto questo non Vi sarà mai concesso, allora cambiate idea e, se siete ancora in tempo, votate No.

 

Lettera aperta agli Amici che votano No

Cari Amici,

prima di tutto Vi suggeriamo di non incoraggiare due tentazioni che, temiamo, avrà il cosiddetto “fronte del No” se dovesse prevalere, specie con un buon margine. Una è quella di maramaldeggiare, invocando “vendette, tremende vendette”. L’altra è quella che qualcuno dell’eterogeneo gruppo di soggetti che hanno sostenuto il No – la “accozzaglia”, come con la consueta eleganza li ha definiti Renzi – tenti di intestarsi la vittoria. Che, se sarà, non potrà con tutta evidenza che essere di nessuno. Non fosse altro perché almeno una di queste forze, il movimento 5stelle, coltiva in segreto la speranza non tanto che vinca il Sì in quanto tale, ma che la conseguenza del Sì sia il mantenimento in vita dell’Italicum, modalità di voto fatta apposta per spianare a Grillo la strada verso la vittoria alle politiche.

Dopodiché, si tratta di capire quale sia stata la motivazione principale che Vi ha indotto a scegliere di bocciare le riforme costituzionali. Potreste averlo fatto – com’è il nostro caso – semplicemente perché le riforme non vi piacciono e tantomeno vi piace il “purchessia”, anche se riconoscete che l’intento di ammodernare la Costituzione è sacrosanto e che alcune delle motivazioni di fondo delle riforme renziane – semplificazione delle procedure istituzionali, rafforzamento degli strumenti che garantiscono maggiore governabilità e ricentralizzazione di funzioni ora decentrate – sono corrette ancorché maldestramente perseguite. In questo caso vale ciò che abbiamo suggerito agli Amici che votano Sì: occorre invocare subito un’Assemblea Costituente. Potreste invece aver votato No, perché non volete nemmeno sentire parlare di modifiche alla Costituzione, che avete elevato a rango di inviolabile tabernacolo. In questo caso non abbiamo alcun suggerimento da darVi: siamo su sponde diverse destinate a non poter trovare alcun punto di mediazione. Perché un conto è voler tutelare la nostra carta fondamentale da ferite inferte dal dilettantismo riformatore e sostenere che quel tipo di riforme richiedono momenti di condivisione e non di lacerazione, e altro è sostenere che abbiamo la Costituzione migliore del mondo e scagliare anatemi a chi osa soltanto pensare di sfiorarla. Amen.

Infine, potreste aver fatto la Vostra scelta per ragioni (anche o solo) di natura più strettamente politiche. In questo caso a spingervi possono essere state due le motivazioni, solo apparentemente simili tra loro. La prima è che abbia prevalso se non l’odio, quantomeno una fortissima valutazione negativa su Renzi e il suo governo, magari accompagnato dal (pre)giudizio circa la sua iniziale ascesa al potere avvenuta senza la benedizione del voto popolare. Insomma, con il No volete cancellare dalla scena politica il giovanotto toscano. Per carità, scelta rispettabile e per alcuni versi comprensibile – d’altra parte Renzi è uno che non prevede il pareggio nel suo approccio alla politica, e dunque è dividente per definizione – ma che rischia, nel suo essersi diffusa e in qualche modo provocata dallo stesso oggetto dei Vostri strali, di portare acqua al mulino della sponda opposta. Inoltre Renzi, per quanto abbia commesso errori – e davvero molti ne ha fatti, di cui alcuni imperdonabili, specie se derivanti dal suo ego espanso e da una fin troppo evidente bramosia di potere – rimane pur sempre un protagonista da cui è difficile pensare di prescindere. Se poi lui reagirà ad un’eventuale sconfitta in modo scomposto o se nel Pd dovesse aprirsi una resa dei conti da cui uscisse perdente tanto da preferire altre strade, allora la sua giubilazione avrà altre cause che non quelle, stupide e sterili, della vendetta.

La seconda motivazione è invece “moderata”: avete riserve sulle politiche concretamente messe in atto dal governo Renzi, non vi piacciono le sue riforme costituzionali né il modo con cui ha gestito il referendum, ma non per questo lo volete al patibolo. Anzi, ritenete che la “lezione” non potrà che fargli bene, costringendolo a qualche atto di modestia e spingendolo a fare senza volpi sotto l’ascella quel patto con Berlusconi che è, allo stato, l’unica modalità con cui portare a termine la legislatura. Ecco in questo caso, Vi chiediamo di vigilare perché il No ragionevole prevalga, nelle conseguenze del voto, su quello irragionevole.

Se invece pensate che tutto questo non Vi quadra, allora potete sempre restare a casa, e godervi la domenica.

Buon “dopo voto” a tutti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario